Roma Papale, descritta in una serie di lettere con note, da Luigi De Sanctis (1882)

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Lettera Diciottesima

La Conversione

Enrico ad Eugenio

Roma, Maggio 1849.

Mio caro Eugenio,

Tale e tanta era la mia consolazione nel trovarmi possessore di una Bibbia, che io non capiva più in me stesso, non mi sentiva più solo, mi pareva di conversare con Dio potendo leggere la sua Parola; mi gettai su quella Bibbia, e tutto il resto di quella giornata non feci che leggere, ma senza trarne alcun profitto, perchè, piuttosto che leggere, divorava quelle pagine, saltando di qua e di là, senza alcun ordine, e senza riflessione. Nella notte, meditava su quello che avea letto; ma la mia mente era arida e confusa. Come un affamato che si getta avidamente sul cibo desiderato, ne divora quanto più può e non ne ritrae nutrimento, ma indigestione e malessere, così quell’ indigesta lettura avea prodotto in me più male che bene. Meditando su tale sconcio, mi determinai a leggere la Bibbia con preghiera, con ordine, con riflessione, come si conviene ad un libro che è Parola di Dio. Allo spuntare del giorno mi levai, ed incominciai con fervorosa preghiera, domandando a Dio che mi guidasse per il suo Santo Spirito in quella lettura.

Ti ho detto che la Bibbia che mi fu data era la Volgata latina, era un’ edizione in 4° di Venezia, stampata nel 1733 per Niccolò Pezzana. Apro quella Bibbia per leggere la prefazione, e vi trovo riportata la prefazione dell’ edizione romana che lessi con attenzione, e vi trovai queste parole che valgono più di qualunque controversia per dimostrare che la Volgata è falsificata. Ti traduco letteralmente dal latino quelle parole: "In questa volgatissima lezione,

siccome alcune cose sono state a bello studio cambiate; così ancora molte altre che doveano esser cambiate, sono state a bello studio lasciate come erano (Nota 1 - La Volgata). Questa prefazione romana è stata fatta da Papa Clemente VIII autore della Volgata." Quel Papa stesso dichiara che quella versione è l’unica autentica, l’unica che debba fare autorità, e frattanto dichiara che quella versione è piena di errori volontari. Questa scoperta mi maravigliò immensamente: io non credeva a me stesso, non poteva comprendere come un Papa facesse una tale confessione, e come, dopo tale confessione di un Papa, i preti fossero così audaci di sostenere che la loro Bibbia è la vera e che i protestanti calunniano quando la dicono falsificata.

Vedendo che nella lettura delle prefazioni trovava dello cose interessanti, continuai a leggere tutte le diverse prefazioni che erano nella Bibbia, e trovai, nella prefazione di S. Girolamo, delle cose interessantissime, specialmente per quello che riguarda i libri apocrifi dal Concilio di Trento dichiarati canonici. Sono riportate le prefazioni che S. Girolamo premette a tutti i libri che traduceva: per esempio, nella prefazione al libro di Tobia, S. Girolamo niega la canonicità di esso. Toglie dai libri canonici il libro di Giuditta, nella prefazione che fa alla traduzione di quel libro: nella prefazione alla profezia di Geremia dice di non aver tradotto il libro di Baruc, perché è apocrifo: nella prefazione al libro di Daniele, dice che l’istoria di Susanna, l’inno de’ tre Fanciulli, e le favole di Belo e del Dragone, che il Concilio di Trento ha dichiarate canoniche, sono apocrife. Nella prefazione ai libri di Salomone, dichiara che i libri della Sapienza e dell’ Ecclesiastico sono apocrifi.

La lettura di queste prefazioni mi fece conoscere che S. Girolamo, il quale è chiamato dalla Chiesa romana il massimo fra i dottori, credeva quello che credono i Protestanti intorno ai libri canonici ed apocrifi, e contraddiceva al decreto del Concilio di Trento.

Fra queste prefazioni, trovo il decreto della sessione IV del Concilio di Trento che mette fra i libri canonici tutti quei libri che S. Girolamo ha dichiarati apocrifi. Il decreto finisce con un solenne anatema fulminato contro tutti coloro i quali dicessero che quei libri non sono canonici. Ed ecco che nelle stesse prefazioni non solo vi troviamo una flagrante contraddizione, ma vi troviamo S. Girolamo scomunicato da quella Chiesa stessa che lo dichiara il più grande dei suoi dottori (Nota 2 - Libri apocrifi).

Quello che poi mi colpì più di ogni altra cosa fu di trovare nella mia Bibbia, dopo tutte le prefazioni, una raccolta di diciotto passi biblici che ordinano al popolo la lettura della Parola di Dio (Nota 3 - Lettura della Bibbia). Questo mi fece conoscere quanto la Chiesa romana è in contraddizione con Dio e con sè stessa, quando vieta la lettura della Bibbia.

Lette tutte le prefazioni, mi posi a riflettere come mai la Chiesa romana potesse cadere in così patente contraddizione; come mai i dotti teologi, che pur ve ne sono in quella Chiesa, fossero così sciocchi di non vedere quelle contraddizioni, e così di mala fede nel negarle. Tai questioni imbarazzavano la mia mente, e, mentre stava così pensando, apro come a caso la mia Bibbia, e mi capita sotto gli occhi il versetto 10 del cap. II della II ai Tessalonicesi: "Poichè non han ricevuto l' amor della verità per essere salvati; perciò Iddio manderà loro efficacia di errore, per credere alla menzogna." Questa parola dello Spirito Santo rispose a tutte le mie questioni, e compresi tutto: il sig. Pasquali non avrebbe fatto in un anno quello che fece su di me in un momento la Parola di Dio. Fui convinto che per giusto giudizio di Dio la Chiesa romana era stata colpita di efficacia di errore per credere alla menzogna, conobbi chiaramente che era impossibile cercare in essa la verità: preso dunque Dio a mia guida, mi gettai genuflesso a pregare, e ripeteva la preghiera di Saulo di Tarso: "Signore, cosa vuoi tu che io faccia?" mi levo dalla preghiera ed incomincio a leggere nella mia Bibbia la lettera di S. Paolo ai Romani.

Giunto al versetto 16 del primo capitolo, mi arrestai per la profonda impressione che quelle parole fecero su di me. "Il Vangelo è la potenza di Dio in salute ad ogni credente" (Nota 4 - Cosa è il vangelo). La fede dunque, diceva a me stesso, è l’ unica condizione che Dio ha posta alla mia salvezza (Nota 5 - Fede ed opere); se io credo solamente, avrò in me per il Vangelo tutta la potenza di Dio.

Seguo la lettura di quella lettera, e trovo sempre più confermata questa verità, che l' unico mezzo di salute è la fede, che niuna carne sarà giustificata dinanzi a Dio per l’opere della legge; che Abramo credette a Dio, e ciò gli fu imputato a giustizia: e così lessi tante e tante altre dichiarazioni che sono in quell’ epistola, e che tu ben conosci, le quali stabiliscono perentoriamente la giustificazione dell’ uomo essere opera di Dio, e non dell’ uomo, ma che l' uomo riceve per mezzo della fede.

Pensai allora di scrivere i passi più importanti della Bibbia sulle dottrine essenziali, per averli poi sempre dinanzi agli occhi, quando la Bibbia mi sarebbe stata tolta; e siccome non potea disporre dei pochi fogli di carta, così parte di quei passi li scriveva sul rovescio della mia tavola con la penna, altri ne scriveva sulla parete con la punta di un piccolo chiodo che a gran fatica avea tirato dalle mie scarpe.

Il giorno dopo, decisi di voler leggere per ordine tutto il Nuovo Testamento. Per non dilungarmi di molto, non ti starò a raccontare tutte le impressioni che ricevei in quella lettura benedetta da Dio: ti dirò soltanto che la dottrina della rigenerazione, descritta da Gesù Cristo stesso nel capo III dell’ Evangelo di S. Giovanni, mi fece una tale impressione, mi aprì gli occhi in modo, che allora soltanto capii cosa era il Cristianesimo. Io mi era fatta un’ idea che il Cristianesimo consistesse in una professione di fede pura e secondo la Bibbia, in un culto spirituale ed in una morale sana; ma dalla lettura di quel capitolo conobbi che queste cose non bastano, per essere veramente Cristiano, ma che vi bisogna la nuova nascita, la morte dell' uomo vecchio, e la nascita dell' uomo nuovo creato secondo Dio in giustizia e santità; e posso dirti con sincerità, che fin da quel momento, Dio mi fece la grazia di farmi sentire che quel cambiamento era stato operato in me, e che Gesù Cristo era stato innestato nel mio cuore per la fede. Fino allora era convinto che la Chiesa romana è nell' errore, ma allora sentiva che Cristo, Via, Verità e Vita, era nel mio cuore. Le discussioni del Sig. Pasquali avevano aperta la mia mente, le scoperte che avea fatte nella mia Bibbia avevano illuminato il mio intelletto, ma il mio cuore era ancora nell’ angustia: allora compresi perfettamente che si può conoscere tutta quanta la verità senza però essere veramente convertito, e che la conversione accade quando si opera in noi la nuova nascita. Allora sentii la pace nel mio cuore, non sentiva più che leggermente il peso delle privazioni: la mia delizia era la preghiera, la mia prigione non era più per me un tormento, perchè aveva in me il mio Salvatore, per il nome del quale soffriva.

Così passarono dieci giorni, nei quali lessi quasi tutt’ intiera la Bibbia: vi feci sopra molte riflessioni, e la mia conversione fu compiuta.

Il decimo giorno, tornò il Padre N. e mi domandò se ero convinto dei miei errori, ovvero se avessi ancora delle difficoltà. E qui debbo confessarti una mia azione che non fu secondo la semplicità che si addice ai veri discepoli di Cristo: io volli usare un gesuitismo per ingannare, se mi fosse stato possibile, i Gesuiti. Risposi al Padre N. che non mi rimaneva più alcuna difficoltà, che Iddio avea operata in me la completa mia conversione, e che desiderava ardentemente fare una pubblica abiura dei miei errori.

Io credeva con questo mezzo di ottenere di essere condotto in pubblico, per esempio in una chiesa, per fare la mia abiura, ed allora mia intenzione era di abiurare pubblicamente gli errori della Chiesa romana, e dichiararmi Cristiano Evangelico, ne avvenisse quello che poteva avvenirne. Ma il Padre N. mi disse che non era quello il modo di fare la pubblica abiura a voce, ma che la pratica del S. Tribunale porta che l’ abiura si fa per scritto, si legge stando inginocchiati dinanzi al Padre Inquisitore, si firma, e poi, se si vuole, si pubblica in qualche giornale religioso. Il Padre N. aggiunse che egli, prevedendo la mia docilità, avea portata con sè la formula della mia abiura, che io non avea che a firmarla e il giorno dopo sarebbe stata letta solennemente innanzi l’ Inquisitore.

Mi presentò allora un foglio acciò lo leggessi e lo firmassi.

Io, senza leggerlo, lo stracciai e lo gettai in terra, e dissi chiaramente, che l’ abiura che io intendeva di fare in pubblico, era l’ abiura degli errori di Roma.

Quel pover’ uomo restò annientato, per alcuni minuti si restò in silenzio, poi mi disse: "Figliuol mio, voi siete perduto, Satana vi ha acciecato;" io allora aprii la Bibbia, e posi sotto gli occhi del Padre N. queste parole del cap. VI della lettera agli Ebrei: ‘‘È impossibile che coloro che sono stati illuminati, e che hanno gustato il dono celeste, e sono stati fatti partecipi dello Spirito Santo... se caggiono, sieno da capo rinnovati a penitenza; perciocchè di nuovo crocifiggono a sè stessi il Figliuolo di Dio e lo espongono all’infamia."

Lessi queste parole in tuono posato e solenne, poscia, fissando gli occhi sopra di lui, gli dissi: "Sapete voi di chi parla in questo luogo lo Spirito Santo? Sapete voi sopra chi è pronunciata una così terribile sentenza?" Il suo viso divenne rosso livido, i suoi occhi si abbassarono in terra, e non rispose alla mia interrogazione: onde io continuai con gran forza, e dissi: "Lo Spirito Santo parla di coloro che dopo aver conosciuta la verità tal quale essa si trova nel Vangelo, vi hanno rinunziato; parla di me, se fossi talmente vile ed iniquo per rinnegare la verità che ho conosciuta; parla di voi, Padre N., che dopo aver conosciuta la verità l’avete abbandonata per abbracciare l’errore. La vostra sentenza è pronunciata, ed invece d’ occuparvi a pervertire gli altri, occupatevi a provvedere alla vostra coscienza."

Gli occhi di quell’ uomo scintillavano per la rabbia, non mi rispose nulla; ma uscì immediatamente dalla mia prigione, borbottando non so quali parole in inglese. Alcuni minuti dopo venne il carceriere facendosi segni di croce, mi tolse la Bibbia, la carta ed il calamaio; ma non potè togliermi la pace del cuore che avea trovata nel mio Salvatore.

Da quel momento in poi non sono stato più esaminato, non ho veduto altro viso che il viso truce del carceriere, non ho inteso da lui altra parola se non che questa: "Ritrattazione o morte."

Intanto che io passava nella prigione il mio tempo felicemente, il rovescio della mia tavola tutto pieno di passi di Bibbia mi forniva la materia alle più dolci meditazioni; la preghiera occupava un’altra porzione del mio tempo. Ma quello che è rimarchevole si è che io vedeva nella mia prigione verificata a puntino quella parola di Dio che dice, che coloro che sono rigenerati non han bisogno che nessuno gli insegni, imperciocchè l’ unzione dello Spirito Santo insegna loro ogni cosa (S. Giov. II, 27). Io vedeva in me evidentemente l’opera del Signore; richiamava alla mia memoria le dottrine della teologia romana per esaminarle, ed immediatamente si presentava alla mia mente un qualche passo della Bibbia che m’ insegnava l’ opposta dottrina evangelica. Per esempio, esaminava la dottrina del Concilio di Trento, la quale dice che la Bibbia non contiene tutto quello che è necessario a salvezza, ed immediatamente mi si faceva innanzi il passo di S. Paolo (2 Tim. III, 15): "Le sacre lettere ti possono rendere savio a salute, per la fede che è in Gesù Cristo." Se veniva alla mia mente la dottrina dell’ oscurità della Bibbia, mi ricordava quel passo di S. Paolo (2 Cor. IV, 3): "Se il nostro Evangelio ancora è coperto, egli è coperto tra quei che periscono, fra i quali l’iddio di questo secolo ha accecato le menti degl’ increduli, acciocchè la luce dell’Evangelo della gloria di Cristo non risplenda loro." Qualche volta si affacciava alla mia mente lo scrupolo di avere abbandonata la Chiesa romana, e questo scrupolo qualche volta mi agitava alquanto, però mi pareva sentirmi risuonare all’ orecchio quella voce celeste che dice:

"Uscite di essa, o popol mio, acciocchè non siate partecipi dei suoi peccati e non riceviate delle sue piaghe." In una parola, ad ogni difficoltà che mi si faceva innanzi, sentiva venirmi alla mente un passo della Parola di Dio: quindi venti mesi di meditazione e di preghiera nella prigione mi han servito, io credo, assai meglio per l’intelligenza della Bibbia, che se fossi stato venti anni in una scuola di teologia.

Eccoti, mio caro Eugenio, in poche parole, l' istoria della mia conversione. Ma non sono stato io solo che abbia ricevuto da Dio un sì gran beneficio: il signor Manson anch' egli ha lasciato il Puseismo, ed è divenuto un Cristiano evangelico; il Sig. Sweeteman è divenuto un giovane zelantissimo e serio; il Sig. Pasquali è stato l’ istrumento della loro conversione. Sono pochi momenti che ho riabbracciati questi tre cari fratelli che sono ritornati da un viaggio d’ Oriente. Nella prossima lettera, ti parlerò dell’ imprigionamento e della liberazione del buon Pasquali: anch’ egli ha dovuto molto soffrire; ma Dio è stato sempre con lui e lo ha liberato. Credimi

Il tuo affezionatissimo
Enrico.
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Note alla Lettera diciottesima
  1. La Volgata
  2. Libri apocrifi
  3. Lettura della Bibbia
  4. Cosa è il vangelo
  5. Fede ed opere
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Pagina completa; prima pubblicazione: 28 ottobre 2004;
ultimo aggiornamento:2007;
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