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Forni. – Descrizione del S. Uffizio

Nota 9. alla lettera tredicesima di Roma Papale 1882

Nella nota VII abbiamo già parlato di questi forni. Noi siamo certi di non aver nulla esagerato; ma siccome le cose di quell'empio tribunale sono al di sopra della umana malizia, così crediamo nostro dovere corroborare quello che abbiamo detto con tre testimonianze uniformi venute da Roma da testimoni oculari.

La prima sia la testimonianza del Contemporaneo, giornale che si pubblicava in Roma nel tempo della distruzione del S. uffizio, e che parla in que' giorni in cui il S. Uffizio era aperto a tutti, e tutti correvano a verificare co' propri occhi. Il Contemporaneo dunque del 7 aprile 1849 dice così:

"Ci mancherebbe il tempo e lo spazio nelle colonne del giornale, se si volessero da noi riunire e pubblicare tutte le prove che abbiamo in mano per dimostrare la religione di Cristo, la più pura e la più umile fra le religioni, esser stata tenuta dai nostri sacerdoti dominatori dello Stato romano come mezzo per acquistare ricchezze e possanza, come pretesto per opprimere i popoli e spegnere in essi ogni germe di libertà. Pure non lasceremo di tempo in tempo di mettere in luce alcuni fatti che sono argomenti irresistibili di quanto dicemmo, e molti di questi fatti ci sono somministrati oggi dalle carte trovate nel locale là dove dimorava la S. Inquisizione, abbenchè siano esse ridotte a poca cosa, avendo avuto tempo i reverendi padri di bruciare o di nascondere i documenti più importanti; della qual cosa non ci mancano prove.

"Si era detto che la S. Inquisizione non era oggi più quel tribunale a cui un tempo sembrava lecito e santo ogni mezzo che fosse buono a scoprire i secreti degli individui e delle famiglie, per aver motivi di togliere e libertà e sostanze e vita senza forme legali, e col più infame despotismo, a coloro che credeva suoi nemici. Erano voci sparse ad arte per far credere che il S. Uffizio dormiva e che stava là come una memoria di una potenza caduta; quel tribunale esisteva ancora in tutta la sua forza, aveva i suoi delatori, i suoi famigliari; si serviva senza scrupolo di tutti i mezzi e perfino delle confessioni per arrivare al suo scopo, andava di accordo col governo come ai tempi antichi, lo serviva fedelmente, e queste due potenze si cambiavano vicendevolmente i complimenti e i favori. Vi era solo una qualche variazione nel genere delle pretese colpe che si cercavano e che si punivano. Nei secoli scorsi i perseguitati erano gli eretici e gli Ebrei; oggi tutte le cure dei reverendi padri erano rivolte a scuoprire i così detti settari, ossia gli uomini che congiuravano per ottenere la libertà e l'indipendenza della loro patria.

"I cardinali non erano così stolti da non associarsi il possente aiuto dell'Inquisizione nelle attive ricerche che facevano contro i liberali, e questa li serviva a meraviglia col pagare i delatori, coll'intimorire le coscienze, col forzare a parlare i moribondi, con tutte quella arti insomma di cui si serviva l'antica Inquisizione per iscoprire gli eretici onde gustare il barbaro piacere di bruciarli. La Inquisizione oggi non torturava, non bruciava, è vero; ma rimetteva la punizione ai tribunali straordinari, e se le condanne di quei giudici infami erano degne della S. Inquisizione ce lo dicano le pene del carcere sofferte da tanti liberali, e gli esilii, e le morti crudeli, e quei tormenti morali che sono superiori assai ai tormenti fisici.

"In data del 15 luglio 1828 il Cardinal Bernetti scriveva al reverendiss. P. Commissario del S. Uffizio una lettera in cui dopo averlo avvertito che certe relazioni ricevute per via diplomatica gli facevano credere all'esistenza di alcuni settari, aggiungeva le seguenti parole:

"Dovendosi preferire in questa natura d'indagini la via di codesto S. Tribunale a quella della Polizia generale, il Cardinale sottoscritto si permette pregare V. S. Rma. a volersene occupare, ed a partecipargli in seguito il risultato delle scoperte ch'ella sarà per fare, onde procederà di concerto alla scelta degli opportuni ripari."

Dopo questo grazioso invito del cardinal Segretario di Stato, la S. Inquisizione raddoppiava il suo zelo, e metteva in opera ogni mezzo di corruzione per appagare le devote brame di S. Eminenza. Molti ed importanti servigi aveva reso quel tribunale al governo fin da quando fu condotto il papa in Roma dalle potenze alleate; lo provano molti documenti che attestano lo zelo dei Domenicani e le scoperte fatte da essi, ma dopo quella lettera i beneficii resi dall' Inquisizione alla Segreteria di Stato crebbero in modo che può asserirsi la maggior parte dei liberali in Roma e nelle province esser stati accusati dai padri inquisitori prima che la polizia ne avesse alcun sentore.

"I due mezzi di cui si servivano erano le delazioni e le confessioni. È vergognosa cosa il dirlo, ma grande fu il numero dei vili che correvano ad accusare i loro compagni. Restino sepolti i loro nomi, e se a costoro arriva il nostro giornale li punisca il rimorso, sola pena che la generosa indole dei liberali vorrà dare ad essi.

"Il mezzo però che si usava a preferenza era lo spavento di una pena eterna, portato nelle anime timorose quando andavano ad accusarsi delle loro colpe, se non rivelavano i nomi dei loro compagni.

"Di quest'arme si faceva grande uso dai confessori in quelli estremi momenti della vita umana in cui lo spirito affievolito e vacillante torna ad essere bambino e cede ad ogn'insinuazione; e in quelle ultime ore di vita, in cui la legge domanda tante e tante cautele perchè sia tenuto per valido un testamento, bastava l'assertiva di un confessore, interessato a farsi onore coi suoi superiori, per render valida l'accusa di un moribondo, accusa che sarà stata bastevole moltissime volte per ruinare tanti onesti cittadini e tante famiglie.

"Fra i nomi rivelati in questi modi si trovano quasi tutti i liberali che hanno sofferto il carcere e l'esilio. Spesso il confessore che rivela le accuse fatte dai moribondi dimentica di porre la solita formula che dice esser stato egli autorizzato a rivelare la confessione dal moribondo.

"Così un certo cappuccino, confessore in uno degli ultimi anni dei detenuti politici nel forte di Civita Castellana, riferisce al vescovo una denunzia contro nove individui fattagli da un condannato moribondo, e il vescovo la rimette al S. Uffizio che secondo il solito la passava alla Segreteria di Stato.

"La smania degl'inquisitori nelle province d'inviare le denunzie ai capi del S. Uffizio in Roma per farsi un merito era così grande che un certo inquisitore di Pesaro inviò in tutta fretta nel 1845 a Roma una copia di alcuni statuti rimessi a lui da un patentato del S. Tribunale, vantandosi di aver fatta la scoperta di una nuova società liberale, la quale aveva per iscopo di far soci in tutto l'orbe ed allettarli con diplomi di onore.

"Quegli statuti erano scritti in francese, e quella bestia d'inquisitore, che non conosceva quella lingua, aveva preso per una secreta società liberale una società di beneficenza istituita in Francia dai nazionali di tutti i paesi per soccorrere i poveri sventurati stranieri che si trovavano in quel regno.

"A quelli statuti era annessa una lunga lista di molte centinaia di soci, fra i quali gli ambasciatori e i consoli di tutte le nazioni.

"È facile il figurarsi la santa gioia del P. Inquisitore nel vedere tanti nomi che egli poteva accusare come ascritti ad una società segreta degna di forca e di galera.

"Vengano ora e la Spagna che ha tanto sofferto per la crudeltà della sua inquisizione e che spinta da un giusto furore bruciò e devastò tutti i conventi dei Domenicani, e la Francia che fu la prima ad alzare la voce contro l'abuso infame che a nome di un Dio di pace si faceva dai crudeli di una religione data agli uomini per la loro felicità, vengono a ricondurre in Roma il dominio temporale dei papi da cui non possono andar disgiunti e i cardinali e i prelati e gl'Inquisitori e tutti coloro infine che han fatto un mercato nel tempio. Se la loro pietà non è ipocrisia, se il loro amore per il pontefice non è menzogna, tolgano ogni speranza ai preti romani di dominare e di arricchirsi, e la religione allora tornerà a fiorire, e il Vangelo tornerà ad essere lo scudo degli oppressi e lo spavento degli oppressori."

Sia il nostro secondo testimone il corrispondente romano del giornale francese Les Archives Evangéliques, il quale come testimone oculare dice:

"J'étais present lorsqu'on commença la visite des cachots du St. Office: j'ai été frappé d'horreur en voyant ce que j'ai vu, en touchant du doigt ce que j'ai touché… Une rangée de cachots fermés de grosses barres de fer formaient le rez-de-chaussée d'une cour carrée… A l'aide d'un passage pratiqué à gauche, on atteint une petite cour intérieure, sur laquelle donnait un triple étage de petits cachots… qui étaient désignés pour servir de logement à 60 prisonniers. Il parait que ces cachots ne suffisaient pas toujours, car derrière la cour il y en avait une rangée supplémentaire… On remaquait dans chacune de ces cellules un énorme anneau de fer, tantôt scellé dans le mur, et tantôt dans une grande pierre enchâssée dans le sol. Une foule d'inscriptions à demi-effacées, se lisent encore sur les murailles de ces cachots: l'une d'entr'elles est ainsi conçue: Le caprice et la mechanceté de l'homme ne parviendont pas à me sépàrer de ton Eglise, o Christ, ma seule espérance! L'officier de garde me conduisit dans un passage inférieur ou les ouvriers foullaient des cachots souterrains. Ils venaient de dégager un escalier encombré de ruines, et ils étaient parvenus à des cellules voutées plus profondes encore… Nous aperçumes dans les enfoncements de la muraille cinq squellettes qui y avaient été placés il y a au moins un siècle et demi. Dans une autre salle, dont le sol était jonché d'ossements et de crânes humains, on voyait un pieu d'environ quatre pieds carrés qui s'élevait perpendiculairment jusqu'au premier étage de l'édifice et se terminait à un corridor conduisant de la salle du tribunal à une rangée d'appartements destinés à l'un des membres du St. Office. Sous ce passage, se trouvait une trappe dont on comprend facilement l'usage. Le sol du cachot inférieur était composé d'une poussière humaine, dans laquelle je trouvai une longue méche soyeuse de cheveux. Nous vîmes, encore deux grands fours, de la forme de deux immenses ruches: ils étaint remplis d'ossements calcinés… Je ne sais si vous accorderez quelqu'intérêt à cette page;… quat à moi, si je n'avais pas vu ces choses de mes propres yeux, je ne me serais jamais douté de rencontrer un tel spectacle dans les bâtiments du Saint Office, dont les descriptions exagerées par l'esprit de parti, me paraissaient sujettes à caution."

Non abbiamo tradotta questa testimonianza, perchè non perdesse nulla della sua forza.

Nostro terzo testimonio sia il corrispondente romano della Presse. Ecco le due lettere che egli scrisse nella circostanza della distruzione del S. Uffizio, che furono poi tradotte e pubblicate in italiano.

I. Vicino alla piazza del Vaticano, frammezzo la basilica di San Pietro e'l castello Sant'Angelo, frammezzo l'altare del Cristo ed un mausoleo convertito in carcere dai preti del Cristo, una contrada esiste, che porta un nome funesto, LA CONTRADA DELL'INQUISIZIONE. Ivi è che risiedeva il famoso tribunale che l'altare usò a sgabello del patibolo.

Li quattro aprile 1849 fu dal governo della Repubblica decretato, che sarebbero le fabbriche del Santo Uffizio converse in abituri per famiglie povere la cui stanza attuale troppo ristretta fosse od insalubre.

Le porte che, per tre secoli, aperte non si erano che alle vittime del sospetto, che ai martiri della coscienza, all'onda popolaresca allora cedettero.

Fu l'edificio della Santa Inquisizione romana costrutto in parte circa la metà del secolo decimosesto; è il rimanente un frammento d'architettura semplice e severa quanto lo concedeva l'epoca in cui venne costrutto, epoca che, serbando ancora un vestigio della morente popolare grandezza, andava splendidamente declinando verso la barbarie dell'arte.

Nè dal complesso, nè dai dettagli della costruzione apparente ed esterna, nè punto nè poco rilevasi la destinazione di esso. Altre volte lo chiamava il popolo la prigione dei Luterani e pretendono gli archeologi, le fondamenta di quel tristo edificio posare sulle sepolte rovine dell'antico circo di Nerone, là dove furono tanti Cristiani da belve feroci sbranati.

Può la fabbrica maestra dividersi in tre parti, le quali nell'esterna loro forma presentano due rettangoli ad un trapezio insieme accoppiati; è intieramente separata dagli edifici che l'attorniano, allo scopo per certo di togliere ad ogni profano osservatore la facoltà di penetrare i segreti del tribunale.

La prima parte rettangolare, che mette sulla contrada, apparteneva ad un cardinale, ma la erogò Pio V all'Inquisizione con l'aggiunta di parecchie cellule. Si compone questa parte di due piani di colonne d'ordine toscano, e non offre sulla sua facciata veruna altra ornatura.

La seconda parte, costrutta dopo la prima e nello stesso stile, non ne differisce che per le sue proporzioni che sono minori, e per una maggior semplicità. Era originalmente composta di due piani a colonne; ma circa la metà del secolo decimosettimo fu il piano interno murato esteriormente, allo scopo di costruirne nuove prigioni, probabilmente per essere stata a questa medesima epoca abbandonata una parte delle sotterranee segrete.

Era il resto particolarmente erogato ai famigli del Santo Uffizio, e non vi penetrava nissuno. Alla medesima destinazione, con tutta probabilità, era fatata la terza parte dell'edificio, che mai non fu terminata. Manca affatto l'ala sinistra, ma interseca una grossa ed alta muraglia trasversalmente quelle costruzioni, per togliere ad ogni sguardo umano il penetrare in quel sepolcro de' viventi, dove nel decorso di tre secoli succeduti si sono nel silenzio orribili misteri.

Un dì videsi il governo della repubblica nella necessità di fare, per mancanza d'un acconcio locale, apprestare scuderie per la artiglieria della guardia nazionale in una delle case del Santo Uffizio, cioè sotto la colonnata rinchiusa del secondo cortile di cui abbiamo fatto cenno più sopra.

Il padre Inquisitore domenicano vi dimorava ancora; chè il popolo romano, a dispetto dell'inveterato suo odio per i frati, mai non avea il pensiero avuto di molestarlo. Non oppose l'inquisitore al decreto del Governo che una vana protesta: se lo lasciò protestare, e presi vennero i debiti concerti.

Essendo il foramento d'un muro interiore indispensabile per collocare i cavalli, non tardarono i muratori che procedeano a quella operazione ad incontrare un vano nell'interno del muro che subito si riconobbe per essere un trabocchetto.

Il mistero che sino allora velato aveva tutto ciò che riflettea il Santo Uffizio, era naturale la curiosità stimolasse degli astanti. Si spinse più oltre; subito rimosso l'ingombro, calaronsi in un sotterraneo poco vasto, umido, casso di luce, senza uscita, e che altro selciato non aveva se non una terra grassa, nericcia, al par di quella dei cimiteri.

Erano frammenti d'antiche vesti a metà distrutte dal tempo qua e là sparpagliati, i rimasugli erano quelli delle vestimenta degli sventurati i quali, precipitati dall'alto, morti erano di ferite, d'angoscie, di terrore e di fame. Sembrerebbe un baiocco del tempo di Pio VII, infra quei muffati frammenti rinvenuto, chiaramente accennare all'epoca in cui non era per anco quella stanza delle tenebre e della disperazione murata.

Nel rimestare quella terra grassa ed umida, lunga pezza non si stette d'imbattersi in umane ossa ed in rimasugli di lunghe capigliere, che aveano a donne appartenuto.

Le persone che assisteano a quelle scoperte si portarono un poco di quella terra e dei capelli quale reliquia della clericale tirannide.

Dubitare non puossi che quel trabocchetto inghiottisse le vittime di cui premeva al Santo Ufficio di far scomparire in eterno le traccie. Il condotto per il quale venivano le vittime precipitate nel sotterraneo corrisponde al secondo piano del primo corpo della fabbrica, e precisamente al vestibolo della stanza del secondo padre custode, che di fuga conduceva al salone del tribunale.

Mettono gli altri moderni carceri nel terzo cortile, trasformato oggidì in giardino.

Consta ogni prigione di una piccola cella che poco più capir può d'una sola persona, sì al primo che al secondo piano; divide un lungo ed angusto àndito quelle cellule le une dalle altre, come in un chiostro, e portano le immagini sopra i muri dipinti, e le iscrizioni, che ne sono il commento, l'impronta della terribilità di quella istituzione. È dispietata la corte di Roma; essa ha rilegato il perdono nel cielo.

Ad ogni passo che fassi in quei corridoi, sul sommo di ogni uscio una grande immagine vedete del Cristo, ritratta non già a norma delle evangeliche tradizioni coll'espressione del dolore e della bontà, ma giusta il sistema dell'Inquisizione, minaccevole dall'alto della croce.

È in quelle cellule, ove avea già Napoleone collocato la polizia correzionale, che il Santo Uffizio i monaci e le nonne specialmente custodiva. Erano ancora parecchie di quelle cellule provvedute di letti, ma dappertutto disordine e sudiciume: origlieri, coltri a metà stracciate, sedie fracassate, tavole rovesciate qua e là giaceano frammischiati a vestimenta di prigionieri.

Offrivano altre celle significativi indizi di misteri più schifi: nell'una una gorgiera di donna, in un'altra un piccol cappello che pareva appartenuto avesse ad una giovine ragazza di dieci o dodici anni.

Nelle altre cellule zoccoli e parecchi cordoni da nonne, una conocchia, piccioli panieri contenenti medaglie rosarii, calze non terminate ed ai loro ferri ancora tenendo; infine, un giocattolo e vestimenta da bimbo in culla.

Quali moderne vestali avevano dunque espiato col frutto dei loro amori, il delitto del loro cuore?

Quanto a vestimenta ed a vestigia di più antichi inquilini, se ne trovavano in ogni prigione, ed essendo tutto avvolto in un cupo e doloroso mistero, ricomponea la popolaresca fantasia su quelle funebri tracce tragiche storie, e sopra infortunii e creature piangea di cui mai non avea sentito parlare.

Sono coperti i muri di ogni cellula d'iscrizioni fatte dai prigionieri. Sono alcune di esse evidentemente dal dolore e dalla disperazione dettate; ma in generale, portano esse l'impronta della rassegnazione.

Volontà non havvi, per salda che sia, che regga a quel soggiorno, a quei patimenti, a quegli artifici, a quei carcerieri sì provetti nell'arte di ottenebrare l'intelletto più lucido, e di spaurire con lunghi terrori l'animo più risoluto.

Abbondano i sotterranei sotto i due primi cortili e comunicano l'uno coll'altro. Infra quelli che intieramente isolati si trovano, hanno la maggior parte trabocchetti simili a quello che descritto abbiamo, e per cui erano le vittime inghiottite vive. Alcuni di questi sotterranei, dopo aver fatto ufficio di segrete, state sono trasformati in cantine al servizio de' monaci inquisitori, e, crudele derisione! tuttora pendenti si vedono alla volta gli enormi anelli di ferro che prima servirono a porre alla tortura, poscia a sostenere nell'aria fresca della cantina le provviste de' carnefici domenicani.

In una cellula, sul pianterreno del secondo corpo di fabbrica, notossi, incastrata nel pavimento, una lastra quadrata al coperchio d'una tomba somiglievole, venne rimossa, e disvelossi una apertura sboccante in un sotterraneo vuoto, ed è ciò che chiamavasi un VADE IN PACE.

Là pure, una volta la lastra saldamente assettata sul capo del paziente, non penetrava più nè luce, nè frastuono del mondo; e la vittima viva sepolta si moriva di fame tra quattro pareti eternamente fredde e mute - VADE IN PACE!

È stata turata una parte dei sotterranei nel secolo scorso, come all'ispezione dei muri si può riconoscerlo. Nell'uno, vecchi soffitti, ornati di chiesa, tele dipinte per le decorazioni delle grandi feste, ammucchiati erano confusamente in un cantone; essendo stati rimossi, misero in chiaro gli indizi di una scala di pietra, nello spessore del muro praticata e per la quale si volle discendere. In capo ad una trentina di gradini, quella scala dava accesso ad una piccola stanza che di vestibolo serviva ad altre camere di simil conio, ma più grandi. Le vere prigioni di Pio V! Eravi la terra mista con calce, e nei muri avea fatto l'ingegnosa crudeltà di quell'uomo praticare specie di nicchie che ricordavano i loculi degli antichi colombari.

In alcune di quelle sotterranee prigioni, erano i prigionieri seppelliti vivi, tuffati insino alle spalle nella terra mischiata con calce. Risulta ciò chiaramente dalla posizione dei cadaveri che quell'orrida dimora popolavano, e sui quali leggere ancora si potevano i convulsivi moti degli ultimi istanti della vita, per isgabellarsi dalla tenacità della calce che sempre più le loro membra ristringea. Insomma erano stati altri cadaveri posti in lungo, orizzontalmente gli uni allato agli altri, e le teste che a parecchi mancavano di quegli scheletri, ritrovate furono in un cantuccio ammonticchiate.

Il resto dell'edificio è poco notevole. La sala delle sedute del crudel tribunale, la cui presidenza devoluta era al Domenicano commissario della Santa Inquisizione (giacchè sedette sempre il grande inquisitore alla Minerva), trovasi nell'interiore della prima fabbrica. È quella sala semplicissima, ed altri ornamenti non ha se non una colossle statua di Pio V. Al di sopra della sede del padre inquisitore, vedesi un crocifisso che sormonta l'immagine della Chiesa calpestante l'eresia, e presso il terribile Domenico Guzman, col di lui cane che porta una torcia tra i denti. Dai due lati della sede, s'aprono due usci: conduceva quella a dritta alla stanza del primo padre compagno, e quello a manca alla stanza del secondo padre compagno, ossia aggiunto. Erano quei due magistrati già destinati ad assistere il procuratore supremo dell'Inquisizione nello scoprire i delitti, ma principalmente a convertire i rei condannati, funzione alla quale adempivano nel modo seguente:

Terminato il processo, quando al santo tribunale premea il disfarsi d'un reo senza esporre i di lui patimenti agli occhi del pubblico, se lo conduceva dal primo padre compagno, che a pentirsi lo esortava e ad abbandonarsi intieramente alla misericordia divina, che sulla terra lo castigava per glorificarlo nel cielo; lo assediava con insidiose domande per viemeglio conoscere il di lui delitto, o piuttosto per iscoprire le traccie di nuovi rei da tormentare; poscia, benedicendolo se confessato si era e pentito, lo mandava dal secondo padre compagno. Il valletto dell'Inquisizione, che in sull'uscio aspettava e gli usi del luogo conosceva, conduceva allora il paziente verso la stanza dall'altro lato; l'uscio ne apriva e la vittima vi sospingeva; ma, varcata una volta quella soglia fatale, mancava il suolo sotto i piedi dell'infelice, che per sempre nella sua tomba spariva. Leggesi ancora sopra quell'uscio: stanza del secondo padre compagno.

Al disotto di quell'iscrizione sarebbesi dovuto scrivere il verso di Dante:
"Lasciate ogni speranza."
II.È l'edificio dell'Inquisizione quasi intieramente l'opera del pontefice Ghislieri, cui ha la corte di Roma sotto il nome di Pio V canonizzato, e cui l'Italia, da lui coperta di roghi e di prigioni, chiamò frate Michele dell'Inquisizione; è quel soprannome così fatalmente popolare a Roma come nelle Calabrie, nella Toscana, in Venezia, nella Spagna e le Fiandre.

È quel santo l'autore della famosa bolla supra gregem dominicum, che vieta ad ogni medico di visitare per la terza volta un ammalato non munito d'un certificato di confessione generale e di assoluzione.

Abbiamo esaminato sin quì quella metropoli de' tormenti, col seguire l'onda popolaresca stupefatta ed impaurita; ma ad esaminar ci resta un'altra parte di un meno terribile aspetto, quantunque troppo più formidabile a parer nostro; vogliamo parlar DEGLI ARCHIVI.

Gli archivi del Santo Uffizio sono il martirologio dell'umanità, la rivelazione della barbara giurisprudenza dell'Inquisizione la quale, fondata nell'anno 1204 da Innocenzo III per esterminare gli Albigesi, devastare una delle più belle provincie d'Europa ed immolare oltre ad un mezzo milione d'uomini, altra cosa non è se non una vasta congiura in sistema eretta contro lo sviluppo morale ed intellettuale dell'umanità.

Mediante una simile istituzione, tanto hanno e così bene i papi operato, che il Cristo e Maometto porta sonosi la mano in mezzo alle carneficine. Come i califfi, così pure i papi convertire vollero il mondo colla medesima logica: il ferro o il fuoco. Diceva il Mussulmano: "Credi, o ti tronco la testa." Faceva eco la corte di Roma: "Credi, o ti abbrucio." Si vede, non corre il divario che in una semplice variante nel genere dei supplizi.

La processura, lo scartario cioè dell'Inquisizione, solo nel Santo Uffizio esisteva, perchè il tribunale supremo, composto di cardinali e presieduto dal papa, sedeva e ancor siede nella Minerva, ove una volta per settimana si adunava per giudicare senza appello i più gravi processi dal padre inquisitore nel Santo Uffizio ordinati.

Appartiene l'aggiunto di quel padre all'alta prelatura; aveano i delatori, gli agenti superiori, preti, monaci e laici indistintamente il titolo di assistenti, ed ancora esistono.

Tenghiamo nelle note che raccolte abbiamo sul luogo, i nomi di parecchi di quegli assistenti, che potremo, allorchè ci parrà, esporre alla giusta animavversione del mondo. Sono parecchi di quei funzionari ad honorem, riscuotono altri un salario; e sì per essere assistente onorario, che per venir salariato era il concorso numeroso eziandio in questi ultimi anni; chè, come ciò accadeva anni sono nella Spagna, godono gli assistenti del Santo Uffizio di parecchi privilegi.

Nel novero degli assistenti onorari si registrano alcuni principi romani e parecchi legittimisti francesi, uffiziali del santo esercito dell'Inquisizione. Quanto ai famigliari, altro non sono se non gli esecutori e, per così dire, i gendarmi del S. Uffizio.

Giudica l'Inquisizione l'eresia, il sospetto d'eresia, la protezione all'eresia conferta, la fattucchieria e gl'incantesimi, la bestemmia eretica, le ingiurie fatte all'Inquisizione, sia col resistere ai suoi ordini, sia coll'offendere i suoi membri ed i suoi ufficiali; e ciò, come nella loro persona, così pure nella loro riputazione e loro beni, anche in fuori dell'esercizio delle loro funzioni.

Si estende la giurisdizione del S. Uffizio sugli Israeliti, sui Maomettani, e su tutti gli infedeli in genere. Inutile è il soggiungere che sono in quel numero compresi tutti quelli che insegnano qualsiasi cosa (poco monta) ai sentimenti contraria della corte di Roma, sull'autorità sovrana ed illimitata de' papi, sulla loro superiorità riguardo ai Concili, anche ecumenici, e sul divino arbitrato che hanno il diritto di far valere sugli atti dei governi e de' principi di tutti i paesi.

D'altronde per cascar fra le ugna del Santo Uffizio, basta, eziandio adesso, il lasciar trascorrere un anno senza confessarsi, di mangiar grasso nei di magri, ed il trasgredire un precetto qualunque della Chiesa. Sono le voci colpevole ed accusato sinonime nel dizionario dell'Inquisizione; che non può la Chiesa ingannarsi; e, non solo lecito non è il salvare un individuo che cada sotto la giurisdizione del S. Uffizio, ma si è altresì nell'impegno di accusarlo, quando anche fosse suo padre o suo fratello.

Esercita l'Inquisizione di Roma un potere supremo su tutte le Inquisizioni particolari, ed essendo gli inquisitori delle diverse provincie cattoliche indipendenti gli uni dagli altri, pronunzia il S. Uffizio di Roma in ultima istanza sulle differenze che tra loro insorgere possano; regola le processure, e le forme de' giudizi prescrive. Insomma è coll'Inquisizione romana che si concatenano i più gravi affar religiosi e politici che la corte di Roma e 'l papato concernano.

Abbenchè sia stata l'Inquisizione abolita in Francia, nella Spagna, nella Germania, a Milano, a Venezia, non è rotta perciò la pristina organizzazione di essa; vi si supplisce con inquisitori segreti, con periodiche informazioni, con agenti, Gesuiti, sanfedisti, monaci, preti di ogni colore, vescovi e nunzi e apostolici. È l'Inquisizione per la corte di Roma lo specchio del mondo, il vero consiglio, il solo sostegno e la polizia universale.

Nello Stato romano, ha l'Inquisizione la censura de' libri, e misura il pane dell'intelligenza al mondo cattolico, mediante l'indice.

Al par del papato, è l'Inquisizione immutabile; dura tuttavia la figlia, meno degenerata che non si crede, di San Domenico; non ha mutato scopo, nè sistema, altro non ha mutato se non i mezzi. Da un secolo le manca l'onnipotenza materiale; ma essa perdura a condannare. Vero è che più non potendo accendere roghi, che altro non sono per lei se non atti di fede, essa dissimula e serba il segreto sul giudicio. Più non può condurre il Cattolicismo a buon fine - a modo suo - se non che nello Stato romano, mercè le baionette austriache, francesi ed iberiche. E se più immolare non osa umane vittime a maggior gloria di Dio, appagasi, per ora almeno, del bando, della prigione, dei ceppi, e del cavalletto: sì, del CAVALLETTO! (*sorta di panca di legno, sul quale stendesi il paziente che ricevere deve le staffilate, rilegato nel magazzeno dei tormentatori del tempo di Leone XII, è pubblicamente stato ristabilito a Roma dopo la ristorazione di Pio IX e per così dire sotto gli occhi dell'esercito francese.)

Creduto abbiamo necessario di dare quei preliminari schiarimenti che conferir possano, per incompleti che siano, a far comprendere l'importanza degli archivi del S. Uffizio.

Sono detti archivi i registri di tutte le angoscie dell'intelligenza per affrancarsi dalla tirannia, sia dessa a nome d'Iddio o degli uomini stabilita; contengono, in somma, la storia della lotta che dura da tre secoli in qua.

Sono gli archivi in discorso immensi, e non una pagina contengono che una imprecazione al pensiero non sia, che patimenti e torture non ritragga, che inaffiata non sia di lagrime e di sangue.

Sono quegli archivi divisi in tre grandi sezioni. Si compone la prima di una biblioteca preziosa ed unica nel suo genere. Racchiude prima le opere che concernono l'Inquisizione, nel senso cattolico; la giurisprudenza e le apologie del S. Uffizio pubblicate in qualsiasi parte d'Europa. Ma ciò che v'imprime maggior singolarità, una raccolta completa si è delle opere perseguitate e messe all'Indice, i documenti cioè di tutti gli attentati commessi dall'intolleranza clericale contro le manifestazioni più sublimi dello spirito umano. Una raccolta vi si nota delle edizioni Princeps di tutto ciò che scrissero i riformatori italiani, la maggior parte estinti nell'esilio o nelle prigioni, nelle torture o nelle fiamme. Sono parecchie di quelle opere ignote eziandio ai bibliofili più diligenti, le più ricche di rarità letterarie, ed è talvolta il solo esemplare che esista. Infatti, non si ha che ad aprire gli annali del decimosesto e decimosettimo secolo per vedere con quale accanimento l'instancabile Inquisizione rintracciava e torturava gli autori; nel distruggere sforzavasi le opere di detti, col comperare altre volte le edizioni intiere per gettarle nel fuoco, e col dirigere sempre una ammonizione a chiunque un esemplare possedesse, di consegnarlo immediatamente.

Soggiacque l'arte della tipografia, sì fiorente in Italia circa la prima metà del secolo decimosesto, alle bolle di Paolo IV, di Pio V e del Concilio Tridentino; quindi sparire vediamo nella seconda metà di quel medesimo secolo tutte le grandi officine di stamperia: sono ridotti i Giunti di Firenze a stampare de' breviari. Non sopravvisse l'arte tipografica, meno splendore però serbando, che a Venezia ove, al marcio dispetto di Monsignor Della Casa che il primo Indice vi pubblicò, e quantunque abbiasi il canal Orfano ad un cenno del padre inquisitore ingoiato un bastevole numero di vittime (giacchè i signori di Venezia l'acqua anteponevano al fuoco - semplice affare di gusto!), vi si serbò nondimeno il germe di quello spirito italiano che spesso gli artigli della corte di Roma ritrarsi fece davanti le zanne del leone di San Marco.

Abbonda soprattutto quella biblioteca in manoscritti ed in codici raccolti con quello spirito di giustizia che l'anima è della pontificale censura. Quando presenta un autore un'opera per ottenere il permesso di pubblicarla, invalso è nell'uso se crede la S. Congregazione dell'Indice dovere rifiutare la autorizzazione, di serbarsi il manoscritto acciò non possa venire stampato altrove. Ci sovvenghiamo di avere veduto fra altre uno Studio geografico sugli Stati romani da un cavaliere Fontana: opera che certo per nulla intaccava la religione: ma siccome rilevava egli certi dati statistici che precisamente la bontà e l'infallibilità del governo pontificio non provavano, amò meglio la santa congregazione darle un posto nei suoi armarii.

È quella la biblioteca dell'eresia la più interessante per conseguenza, giacchè ella racchiude tutte le arditezze dell'intelligenza, le difese più calde della verità, le aspirazioni più sante: e siccome esservi non può uno spirto che pensi a modo suo senza incorrere nel rimprovero d'eresia, dire si può altresì che è la biblioteca della libertà, ma sotto l'anatema sepolta e macolata di sangue. Secoli ci vollero di lotta perchè l'uomo penetrarvi potesse a levarne i suggelli: i suggelli dello spirito umano! - Oggidì sonsi le porte ancora rinserrate, ma non è cessata la lotta, e più lecito non è a qualunque potenza umana di ripristinare essi suggelli.

Contiene la prima sezione le manifestazioni più sublimi dell'intelletto nei conati suoi per infrangere le pastoie che incagliano la perfettibilità della natura umana: pone la seconda a registro le pene che applicate vennero a quei tentativi: il martorio raccontasi dei moderni Prometei. Posti in bel sesto vedonvisi i processi ordinati e terminati dal Ghislieri come inquisitore e come pontefice, come frate Michele e come Pio V, il quale apertamente diceva la clemenza consistere nel severamente punire gli eretici, nel tempo stesso in cui l'uso introducevasi delle medaglie benedette, coll'inzupparle nel sangue degli sfortunati Fiamminghi.

Allievo inesorabile di Pio IV, giovossi dei decreti dommatici del sinodo tridentino per attivare l'Inquisizione, e dei decreti disciplinari per attaccare ed obliterare la giurisdizione di ogni governo laicale. Gli sembrava il terrore dei supplizi il miglior dei ripieghi. Rinveniva la corte romana la tortura nell'Evangelo, a vece di trovarvi la parola di Cristo.

E gareggiavano i principi nell'assecondare la ferrea volontà del Ghislieri, gli uni per religiosa ipocrisia, per timore degli ecclesiastici intrighi, gli altri, od intimoriti dagli avvenimenti di Francia o di Germania.

È pure vero che veniva frate Michele accolto in Como a sassate, e che lo cacciavano i Veneziani da Bergamo; ma seppe egli nondimeno sostituire in Venezia il canale Orfano al rogo per annegarvi Giulio Ghirlanda, Antonio Ricetto, Francesco Sega, il prete Spinola e tanti altri! Gli riuscì pur anche, coll'aiuto dei piccoli cantoni Svizzeri, a dar lo sfratto ai protestanti di Locarno, borgate del lago Maggiore già florida e che a questa misura la perdita dovette del suo commercio e della sua industria.

Distrusse inoltre papa Ghislieri la Chiesa Riformata di Lucca; attivamente cooperò allo sterminio degli infortunati Valdesi, nelle Calabrie: arder fece Giulio Zanetti, Paleario e Carnesecchi, quel pensatore che la fronte mai non volle piegare innanzi al S. Ufffizio e grave e calmo avviossi al supplizio, sotto il san-benito portando i pannilini suoi più belli e guanti nuovi.

Spaventata fu l'intera penisola da siffatta tragedia; a Faenza, essendo uno imputato di eresia soggiaciuto alla tortura, insorgono gli abitanti, prendono a viva forza la casa dell'Inquisizione, ed i preti che incontrano tutti quanti trucidano.

Accadono parimente popolareschi tumulti a Mantova, in Toscana, a Napoli. Essendo stato l'Indice in quel reame rimesso in vigore, proibironsi tutti i libri indistintamente che da certe stamperie uscissero, quale si fosse l'argomento ed il tenore di essi; avventavansi furibondi gli inquisitori od i loro agenti sulle stamperie ed i magazzini de' librai, ne strappavano i libri senza indennità, domandavano conto di ogni pubblicazione, ed insomma ad un tratto uccidevano l'arte ed il commercio. Stupidi assassini! essi credevano di uccidere il pensiero!

Fuggivano da Siena, da Lucca, da Pisa, da Firenze, da tutti i canti; cogl'Italiani rifluivano l'industria e le ricchezze nella Francia, nella Germania e nella Svizzera. Non era più Roma che una vasta solitudine; e era l'università di Pisa deserta. Sendo stati alcuni studenti imprigionati come sospetti di eresia, abbandonarono i loro condiscepoli quella terra maledetta, ed alcuni ve ne furono che il cervello perdettero.

Ad indicar ci facciamo sommariamente quei fatti, acciochè la terribile importanza si comprenda degli archivi di Pio V, che racchiudono altresì parecchi documenti del regno di Paolo IV sulla guerra delle Fiandre e la carnificina degli Ugonotti.

Non permise la morte a papa Ghislieri di benedire pubblicamente la festa del 24 agosto 1572, giorno della San Bartolommeo.

Abbraccia la seconda sezione di quegli archivi sunti di tutti i processi ordinati in quella cinta e terminati dal tribunale supremo della Minerva, tutte le risoluzioni del Santo Uffizio relativamente ai casi di coscienza, e tutti gli oggetti ai prigionieri ed ai delinquenti rapiti, come lettere, libri, manoscritti, pitture, ornamenti, amuleti ecc.; inaudita raccolta, e decisamente la più curiosa come la più strana che sia al mondo.

Infine è la terza parte formata da ciò che chiamasi la cancelleria inferiore, la più importante per l'epoca nostra, giacchè rivelaci essa la vasta organizzazione dell'Inquisizione e la vitalità che ancor serba oggidì. È lì specialmente che dànnosi politica e religione la mano, s'inviscerano e si confondono; lì specialmente scorgesi l'immediata utilità della confessione e di quell'unità che fatta ha la Chiesa ciò che fu e ciò che è. Vi è la religiosa eresia alla politica sottoposta, e trapelano le assidue cure del prete, che rimanere vuol principe, da quegli archivi ad ogni istante, in ogni pagina. Lì trovansi in somma tutti i processi, tutte le rivelazioni, tutta l'organizzazione, tutto il sotterraneo meccanismo di questi ultimi anni.

A quella parte degli archivi del Santo Uffizio corrisponde il Sommario delle sollecitazioni, registro che contiene le rivelazioni di donne a peccare istigate dal proprio confessore nello Stato pontificio, e breve non è il sommario. Ancorchè siano state sgombrate parecchie scansìe di quella sezione, ne restano ancora bastantemente per darvi un saggio della segreta organizzazione del moderno Santo Uffizio, e per iscoprire i nomi degli ufficiali famigliari di quel pio tribunale, esistono quei nomi classificati per provincie, consegnati in un distinto registro.

In generale, sono corrispondenti ossia membri attivi del Santo Uffizio tutti i prelati in missione, tutti i padri provinciali o generali del clero regolare, tutti i vescovi, arcivescovi, cardinali non solo dello Stato ecclesiastico, ma pure di tutta la Cristianità; tutti i sanfedisti ed i Cattolici esagerati, cospicui per il loro rango e la loro ambizione, per il loro talento, per la loro ricchezza o la loro influenza sulla pubblica opinione e sopra i governi. Ne consèguita che sono i repertori della corrispondenza lunghissimi ed in grandissimo numero; havvene uno per il carteggio de' vescovi, dei cardinali e dei prelati dello Stato pontificio, ove attingono gl'Inquisitori le loro informazioni, sì in materia religiosa che in politica; il reportorio havvi dei vescovi, dei cardinali, dei prelati, preti e monaci di tutta la cattolicità, ed evvi uno speciale registro per i nunzii apostolici. Sul tenore di quelle corrispondenze redigonsi e classificansi accuratamente le note che formano il Catalogus indicationum, ove trovansi inscritti i nomi di tutti gli eretici politici e religiosi dall'anno 1815 sino all'anno1847; presenta il Catalogus il loro ritratto morale, registra i loro scritti e le loro azioni, indica la loro setta, oppure la loro società, colla sua organizzazione, le sue ramificazioni, i suoi fautori ed amici.

Stendendosi l'immensa famiglia dell'Inquisizione in tutti i luoghi, fissi avendo gli occhi sopra ogni cosa, dal confessionario della pinzochera sino al palazzo del re, essa tutto esamina, tutto studia, di tutto prende nota. È non solamente la libertà una eresia in sè stessa, essa è l'argomento di ogni eresia. Ora, sendo l'universo divenuto eretico oggidì , crede l'Inquisizione di dovere abbracciare nella segreta sua giurisdizione le azioni ed i pensieri di tutti gli uomini, e scaglia segretamente l'anatema eziandio sui governi che testè gli prestarono l'appoggio dei loro fucili.

Nulla rispetta essa; nè la santità del focolare domestico, nè la religione dei giuramenti nè 'l segreto del confessionario. Tutto è tradimento e scandalo nei di lei carteggi. Lettere vi trovansi di vescovi piemontesi, parlando di ribellarsi contro il loro governo e contro Carlo Alberto, perchè non s'attenevano essi alle sante massime del conte Solaro della Margherita. Più oltre s'affissano i vostri occhi nei rapporti d'un confessore, in fronte avente le parole sacramentali sotto segreto, che corrispondono al confidenziale dei diplomatici. Vi sono parecchi di quei rapporti dall'estero e trasmessi sono dai nunzi.

È dunque la cancelleria del Santo Uffizio la vera succursale e come l'anima dell'universale polizia; è quivi che si rivolge il cardinale segretario di Stato per ottenere ragguagli sui libri da proibire, sulle persone, sulle cose e su tutto ciò che l'estranea politica riflette; è lì il repertorio della di lui corrispondenza per provarlo.

Il governo della repubblica romana, troppo occupato sin dal suo principio nel difendere l'onor nazionale ed il vessillo della democrazia, compatir non potè una grande attenzione alla cerna di quelle carte, di cui essa non affidò l'esame che ad un piccolo numero di persone.

Ritrovò dunque l'Inquisizione i suoi archivi quasi che intatti; ma, profanazione delle profanazioni! sono stati veduti: se ne vendica oggidì.
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