Martirio di Giovanna Mathurin da Carignano (? - 1560).

Home > Per non dimenticare > G. Mathurin da Carignano


Carignano, città del Piemonte a 20 kil. S. di Torino, sulla sponda sinistra del Po, di oltre a 7 m. abitanti, ebbe l’onore di dare il nome al ramo cadetto della casa di Savoia, il quale cominciò a regnare nel 1831 con Carlo Alberto detto il magnanimo. Quantunque quella città si trovasse fuori dei limiti in cui un antico editto di persecuzione voleva tenere confinati gli Evangelici Valdesi, molti di questi poveri perseguitati erano venuti a stabilirvisi nel secolo XVI attrattivi dalla vicinanza e dalla facilità di trovare una vantaggiosa occupazione. Tanta era la loro probità e la loro mansuetudine, che le autorità civili e politiche chiudevano volentieri gli occhi alla violazione dell’editto emanato contro ai Valdesi, e per molto tempo questi poterono rimanervi senza venire in alcun modo molestati. Ma avendo i preti scoperto ch’essi tenevano regolare adunanza di preghiera e di culto, salirono in tanta furia che risolvettero di non darsi nè pace nè riposo finchè fossero tutti sterminati o dispersi.

La persecuzione ebbe principio nel 1560, sotto il duca Emanuele Filiberto, "principe distinto per il suo valore in guerra, come per la sapiente sua amministrazione, in tempo di pace." Prima che i Valdesi potessero avere alcun sentore della tempesta che loro soprastava, eglino si videro arrestati e incarcerati per il misfatto d’eresia. Non si volle acconsentire nè a far loro un processo regolare, nè a dar loro un difensore. Tutti quelli che furono arrestati, vennero condannati come eretici, e arsi tre giorni dopo il loro incarceramento. Unico mezzo di salvare la vita l’abiura e l’andare a messa.

Il primo che fu arrestato era un emigrato francese, di nome Mathurin. Nato nelle valli valdesi di oltr’alpi, avea sposata una donna delle valli valdesi che sono al di qua de’ confini, in Piemonte. Era un semplice e modesto operaio. Senza curarsi molto di quanto accadeva intorno a sè, non avea altro desiderio che di guadagnare onestamente un po’ di pane per la sua famiglia, e di servire fedelmente a Dio. Venne scoperto mentre conduceva il culto di famiglia in casa sua, e per quell’orribile misfatto, fu condannato ad essere arso vivo. I commissari incaricati dell’esecuzione lo esortarono ad abiurare per aver salva la vita, ma egli vi si ricusò con fermezza. "Ti diamo tre giorni per riflettere, gli dissero, ma poi sarai certamente arso vivo, se non vieni alla messa." Ciascuno immaginerà di leggieri la desolazione della famiglia Mathurin nell’udire l’arresto e la sentenza a cui sottostava il suo capo. Giovanna, di lui moglie, si recò dai commissari e chiese il permesso di visitare il marito.

"Ti concediamo la tua domanda, a patto che ti guarderai bene dall’incoraggiare il tuo marito a perseverare nei suoi errori."

"Prometto di non parlargli che per il suo proprio vantaggio."

I commissarii, intendendo la promessa nel senso ch’ella fosse per indurre il marito ad abiurare, la condussero nel carcere. Grandissima fu la gioia di Mathurin nel rivedere la sua moglie. I commissari vollero essere testimoni del loro colloquio, curiosi di vedere se un uomo potesse resistere alle tenere preci d’una giovane e bella donna, a cui egli era legato dai vincoli dell’affetto il più cordiale. Avevano però mal compreso la promessa della Valdese. Questa amava teneramente il marito e la prospettiva della sua morte le riempiva il cuore d’angoscia. Ella era non pertanto una degna figlia dei martiri, e il suo timore era che il marito non venisse meno nella fede all’ora della prova, che il pensiero dell’abbandono della sua compagna non fosse per lui una tentazione a sconfessare la verità. Perciò ella era venuta ad incoraggiarlo ad essere fermo e fedele, e colla risoluzione di morire se occorreva insieme con lui.

"Perciò, dice Gilles, essa l’esortò calorosamente, in presenza dei commissari, a dimorare fermo nella sua fede, e a rammentarsi che la vita presente, che è di breve durata, non è da paragonarsi coll’eterna salute dell’anima."

Irritati di queste parole, i commissari le rimproverarono amaramente di averli ingannati. Ma ella senza dar retta, prendendo la mano del suo marito, continuò con mansuetudine e fermezza nel suo proposito.

"Gli assalti del maligno, dicevagli, non ti facciano abbandonare la professione della tua speranza in Cristo Gesù."

Dal loro canto i commissari le dicevano: "Esortalo ad obbedire, se non volete essere appiccati l’una e l’altro."

Senza rispondere loro, e continuando a parlare al suo marito: "Tolga Iddio che l’amore ai beni di questo mondo ti faccia perdere l’eredità celeste!"

"Eretica! grida un magistrato, se continuerai a parlare in quella guisa, sarai arsa viva domani."

Rivolgendosi e guardando con calma il suo persecutore, l’eroica Valdese gli domanda:

"Pensate voi che sarei venuta ad incoraggiare il mio marito a morire anzichè abiurare, se io stessa fossi disposta a fuggire la morte mediante l’apostasia?"

"Dovresti tremare al pensiero dei tormenti del rogo," soggiunsero i commissari.

"Io temo Colui che può gettare il corpo e l’anima in tormenti molto più terribili di quelli del vostro rogo."

"L’inferno è la sorte riserbata agli eretici, esclamò uno dei commissari; talchè per voi il rinunziare ai vostri errori è l’unico mezzo di essere salvati."

"La verità, ripiglia la donna con accento di profondo convincimento, trovasi nella Parola di Dio, non già nella parola degli uomini."

"Questa vostra ostinazione sarà la vostra rovina ad ambedue," osservò un magistrato commosso e sorpreso ad un tempo.

Il viso di Giovanna si fece ilare e risplendente di gioia. Volgendosi al marito, che sempre la teneva per la mano, come se da quest’atto dipendesse buona parte del di lui coraggio, ella ruppe in tenera ed entusiastica emozione, ed esclamò: "Sia benedetto Iddio, che, avendoci uniti in vita, non ci vuol separare al momento della morte!"

Allora uno dei commissari, uomo feroce e fanatico, esclamò con un ghigno sardonico: "Anzichè un solo, potremo bruciare due di quei maledetti eretici."

"Ti sarò compagna fino alla fine," disse Giovanna al suo marito.

"Non vuoi tu dunque ottenere il perdono col patto di venire alla messa? Domandò ancora un altro dei magistrati.

"Antepongo salire sul rogo e aver la vita eterna."

La persistenza dei magistrati nei tentativi di seduzione, la fermezza della Giovanna in resistervi fecero continuare lo straziante colloquio.

"Se non abiurerai, disse uno dei magistrati, il tuo marito sarà arso domani, e tu lo sarai tre giorni appresso."

"Noi ci ritroveremo nel cielo," esclamò Giovanna guardando il suo marito.

"Pensa all’indugio che ti lasciamo," insistette a dire il magistrato che sembrava aver di lei qualche pietà. E Giovanna: "Poco mi cale che sia lungo o breve l’indugio, perocchè la mia risoluzione è per la vita."

"Di’ piuttosto per la morte," mormorò mestamente il magistrato. E quella donna già fatta celeste nel sembiante rispose: "La morte del corpo non è che la vita dell’anima."

Il magistrato più fanatico che si rallegrava di poter bruciare due eretici invece d’un solo, domandò burberamente: "Non avete voi altro a dire, eretici ostinati?" Rispose Giovanna:

"Oserò io pregarvi di non ritardare la mia esecuzione, ma di farmi morire insieme col marito?"

I magistrati si consultarono alquanto tempo, poi l’uno disse: "Siati fatto come desideri: sarete arsi ambedue domani sullo stesso rogo."

Ciò detto, i magistrati si ritirarono. La grave porta del carcere si chiuse dietro a loro. Il marito e la moglie rimanevano soli…

Ma no! Dio era con loro per rallegrarli e confortarli. Mathurin avea fin dal principio risoluto di morire anzichè abiurare. L’eroismo della sua nobile compagna lo confermò in quella santa risoluzione. Ei non si oppose alla di lei determinazione di morire secolui. Meglio era per loro senza confronto entrare insieme nel riposo celeste, che il rimaner uno d’essi esposto alla rabbia dei persecutori. Dolcissimo pertanto era il poter passare insieme le ultime ore della loro vita terrena, il potersi incoraggiare l’un l’altro, mentre dandosi la mano, sarebbero entrati nell’oscura valle della morte.

Passarono dunque l’ultima notte in preghiera e in una tenera comunione di pensieri e di sentimenti. La valente donna ebbe il suo premio anche sulla terra, nella gioia di vedere il marito che andava crescendo in forza e in coraggio, ed era persino capace di rallegrarsi con lei della sorte ch’era loro riserbata per l’eternità. D’altra parte, la presenza della sua sposa era per lui una luce nel suo carcere oscuro, e in mezzo alle tenebre ei sentiva la faccia della sua diletta irraggiarlo come la faccia d’un Angelo. Sembrava loro che non si erano mai cotanto amati, nè mai il loro amore era stato sì pieno, sì puro, sì libero da ogni preoccupazione terrena, come in quel momento, alla vigilia del loro martirio.

Il giorno seguente, 2 Marzo 1560, ergevasi sulla piazza di Carignano un lungo e forte palo intorno al quale stavano ammonticchiati parecchi fasci di legna secche. Una gran turba di gente vi si riuniva verso sera intorno al rogo, i preti e i frati che aveano preparato quella festa vi andavano occupando i posti più avanzati. Il suono lugubre della campana della cattedrale annunziava l’arrivo dei condannati. Un distaccamento di soldati giunse sulla piazza, prese posto intorno al rogo e faceva stare indietro la moltitudine. Si vide arrivare con lenti passi una processione di monaci e di una confraternita della città, candando il requiem per i morti, e subito dopo gli sposi. Mathurin, che si tenevano per la mano e camminavano silenziosi, calmi e quasi sorridenti. Uno spontaneo movimento di pietà si manifestò nella folla alla vista dei due martiri, ma quando due frati si rivolsero con piglio severo per vedere chi mai avrebbe osato dar segno alcuno di pietà per le vittime della santa madre chiesa, tacquero tutti. I martiri si rammentavano l’uno all’altro le soavi promesse del Vangelo, e non cangiarono nè contegno nè fisionomia quando il carnefice s’accostò per prenderli e condurli al supplizio. Salirono sul rogo tenendosi ancor per la mano e si lasciarono incatenare al palo, raccogliendosi ambedue con una preghiera mentale davanti a Gesù capo e compitore della loro fede. I pallidi raggi del sole al suo tramonto illuminavano quella scena, e la luce che risplendeva sul capo dei due martiri sembrava un’aureola di gloria. Il carnefice accese il rogo. Le fiamme s’innalzarono rapidamente e nascosero per un momento i due sposi alla vista della folla. Taluno dei più vicini potè ancora discernere la Giovanna attraverso le fiamme e udirne la voce mentre esortava lo sposo a star di buon animo, perocchè le porte del cielo erano per aprirsi davanti a loro. Si era fatto un gran silenzio, appena interrotto dallo scoppiettìo. Il sole era sparito. I frati non cantavano più il miserere, nè la campana della cattedrale faceva più udire i suoi lugubri rintocchi. La folla aspettava sempre muta, volendo vedere la fine dell’orrenda tragedia. Le fiamme divampando lambivano il corpo dei martiri, i quali sempre si eran tenuti per mano, senza lasciare sfuggire nè un lamento nè un gemito. Allorquando la luna apparve all’orizzonte, non vi era più che ceneri ancora tepide e un mucchio d’ossami carbonizzati sulla piazza dove quei due testimoni della verità evangelica erano apparsi un istante per salire da questa vita di prova al regno eterno di Dio.

G. D. TURINO.

Vai ad inizio pagina.

Home | Info | Mappa | Aggiornamenti | Commenti | Links
Versioni Bibliche | Per non dimenticare | Badate come ascoltate