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Ragionamenti sul peccato che mena a morte

05.01.2022

Coloro che errano grandemente nel credere nella falsa dottrina che non si può perdere la salvezza, a sentir parlare noi che crediamo sia nella predestinazione che al fatto che la salvezza il credente nato di nuovo la può perdere, vanno fuori di testa, non si capacitano, ci accusano di essere arminiani quando invece noi siamo quelli che di questi tempi maggiormente si sono opposti alle false dottrine di Arminio scagliate contro la predestinazione.

Ebbene, a questi nostri detrattori e a tutti voi fratelli e sorelle nel Signore, voglio porvi alla vostra attenzione questo passaggio biblico scritto da Giovanni, perché è molto chiaro:

«Se uno vede il suo fratello commettere un peccato che non mena a morte, pregherà, e Dio gli darà la vita: a quelli, cioè, che commettono peccato che non meni a morte. V'è un peccato che mena a morte; non è per quello che dico di pregare.» (1 Giovanni 5:16)

Giovanni esorta i credenti che vedono un loro fratello peccare a pregare per lui affinché riceva il perdono dal Signore Iddio. Ma ciò non vale per tutti i tipi di peccati, non è valido per il peccato che mena a morte.

Il peccato che mena a morte è rinnegare Gesù Cristo, l’apostasia (cfr. Deuteronomio 13:1-5).

Quindi, se un credente vede suo fratello commettere un peccato, (e badate bene che dice fratello e non falso fratello, quindi devono essere entrambi nati di nuovo, altrimenti non sono fratelli) deve pregare per lui ma con un’eccezione, e ciò significa che Giovanni ammette la possibilità che un credente possa commettere il peccato che mena a morte e di conseguenza, per una tal credente che commette tale peccato, non ci sarebbe più nulla da fare e le preghiere sarebbero inutili, anzi, sono proprio vietate da Dio, non si può pregare per uno che ha commesso il peccato che mena a morte.

Se un fratello credente non potesse perdere la salvezza, Giovanni non avrebbe potuto scrivere tali parole. Quindi Giovanni sapeva che un credente può perdere la salvezza, può commettere il peccato che mena alla morte, senza avere la possibilità di ravvedimento da esso (cfr. Ebrei 10:26-31).

Pertanto, o errano i calvinisti che credono che la salvezza non si può perdere, o ha mentito l'apostolo Giovanni nello scrivere quelle parole.

Io preferisco di gran lunga credere all’apostolo Giovanni piuttosto che all’assassino di Calvino, come pure non credo alle ciance dei suoi seguaci, ai novelli calvinisti, che possiedono lo stesso grado di stoltezza e lo stesso spirito di Calvino.

Cari nel Signore, non vi fate ingannare dai cianciatori e seduttori di menti calvinisti, e badate attentamente che nessuno vi seduca con vani ragionamenti.

Giuseppe Piredda