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Lettura della Bibbia

Nota 3. alla lettera diciottesima di Roma Papale 1882

Non si comprende perché la Chiesa romana dopo aver proibita la lettura della Bibbia, metta in fronte delle sue Bibbie la raccolta dei passi biblici nei quali Dio ne ordina la lettura. Una cotal maniera di agire sembra un insulto alla Divinità, un far pompa di ribellione agli ordini di Dio. Ma è realmente per questo motivo che la Chiesa romana agisce così? No. Essa agisce in cotal guisa per ingannare i semplici, e per far credere che i Protestanti la calunniano quando dicono che essa proibisce la lettura della Bibbia. I preti difatti nei loro scritti e nelle loro prediche dicono sempre esser falso che la Chiesa romana proibisca la Bibbia; e vi sono dei Cattolici di tanta buona fede che credono alle asserzioni dei preti anche su questo punto. Importa dunque conoscere bene questo fatto, se cioè sia vero o no che la Chiesa romana proibisca la lettura della Bibbia.

Noi abbiamo sott' occhio un libro assai raro di 352 pagine in quarto, stampato in Parigi nel 1661 per ordine del clero gallicano, nel quale sono riportati i sentimenti dei più celebri teologi e canonisti, i decreti della Sorbona, i decreti dei papi e dei Concili che vietano la lettura della Bibbia in lingua volgare. Basterebbe quel libro per confondere coloro che negassero una tale proibizione; ma siccome si potrebbe dire che quelle proibizioni sono antiche, e che oggi sono state ritirate o almeno cadute in disuso, così daremo un colpo d' occhio brevissimo sulla storia di questa proibizione scendendo fino ai nostri giorni.

Nei primi secoli della Chiesa, incominciando dagli Apostoli, tutti i vescovi, tutti i padri non facevano altro che raccomandare al popolo la lettura della Bibbia in lingua volgare, e facevano più che raccomandarla; si leggeva in tutte le Chiese, ed appena un paese riceveva il Cristianesimo, subito si faceva la traduzione della Bibbia nella lingua di quel quel paese, e Cristiani ricchi e zelanti non badavano a spese, affinchè le copie della Bibbia fossero moltiplicate, vendute a basso prezzo e regalate ancora per soddisfare ai bisogni religiosi del popolo.

Ma quando la Chiesa romana si corruppe, accadde su questo punto una vera rivoluzione. La Bibbia, la cui lettura non solo era permessa, ma inculcata e favorita, fu proibita, e la lettura di essa fu condannata come un peccato quasi imperdonabile.

Nessuna rivoluzione, sia politica sia religiosa, si compie tutta di un colpo senza esser preparata da avvenimenti anteriori. Ecco come si operò questa rivoluzione nella Chiesa romana. La lingua latina era la lingua dell' Occidente, tutti i popoli conquistati aveano dovuto adottare la lingua dei conquistatori Latini; quindi la Bibbia in latino era la Bibbia in volgare dell' Occidente, e così si chiamava. Distrutto l' impero Occidentale, per la invasione dei barbari, i popoli si mescolarono, e sulla tomba del latino nacquero le lingue moderne. Per la stessa invasione venne il medio evo con la sua ignoranza. L' unità religiosa minacciava rovinare anch' essa, e trarre nelle sue rovine tutta la influenza, la grandezza, il potere del vescovo di Roma. Gregorio I, detto il Grande, per mantenere la sua vacillante supremazia, fece tutti i suoi sforzi onde si conservasse nella Chiesa occidentale la unità di linguaggio, e l' uso della lingua latina. Spedì missionari da per tutto, ma con ordine espresso di non usare nella liturgia che la lingua latina; quindi la religione divenne un vano formalismo ed un ammasso di cerimonie, e la preghiera un cicaleccio senza senso, come lo è tuttora nelle chiese cattoliche.

Carlo Magno fece ogni sforzo per opporsi alla superstizione, e per rendere accessibile al popolo la Bibbia ne fece fare una traduzione che rivide egli stesso, ed ordinò al clero d' istruire il popolo nelle S. Scritture (Capit. reg. Franc. ad anno 788). Gli sforzi di quel principe non ebbero successo, i preti li avversavano, e dopo la sua morte le cose tornarono allo stato di prima; il clero alzò di molto le sue pretensioni, il popolo non conosceva più la Bibbia, e Roma papale ingrandiva.

Due missionari greci, Metodio e Cirillo, nel IX secolo portarono il Vangelo fra gli Slavi, inventarono l' alfabeto slavo, tradussero in quella lingua la Bibbia, e celebravano la liturgia nella lingua del paese. Papa Niccolò I, nell' anno 867, citò a Roma i due missionari, per render conto di questo loro delitto. Essi si difesero adducendo ottime ragioni, alle quali il papa non rispose che con una proibizione formale di usare nelle chiese tanto nella lettura della Bibbia quanto nella liturgia la lingua volgare. I santi uomini tornati alla loro missione, non fecero alcun conto dell'ordine del papa. Nell' 879 papa Giovanni VIII rinnovò la proibizione del suo predecessore. Ma, essendosi i Bulgari sottratti alla obbedienza del vescovo di Roma e dati al patriarca di Costantinopoli, il papa temè che gli altri Slavi imitassero i Bulgari, e si levassero dalla sua obbedienza se egli insisteva nella proibizione; perciò, in una lettera a Swatopluk duca di Moravia, riconobbe come giusto e lodevole l'uso di leggere la Bibbia e di celebrare la liturgia in lingua volgare.

L' ignoranza sempre più dominante la religione ridotta soltanto a forme esteriori, i preti divenuti dominatori della società, la confusione delle lingue che erano in stato di formazione in quasi tutta Europa, resero per alcun tempo superflua una formale proibizione di leggere la Bibbia in lingua volgare: ma essa divenne necessaria per la Chiesa romana più tardi; e Gregorio VII, il gran despota politico e religioso, si assunse il triste onore di proclamarla il primo. Egli vietò in una lettera scritta a Vratislao re di Boemia la celebrazione dei divini uffici in lingua slava, che Giovanni VIII prima avea negate, poi avea permessa.

Però nella Francia e nell' Italia specialmente si levarono a migliaia dei Cristiani coraggiosi conosciuti in seguito sotto il nome di Cattari (puri), Albigesi, Valdesi ecc.; i quali non potendo soffrire un dispotismo così illogico e così anticristiano, tradussero la Bibbia nella loro lingua e tanto più s' istruivano in essa, quanto più i preti la proibivano. I preti inventarono allora la Inquisizione, e rispondevano col rogo alle ragioni di quei coraggiosi Cristiani.

Rotta una volta la guerra fra Roma e la Bibbia, non vi è stata più pace fra loro. Gregorio IX nel 1229 fece nel Concilio di Tolosa stabilire definitivamente la Inquisizione, e proibire assolutamente la lettura della Bibbia. Ecco il decreto di quel Concilio: Prohibemus etiam ne libros veteris et novi Testamenti laicis permittantur habere, nisi fortis psalterium aut breviarium pro Divinis Offici, ac horas Beatoe Virginis, aliquis ex devotione habere velit, sed ne proemissos libros habeant in vulgari traslatos.
Eccone la traduzione letterale: "Vietiamo eziandio che si permetta ai laici di avere i libri del Vecchio e del Nuovo Testamento, ammeno che non voglia qualcuno per sua devozione avere il salterio o il breviario per i divini Uffici e le ore della Beata Vergine; però non gli sia permesso avere tali libri in lingua volgare." In questo decreto non solo si proibisce di leggere la Bibbia, ma si proibisce anche di possederne una, si proibiscono anche quei libri di divozione che contenessero una qualche porzione della Bibbia in lingua volgare.

L' Inquisizione e l'ignoranza non resero per qualche tempo necessari nuovi decreti; ma non appena Erasmo e Lutero cercarono di scuotere la ignoranza religiosa richiamando i popoli alla lettura della Parola di Dio, e pubblicando la Bibbia in lingua volgare, nonostante il decreto del Concilio di Tolosa, si levò un formicaio di teologi a sostenere le proibizioni di Roma. Primi a dare il funesto esempio furono i teologi francesi, come apparisce dai registri della Sorbona del 1525. Già il celebre Gersone nel secolo XV avea scritto contro la lettura della Bibbia. Ma dopo il decreto della Sorbona, teologi romani di ogni nazione, proclamarono la crociata contro la lettura della Bibbia. Fra questi primeggiano Spirito Rotero Domenicano ed inquisitore, Iacopo Ledesma Gesuita, Maurizio Poncet Benedettino, Alfonso de Castro Francescano, Ambrogio Cattarino e Pietro Soto Domenicani, Roberto Bellarmino e Gio. Batta. Scorza Gesuiti; ma sopra tutti si distinse lo Spagnuolo cardinale Stanislao Osio, uno dei presidenti del Concilio di Trento, il quale giunse fino a dire che "permettere ai laici la lettura della Bibbia, è dare le cose sante ai cani, e gettare le perle ai porci."

Il Concilio di Trento nella sessione XVIII ordinò che si facesse un catalogo de' libri la cui lettura fosse vietata. Al finire del Concilio il catalogo non era fatto, per cui fu dal Concilio incaricato il papa di farlo, ed approvarlo. Fu pubblicato il 24 marzo 1564, con una bolla di papa Pio IV, e fu dato ad esso catalogo il nome di Indice.

L' Indice approvato dal papa è preceduto da dieci regole, parimente approvato da lui. La quarta di queste regole vieta la lettura della Bibbia in lingua volgare; e chiunque osasse leggere o ritenere una Bibbia volgare senza il permesso del vescovo o dell' inquisitore non solo pecca mortalmente, ma, secondo quella regola, non può essere assoluto dal confessore. Questa regola, sebbene severissima, lasciava almeno la possibilità di leggere la Bibbia; era possibile che un vescovo od un inquisitore avessero in qualche raro caso accordato il permesso; ma questa possibilità doveva esser tolta, ed il libro di Dio doveva essere assolutamente proibito, e lo fu da papa clemente VIII, il quale pubblicò altre leggi sull' Indice in forma di osservazioni alle dieci regole di Pio IV. Nell'osservazione alla quarta regola, Clemente VIII proibisce ai vescovi ed agli inquisitori di accordare licenze per leggere o ritenere la Bibbia in lingua volgare; e non solo la Bibbia, ma vieta la lettura degli estratti, sommarii, compendi storici della Bibbia stessa.

I preti, i parroci, i vescovi, gl' inquisitori, siccome per la quarta regola di Pio IV potevano dare ad altri il permesso di leggere la Bibbia, si credevano esclusi dalla dichiarazione di Clemente VIII, e pensavano che essi almeno potessero leggerla. Ma Gregorio XV nel 1622 tolse loro ogni illusione, e dichiarò revocate tutte le licenze date in qualunque modo e per qualunque motivo dai papi suoi predecessori. Urbano VIII nel 1631 completò l' ordine di Gregorio XV, comandando ai vescovi ed agl' inquisitori di bruciare immediatamente tutti i libri proibiti che sarebbero stati loro consegnati, fra i quali la Bibbia non era esclusa.

I papa seguenti non cessarono mai di fulminare scomuniche contro coloro che avessero letta la Bibbia, e dichiararono eresia la dottrina che insegnava la Bibbia potersi leggere da tutti. Taccio per brevità le bolle di Alessandro VII e di Innocenzio XI, e mi limito a citare qualche passo della celebre bolla Unigenitus di Clemente XI nel 1713. Ognuno sa che quella bolla è una bolla dogmatica che fa autorità in tutta quanta la Chiesa romana; ebbene in quella bolla sono condannate le seguenti proposizioni riguardo alla lettura della Bibbia. La proposizione 79, che dice la lettura della Bibbia essere utile e necessaria a tutti; la proposizione 80, che dice la lettura della Bibbia essere per tutti; la proposizione 81, che dice la santa oscurità della divina Parola, non essere una ragione ai laici, per dispensarsi di leggerla; la proposizione 82, che dice, che nella domenica i laici dovrebbero occuparsi della lettura della Bibbia; la proposizione 83, che dice anche le donne dovere essere istruite nella religione con la Bibbia, e che non è la semplicità delle donne, bensì la superbia dei dotti che fa nascere l' eresie; la proposizione 84, che dice che togliere dalle mani del popolo il Vangelo, o darglielo chiuso cioè in una lingua che non intende è chiudere la bocca a Gesù Cristo; la proposizione 85, che dice vietare ai Cristiani la lettura della Sacra Scrittura, è vietare ai figli della luce l' uso della luce, ed è gettarli in una specie di scomunica. Queste proposizioni sono solennemente condannate dal papa come false ed eretiche, in una bolla dogmatica accettata solennemente da tutta la Chiesa romana.

Prima che fosse pubblicata la famosa bolla Unigenitus, cioè nel 1704, fu pubblicato in Roma per ordine di papa Innocenzo XI un Indice dei libri proibiti: ecco fra gli altri libri proibiti quali libri sono notati:

Pagina 30 Le Bibbie stampate per cura degli Eretici sono assolutamente proibite.

" " Le Bibbie scritte in lingua volgare qualunque.

" 94 Le narrazioni evangeliche, i Sermoni del Vangelo.

" 177 Passi tolti da quasi tutti i capitoli del Vangelo.

" " Passi tolti dai due Testamenti.

" 258 Le frasi della Scrittura Santa.

" " Tutto quello che tratta della eccellenza, della dignità, dell’ autorità ec., della Scrittura Santa.

" " Gli estratti delle Scritture.

" 269 La somma di tutta la Scrittura.

" " I sommari della Bibbia.

" 272 Le tavole dei due Testamenti.

" 273 Il riassunto del Vecchio Testamento.

" " Cantici scelti dell’ Antico e del Nuovo Testamento.

" " Le frasi dell’ Antico e del Nuovo Testamento.

" " Le citazioni dei due Testamenti.

Sembra impossibile ma pure è un fatto che i preti, a fronte di tali documenti irrecusabili, si ostinino a voler far credere al popolo, che non conosce tali documenti, che la Chiesa romana non proibisce assolutamente la lettura della Bibbia.

Ma tutto ciò non basta ancora, vi sono documenti più recenti, e forse ancora più perentori per dimostrare la spudorata menzogna dei preti, quando asseriscono che Roma non proibisce la lettura della Bibbia. Il 28 agosto 1794 papa Pio VI pubblicò in Roma una bolla dogmatica che incomincia: Auctorem Fidei, nella quale condannò le dottrine del vescovo Ricci, e del suo Sinodo di Pistoia. Quel Sinodo aveva ordinata una cauta Riforma cattolica, e fra le altre cose voleva che il popolo leggesse la Bibbia, e che le pubbliche preghiere fossero fatte in lingua volgare, affinché il popolo sapesse quello che diceva quando pregava. Pio VI condanna, come temeraria, offensiva alle pie orecchie, e contumeliosa alla Chiesa, quella dottrina del Sinodo, la quale voleva che la liturgia fosse più semplice ed in lingua volgare. Colla stessa censura è condannata in quella bolla la dottrina del Sinodo che dice, non esservi che l' impotenza che possa scusare dal leggere le S. Scritture.

I papi Clemente VIII e Gregorio XIII avevano approvata una versione della Bibbia in lingua polacca, fatta dal padre Wuick Gesuita sotto la direzione dell'arcivescovo Karnkowski. Una versione fatta da un Gesuita, approvata da due papi, pareva che dovesse essere sicura dalle censure di Roma; non fu così. Al principio di questo secolo, l' arcivescovo di Niesen permetteva che il popolo leggesse quella Bibbia, anzi ne incoraggiava la lettura: papa Pio VII, il 29 giugno 1816, in un breve a quell' arcivescovo, lo rimproverava aspramente per tal sua condotta, e parlando della versione della Bibbia in lingua volgare dice che essa è "la più maligna delle invenzioni, una peste, la distruzione della fede, il più gran pericolo per le anime… un nuovo genere di zizzania seminata dal nemico, un' empia cospirazione dei novatori, la rovina di nostra santa religione."

Il 23 settembre dello stesso anno 1816, Pio VII scrisse un breve all' arcivescovo di Mohilew. Quell' arcivescovo si era permesso di far buona accoglienza alla Società Biblica, e lasciar che essa vendesse le Bibbie nella sua diocesi. Il papa gli scrive così: "Siamo stati grandemente e profondamente addolorati, nell' avere conosciuto il funesto progetto, fino ad ora incognito, di spargere da per tutto la Bibbia nelle lingue volgari... ma la nostra afflizione è stata infinitamente maggiore, nel vedere alcune lettere scritte a nome della tua Fraternità, nelle quali esorti i popoli affidati alla tua cura, a comperare codeste Bibbie, ad accettarle volentieri se offerte gratuitamente, ed a studiarle con attenzione ed assiduità. Nulla al certo poteva accaderci di più doloroso che di vederti divenuto una pietra d'inciampo, tu che avresti dovuto domandare la grazia di mostrare ad altri la via della giustizia."

Dopo Pio VII, è venuta la moda che ogni papa nella sua prima Enciclica grida contro la Società Biblica, e richiama in vigore la quarta regola dell' Indice nella quale se ne proibisce la lettura. Così han fatto Leone XII, Pio VIII, Gregorio XVI, e Pio IX; e così faranno i papi avvenire, se ve ne saranno. Dopo tali fatti, vi vuole una sfacciataggine incomprensibile per dire quello che dicono i preti che, cioè, non è vero che la Chiesa romana proibisce la lettura della Bibbia.

I preti però per imporre agl' ignoranti dicono che la Chiesa romana proibisce non la lettura della Bibbia vera, ma la lettura della Bibbia falsa, cioè di quelle Bibbie tradotte dai Protestanti.

I documenti che abbiamo addotti dimostrano evidentemente la falsità di questa asserzione pretina. Il Concilio di Tolosa proibisce la lettura della Bibbia trecento anni prima che esistessero i Protestanti, proibisce la lettura delle ore della Beata Vergine che non sono mai state in uso fra i Protestanti. La quarta regola dell' Indice proibisce espressamente le Bibbie anche tradotte da autori cattolici; e tutti i papi nelle loro proibizioni richiamano in vigore la regola quarta dell'indice. La Società Biblica stampa la traduzione cattolica di Sacy, quella spagnuola del vescovo di Segovia, quella italiana di monsignor Martini, e il papa condanna la Società Biblica e tutte le sue traduzioni.

Qui però si presenterà alla mente dei nostri lettori un fatto che sembra contrario alle nostre asserzioni. La Bibbia di Martini si è stampata, e si stampa spesso in Italia; non vi è libraio che non l'abbia, ed i preti non fanno la più piccola opposizione; anzi, nel 1854, l' arcivescovo di Firenze in una sua pastorale raccomandò la lettura della Bibbia del Martini. Come dunque, ci si dirà, questi fatti possono conciliarsi colla proibizione delle versioni cattoliche?

Veramente non apparterrebbe a noi spiegare le contradizioni dei preti; i decreti che noi abbiamo citati sono incontestabili, il fatto della Bibbia del Martini è anche vero; i decreti di proibizione non sono stati tolti: spetta dunque ai preti lo spiegare come la loro Chiesa approva e proibisce la lettura dello stesso libro, come vescovi e papi condannano all' inferno coloro che leggeranno la Bibbia tradotta anche da autori cattolici, ed eccitano poi i Cattolici a leggere quel libro. Potremmo domandare ai preti, che ci favoriscano dire quando dobbiamo crederli.

Ma non è nostro scopo confondere i preti; noi tendiamo ad istruire il popolo, e perciò daremo la spiegazione di questo strano fatto.

Papa Pio VI, il 16 aprile 1778, scrive un breve a Martini sulla sua recente traduzione della Bibbia, e lo loda moltissimo per quell' opera, sebbene confessi non averla ancor letta. Dice in quel breve che i libri divini della S. Scrittura, sono quei fonti ai quali dev' essere a ciascuno facile ed aperto l'accesso. Ma lo stesso papa, pochi anni dopo nella bolla dogmatica che abbiamo di sopra citata, vieta assolutamente ed espressamente la lettura della Bibbia. Nel breve parlava di suo proprio impulso, scriveva una lettera di complimento; ma nella bolla dogmatica parlava come papa, e come papa chiudeva quei fonti che, come particolare, voleva aperti a tutti. Un decreto della Congregazione dell' Indice, del 17 gennaio 1820, condanna una edizione del Nuovo Testamento di Martini fatta a Livorno senza note per renderla meno costosa. Ecco dunque la chiave dell'enigma: Pio VII e Leone XII chiamano le Bibbie senza note una peste, un veleno, un pasolo mortale, e perciò sono proibite. Dunque, secondo i papi, la Parola di Dio è veleno, la parola dell'uomo cioè le note sono il contravveleno. Dio con la sua parola ucciderebbe, se non fosse il prete che neutralizzasse con le sue note il veleno della parola di Dio. Queste sono bestemmie tali, che dovrebbero fare orrore a Satana stesso.

La quarta regola dell' Indice dice che la lettura della Bibbia è proibita, perchè da essa ne viene più male che bene. Anche questa ci sembra un' orribile bestemmia. Dio dunque ci avrebbe dato la sua Parola per perderci, i soli preti ci darebbero la loro per salvarci.

Prima di finire questa nota, vogliamo brevemente osservare, ma senza malignità, il perchè i preti abbian tanto paura della Bibbia da proibirne la lettura ai laici; e, senza andare a cercare le ragioni che ne dànno i controversisti, citiamo quello che ne dicono alcuni preti. Nella biblioteca imperiale di Parigi esiste un prezioso documento (in foglio B. N. 1088, vol. 2 pag. 641-650); esso porta il titolo: Avvisi sopra i mezzi più opportuni a sostenere la Chiesa romana. Il documento è in latino, ma prima di tradurre la parte che riguarda il nostro tema, ne daremo un cenno storico. NeI 1553, papa Giulio III, non sapendo quali ostacoli opporre al progresso della Riforma religiosa, sentiva vacillarsi sul capo il triregno. Allora pensò saviamente a prendere dei provvedimenti. Fece riunire in Bologna i tre più dotti vescovi di quel tempo, col mandato di consultare con tutta serietà, e proporre poi al papa i rimedi che avrebbero giudicati opportuni per salvare la curia romana. I prelati, dopo lunga deliberazione, presentarono al papa uno scritto da loro firmato che conteneva il risultato delle loro deliberazioni. Quel lungo scritto finisce con queste parole: "Finalmente (fra tutti i consigli che noi possiamo dare a V. B., abbiamo lasciato per ultimo il più necessario) in questo debbono bene aprirsi gli occhi, e debbono farsi tutti gli sforzi, acciò per quanto meno si possa si permetta la lettura del Vangelo, specialmente in lingua volgare, in tutti quei paesi che sono sotto la vostra giurisdizione. Basti quel pochissimo che suol leggersi nella messa nè più di quello sia permesso di leggere a chicchessia. Fino che gli uomini si contentarono di quel poco, gl' interessi della Santità Vostra prosperarono, ma quando si volle leggere più oltre, allora incominciarono a decadere. Quel libro insomma è quello che più di ogni altro ha suscitati contro noi quei turbini, e quelle tempeste per le quali è mancato poco che non fossimo interamente perduti. Ed in vero, se qualcuno lo esamina diligentemente, e poi confronta le istruzioni della Bibbia con quello che si fa nelle nostre chiese, si avvedrà tosto della discordanza, e vedrà la nostra dottrina molte volte diversa e più spesso ancora ad essa contraria; la qual cosa se si comprendesse dal popolo, non cesserebbe di reclamare contro di noi, fino a tanto che non sia il tutto divulgato, ed allora diverremmo l'oggetto del dispregio e dell' odio universale. Però bisogna sottrarre la Bibbia alla vista del popolo, ma con grande cautela per non suscitare tumulti.

"Bononioe, 20 Octobris 1553.

VINCENTIUS DE DURANTIBUS, Episc. Thermulorum Brisciensis.

EGIDIUS FALCETA, Episc. Caprulen.

GHERARDUS BUSDRAGUS, Episc. Thessalon."

Questo documento spiega tutto.

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