Alcune cose del carnevale a Roma nel XIX secolo.
[Tratto dal libro - Roma Papale - di Luigi De Sanctis, Roma - Firenze 1882, nota 1 della settima lettera.]
Il Carnevale in Roma.
Non vi è paese nel mondo in cui il carnevale sia tanto splendido,
tanto chiassoso come lo è in Roma nei tempi normali. Esso dura
in Roma otto giorni; incomincia il sabato avanti la sessagesima, e
finisce la sera avanti il giorno delle ceneri a mezzanotte. Questo
spazio di tempo comprende undici giorni; ma bisogna togliervi due
domeniche ed un venerdì, ne' quali giorni sono proibite le
maschere e le corse.
Il carnevale in Roma è presieduto dal senato romano, e da
Monsignor governatore, ed ecco come incomincia.
Ad un'ora pomeridiana del primo giorno di carnevale, suona la campana
del Campidoglio: è il segno che le maschere possono mostrarsi
al pubblico. Intanto in una delle grandi sale del Campidoglio si fa
la funzione seguente. Una deputazione d'Israeliti si presenta innanzi
al senato: il senatore è assiso sotto un trono, vestito con
gran toga di tela d'oro, e circondato da' suoi conservatori: la
deputazione israelitica è inginocchiata avanti i gradini del
trono, e recita un discorso che le è imposto, pieno di
sommessione che giunge fino all'avvilimento. Terminato il discorso,
la deputazione segue a restare inginocchiata, ed il senatore risponde
con un discorso pieno di alterigia, che finisce con questa formula:
Andate; per quest'anno vi soffriamo, e nel dire andate
alza il piede nell'atto di dare
un calcio.
Il senatore si alza, la deputazione si ritira, le trombe e la campana
capitolina squillano, ed il senato esce in corteggio solenne, e va ad
aprire il carnevale.
Ogni giorno vi è grande passeggiata di carrozze e di carri
magnificamente addobbati e pieni di maschere per la lunghissima via
del Corso; tutte le finestre, tutti i balconi sono magnificamente
parati, e le machere scaraventano a piene mani, ed anche con apposite
macchine, confetti, fiori, ed anche aranci. Prima del calar del sole,
allo sparo de' mortari, come per incanto spariscono da quella
lunghissima via, in meno di un minuto, tutte le carrozze ed i carri,
ed ha luogo la corsa de' cavalli vuoti. Un magnifico premio è
aggiudicato al padrone del cavallo vincitore, ed il senato romano con
tutta la gravità di un Catone siede giudice, per decidere
senza appello, quale dei cavalli è il vincitore.
Il cavallo vincitore è accompagnato solennemente alla sua
scuderia co' tamburi del senato, ed accompagnato da infinita plebe.
Il padrone del cavallo getta dalla sua finestra sulla plebe monete di
rame a piene mani, e ne riceve gli evviva.
Dopo il calar del sole, i travestimenti sono permessi, ma è
proibito di portare la maschera sul volto.
Allora i signori ed il ceto di mezzo vanno a desinare, ed il popolo riempie
tutte le osterie. Due ore dopo, incominciano i teatri; dopo i teatri,
incominciano i balli pubblici chiamati festini, che durano fino a
giorno. La mattina è riposo, per incominciare di nuovo un'ora
dopo il mezzogiorno. Così si passano quegli otto giorni.
L'ultima sera di carnevale, vi sono i moccoletti. Chi non ha vista quella
festa non può farsene una idea. I Baccanali ed i Saturnali di
Roma pagana ci perderebbero al paragone. Il Corso è pieno
gremito da potervisi a malapena muovere; le finestre ed i balconi
rigurgitano di persone; ciascuno ha una provvisione di candelette di
cera ed ognuno cerca in mille modi di smorzare quella del vicino, e
questi a difenderla; e qui un rumore infernale. Dopo i moccoletti, si
va a gozzovigliare o nelle case o nelle osterie.
Il carnevale in Roma costa ogni anno la vita a molte persone, per
malattie prese o per travestimenti imprudenti, o per infiammazioni, o
per stravizi. I poveri impegnano o vendono quanto possono per
gozzovigliare; chi può far più debiti ne fa.
Questo è il carnevale del popolo; ma vi è anche il carnevale
dei preti, de' frati e delle monache, e vi è anche quello de'
bigotti. Roma si fa tutto a tutti.
Il carnevale de' preti, de' frati e delle monache consiste in questo. I
preti ordinariamente sono in famiglia, o partecipano ai pranzi ed
alle baldorie che si fanno in casa. I frati e le monache ne' giorni
di carnevale, e specialmente nel giovedì, domenica ed ultimo
giorno, hanno pranzi sontuosi. Le monache di più stretta
clausura si mascherano ne' loro monasteri, ciascuna cogli
abiti de' loro confessori. Nei
monasteri di non rigorosa clausura e nei conservatorii di zittelle,
si recita ogni giorno una qualche commedia dalle monache o dalle
educande; ed è cosa passabilmente ridicola vedere una monaca
sul palco con finti mostacci, con grande sciabola, e con speroni,
recitare una parte da ufficiale di cavalleria. Gli spettatori sono i
confessori, i sagrestani, ed altri preti o frati amici. In qualche
conservatorio ove i superiori sono scrupolosi per non permettere il
teatro, si fanno entrare de' giocolieri a fare de' giuochi di
prestidigitazione.
In alcuni collegi, come al collegio Clementino diretto da' PP. Somaschi,
vi è commedia e ballo; nel collegio de' nobili diretto dai
Gesuiti, vi è commedia per lo più latina; nel collegio
Nazareno diretto dai padri Scolopi, vi sono le marionette. Negli
ospizi di Termini e di Tatagiovanni, vi è commedia e farsa.
Nell'ospizio di S. Michele, vi è opera in musica, con
magnifica orchestra. I cardinali, i prelati, i preti e frati hanno
dunque questo vantaggio sui secolari, ch'essi vanno al teatro, ma
senza pagar nulla.
Il carnevale poi de' bigotti, consiste in questo. In alcune chiese per
il basso popolo de' bigotti, che vuol divertirsi acquistando anche
indulgenze, vi sono dei dialoghi. Due preti salgono sopra una
piattaforma; uno di essi recita la parte del dotto, l'altro la parte
dell'ignorante. Questi parla il linguaggio della plebe, e dice tali e
tanti spropositi che è un continuo sganasciarsi dalle risa.
L'aristocrazia de' bigotti ha altri divertimenti più serii. Nei giorni del
carnevale si espone il sacramento per tre giorni nella basilica di S.
Lorenzo e Damaso, per tre giorni nella chiesa del Caravita, e per
quattro giorni nella chiesa del Gesù. Coteste chiese fanno a
gara per superarsi in isfarzo. I ceri ardono a migliaia; gli
achitetti studiano per distribuirli ne' più vaghi disegni, ed
i paratori non risparmiano fatica per mostrare i loro talenti
nell'addobbare una chiesa, che superi in bellezza ed in splendore la
più magnifica sala da ballo del più grande imperatore.
Il papa va egli stesso a vedere coteste magnifiche esposizioni.
L'ultima sera del carnevale il senato romano, dopo la corsa, va con tutta solennità nella chiesa del Gesù, e là riceve la benedizione col sacramento. Ecco una piccola idea del carnevale di Roma.
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Data prima pubblicazione: 07 febbraio 2002;
ultimo aggiornamento: 06 settembre 2007
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