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Non è disonorevole cambiare convinzione

Nota 1. alla lettera quattordicesima di Roma Papale 1882

Sembrerà a taluno strano di vedere il nostro Enrico cambiare così di opinione a riguardo de' gesuiti, che prima tanto difendeva: ma preghiamo i nostri lettori che avessero un tale scrupolo, di riflettere che se il nostro Enrico difendeva i gesuiti, lo faceva in buonafede, e non perchè avesse un interesse a difenderli. Quando un uomo sostiene un partito non per interesse, ma per errore; e che poi passa al partito contrario senza che in esso trovi alcun vantaggio, ma solo per convinzione, nessuno ha il diritto di chiamare quest'uomo apostata, e di accusarlo d'incostanza. Restare in un partito perchè ad esso si appartiene da qualche tempo, quando si è conosciuto che quello non è il migliore, è ostinazione piuttosto che costanza, è malafede piuttosto che galantomismo. È naturale che la setta la quale si abbandona gridi all'apostata; ma è incomprensibile come uomini sensati possano associarsi a quel grido. Certo se la defezione è cagionata dall'interesse, se colui che abbandona un partito lo fa per vendicarsi de' torti che crede avere in esso ricevuti, se è comperato dal partito contrario; allora quell'uomo è l'uomo il più spregevole del mondo, è indegno di stare nella società. Ma se lo fa per convinzione coscienziosa, non vi sono che i settari a qualuque costo e gli uomini corrotti che possano dispregiarlo.

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