Roma Papale, descritta in una serie di lettere con note, da Luigi De Sanctis (1882)

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Appendice prima

Statistica del clero Romano fatta nel 1849

Avevamo promesso nella prefazione di dare una nota di quello che il clero romano introita a titolo d’incerti, ma riflettendovi meglio sopra, ci siamo ricordati di avere fra le nostre carte i dati statistici sul clero degli Stati pontifici, fatti nel 1849, sui documenti officiali, per ordine del governo della Repubblica romana, e siccome quei dati non furono pubblicati, perché furono finiti appunto quando il governo pontificio fu restaurato per le armi francesi; così non crediamo cosa inutile pubblicare tali dati in quest’ appendice.

Il valore territoriale di tutto lo Stato romano, come era allora, comprese le Marche, l’Umbria e la Romagna, dava in catasto la somma di centonovantacinque milioni di scudi romani: la popolazione era di tre milioni; per cui la quota di ciascun individuo sarebbe di scudi sessantacinque. Il clero, cioè preti, frati e monache, che godono tutti i medesimi privilegi, contava in tutto lo Stato sessantamila individui, per cui il clero stava come uno a cinquanta in ragione della popolazione.

Le possessioni del clero in beni fondi, erano segnate in catasto per una cifra di quarantacinque milioni (si parla sempre di scudi romani). Ognuno sa che la cifra nel catasto romano è il minimum del valore reale dei fondi; ma riteniamo questa cifra per vera, e diamo a questo capitale una rendita al cinque per cento, ed avremo che la rendita dei fondi del clero monta a due milioni duecentocinquantamila scudi annui.

Il clero dello Stato romano possedeva in bestiami il valore di due milioni di scudi, che messi al cinque per cento dànno una rendita annua di scudi centomila.

La rendita del clero proveniente da canoni, censi, livelli, appodiati ecc., ascende alla somma di annui scudi trecentomila, che al cinque per cento rappresentano un capitale di sei milioni.

Al debito pubblico sono segnati venticinque milioni di scudi di capitale a favore del clero, e lo Stato pagava in favore di esso annui scudi un milione e duecentocinquantamila.

Ma non siamo neppure al principio dei nostri calcoli: fino ad ora non abbiamo calcolato, che le possessioni che dalle mani dei laici sono passate irrevocabilmente nelle mani del clero, calcoliamo ora il danaro che il laico, o per forza o volontariamente, dà al clero.

Ogni famiglia che voglia fare un prete deve costituirgli un patrimonio, il minimum del quale è fissato in scudi cinquecento di capitale: nello Stato romano, come era nel 1849, vi erano quarantamila preti, ventimila dei quali, appartenendo ad ordini regolari, non hanno bisogno di patrimonio, ma hanno spese di vestiario, di professione, il livello che la famiglia deve costituire ai frati non mendicanti, cose tutte che in questo conto non le calcoliamo, sebbene unite insieme costituiscano una somma significante. Restano per il patrimonio ventimila preti secolari: togliamone una metà che si ordinano a titolo di beneficio, ne resteran diecimila cordinati a titolo di patrimonio. Pochissimi sono coloro che hanno il modesto patrimonio di cinquecento scudi, ma calcoliamo il patrimonio di ciascuno a questa infima somma; ne viene che le respettive famiglie han dovuto riversare al clero cinque milioni di scudi, che al cinque per cento dànno la rendita annua di duecentociuquantamila scudi, che dalle mani dei laici sono passati nelle mani del clero.

Se una giovane vuol farsi monaca, anche conversa o servente, la famiglia è obbligata a dare al monastero la dote: il minimum di queste doti è di scudi trecento, il maximum di scudi tremila: circa ventimila erano le monache: senza prendere la media esatta, supponiamo per abbondare che la dote di ogni monaca sia cinquecento scudi, il fondo dunque delle doti sarebbe di dieci milioni che al cinque per cento dà una rendita di scudi cinquecentomila.

E qui è da notare che le doti non si restituiscono alla famiglia alla morte della monaca, ma restano in beneficio del monastero, quindi questo capitale e suoi rispettivi frutti aumentano di anno in anno.

I quarantamila preti dicono la messa ogni giorno, e non la dicono certamente gratis, ma i laici la pagano. La tassa in Roma è di baiocchi venti per messa; ma sono rari quei preti che stanno alla tassa; feste, mortori funerali, esposizioni, cappelle private, ecc. portano la messa a baiocchi cinquanta e spesso anche ad uno scudo. Ma siccome in provincia si dice la messa anche per quindici baiocchi, così tutto compreso porteremo la media delle messe a baiocchi venti l’ una: avremo dunque ottomila scudi al giorno che i laici si traggono di tasca, per far dire delle messe, la quale somma in un anno forma la ingente somma di due milioni e settecentoventimila scudi, che i laici dell’ antico Stato romano spendevano in messe.

Siamo giusti però: tutti i parrochi sono obbligati nei giorni festivi a dire la messa gratuitamente; i parrochi erano diecimila, le feste si possono calcolare sessanta, ogni anno quindi si debbono defalcare dalla suddetta cifra seicentomila messe che portano la diminuzione di scudi centoventimila, perciò la somma annua rettificata in messe è di due milioni e seicentomila scudi romani. Se si vuole capitalizzare questa rendita darà un capitale di cinquantadue milioni.

Nel momento che un fanciullo entra nella Chiesa cattolica romana, cioè ventiquattro ore dopo la sua nascita, incomincia a pagare. Supponiamo che le nascite stieno a tre per cento in ragione della popolazione (ma sono molte più); in questo caso, i nati sopra tre milioni di popolazione sarebbero novantamila all’ anno, cioè novantamila battesimi. Nel battesimo si porta una candela di cera del peso di una libbra, e si lascia un’oblazione in danaro al parroco, ed una mancia al sagrestano. Chi fa oggi questi calcoli è stato parroco otto anni, e calcolava i battesimi l’uno per l’ altro ad uno scudo, non compreso la candela: ma, per essere più giusti, calcoliamoli a baiocchi cinquanta tutto compreso, avremo la somma annua di scudi quarantacinquemila in battesimi, che formano un capitale di scudi novecentomila.

Ai battesimi succedono le cresime nello stesso numero; imperocchè siccome s’ insegna che la cresima è la perfezione del battesimo, così i fanciulli che muoiono, anche in fasce, si fanno cresimare al letto. Per la cresima si dà al vescovo una candela di una libbra e tre paoli al servo del vescovo. Non calcoliamo la mancia al servo, perché il servo non è prete; calcoliamo la libbra di cera che costa al più infimo prezzo baiocchi trenta. Ma supponiamo che di novantamila che si cresimano ogni anno ve ne siano un terzo che non diano candela, e sessantamila che la diano, daranno un introito annuo di diciottomila scudi, che capitalizzati formano scudi trecentosessantamila.

Sopra a tre milioni di anime, accadono circa venticinquemila matrimoni l’ anno. Ognuno sa cosa costano gli atti di cancelleria, le pubblicazioni, le dispense dalle medesime, la licenza di sposare, l’ oblazione che deve farsi al parroco ed al sagrestano, ecc. ecc.; ma, per essere al disotto del vero, calcoleremo ogni matrimonio a ragione di uno scudo, sono dunque scudi venticinquemila all’ anno, che capitalizzati formano scudi cinquecentomila.

Negli Stati romani non vi è lo stato civile, ed ecco il perchè, se vuoi un impiego, se devi ammogliarti, se devi farti soldato, se una giovane vuol concorrere a sussidi dotati, ed in mille e mille altre occasioni, si richiede la fede di battesimo del parroco, dimodochè ogni individuo è costretto a prenderla molte volte nel corso di sua vita. La tassa di quella fede è di baiocchi dieci per i poveri, di baiocchi trenta per il ceto medio, di baiocchi cinquanta per i nobili, di uno scudo per i principi. Supponiamole tutte a baiocchi dieci, supponiamo che ogni individuo non la prenda che una sola volta per tutta la sua vita. I battesimi sono novantamila all’ anno, dunque novantamila fedi di battesimo a baiocchi dieci dànno una rendita di scudi novemila, che capitalizzati dànno un fondo di scudi centomilaottocento.

Le fedi di cresima, di morte e di matrimonio sono necessarie anche esse, ma non in tutti i casi come le fedi di battesimo; esse si pagano con la medesima tassa. Supponiamo, per metterci al disotto della realtà, che la metà solo della popolazione sia obbligata a prenderle, e le paghi solo dieci baiocchi. Supponiamo dunque che di novantamila cresimati solo quarantacinquemila prendano la fede, avremo una rendita di scudi quattromilacinquecento che dà un capitale di scudi novantamila. I morti, secondo le più esatte statistiche, ascendevano nell’ antico Stato pontificio ad ottantamila: dunque nella stessa supposizione quarantamila fedi di morte dànno scudi quattromila, che capitalizzati formano ottantamila scudi. Su venticinquemila matrimoni, diamo dodicimilacinquecento fedi, che formano mille e duecentocinquanta scudi, che capitalizzati dànno la somma di scudi venticinquemila; dunque le fedi di cresima, morte e matrimonio dànno al clero la rendita annua di scudi novemilasettecentocinquanta, ed il capitale di scudi centonovantacinquemila.

Le spese di mortorio nello Stato romano sono esorbitanti ed obbligatorie, inguisachè vi è un corpo di leggi chiamato Statuto del clero, per tassare a favore del clero le spese dei mortori. Le lunghe processioni di preti e di frati tutti pagati per l’ accompagnamento del cadavere, la cera che si dispensa a ciascuno di essi oltre il pagamento, tutta quella che arde intorno al cadavere, tanto nella strada come in chiesa, e che resta a profitto del clero, portano una spesa enorme. In Roma un mortorio di un galantuomo fatto con economia e senza sfarzo, costa per lo meno cinquanta scudi, come abbiamo dimostrato nella nota prima della lettera IX; per i ricchi e nobili si spendono molte centinaia di scudi, ma per i poveri la spesa minore. Ebbene calcoliamo per ogni mortorio una spesa di sette scudi e baiocchi cinquanta tutto compreso. Le statistiche dànno ottantamila morti all’ anno, che in questa tenuissima supposizione darebbero al clero scudi seicentomila annui, che capitalizzati dànno dodici milioni.

Nei sessantamila individui appartenenti al clero ve ne sono venticinquemila tra frati e monache chiamati mendicanti, perché vivono delle elemosine dei laici: costoro a forza di elemosine che ricevono devono mantenere sè stessi di vitto e vestito, e danaro per i minuti piaceri, che non sono pochi; devono mantenere le loro chiese e le loro fabbriche; i frati specialmente sono sempre girovagando da convento in convento, nè vanno più a piedi, per cui le spese dei viaggi sono significanti. Per metterci al disotto del vero, calcoliamo tutte queste spese a baiocchi venti il giorno per ogni individuo, ovvero la somma di scudi cinquemila al giorno, che in un anno dà un milione ottocentoventicinquemila scudi, che sono tolti ai veri poveri, per ingrassare quei paltonieri; il capitale di questa somma raccattata per questua ascende a trentasei milioni e mezzo.

Ma non sono le questue che si fanno per le case e per le campagne, che ingrossano il clero, vi sono questue che si fanno assai di frequente nelle chiese. In Roma ad ogni messa un chierico gira con la bussola scuotendola sul viso a tutti i devoti: non vi è predica che non finisca con la questua: ora si domanda per una madonna, ora per un’ altra, ora per un santo, ora per una festa; insomma se entri in chiesa bisogna che tu metta più volte le mani in tasca: ma calcoliamo le sole parrocchie, benché le chiese dei frati sieno più famose per questue; supponiamo che in ogni parrocchia le questue non dieno più che venti scudi all’ anno, esse darebbero duecentomila scudi annui, che formano un capitale di quattro milioni.

La predicazione quadragesimale e dell’ avvento è pagata ai preti dalle Comuni e dai particolari. Non in tutte le parrocchie, è vero, vi è la predicazione quadragesimale; ma vi è invece in molte altre chiese che non sono parrocchie. Supponiamo per abbondare che vi sia predicazione in sole cinquemila chiese, e che non costi che trenta scudi per chiesa, avremo per la predicazione centocinquantamila scudi, che capitalizzati dànno tre milioni.

Eccettuate alcune città principali dell’ antico Stato romano, in molti e molti luoghi si pagano ancora le decime. Supponiamo che delle diecimila parrocchia sole cinquemila ricevano le decime, e supponiamo che non ascendano che a scudi trenta per parrocchia, avremo una cifra di scudi centocinquantamila annui, che dànno un capitale di tre milioni.

In ogni diocesi vi è il suo seminario, in ogni seminario vi è rettore, vice-rettore, economo, confessore e professori preti che sono pagati dai padri dei seminaristi; supponiamo solo trenta seminari in tutto lo Stato papale, e supponiamo che in ogni seminario non vi siano che cinque preti stipendiati, lo stipendio dei quali, compresa la tavola, non costi più di cento scudi per ognuno, avremo centocinquanta preti che costeranno quindicimila scudi, cioè il frutto di un capitale di trecentomila.

Le dispense matrimoniali, le indulgenze, le grazie, i brevi, le cappelle private, gli altari privilegiati, e quello sterminato numero di articoli che si vendono alla cancelleria, alla dateria, e a tutte le segreterie delle congregazioni romane, formano uno dei più belli introiti del clero. Non calcoliamo le entrate della dateria e cancelleria per i vescovati, canonicati, benefizi ecc., perché sono preti che pagano altri preti per poi rifarsi a loro volta sui laici; calcoliamo soltanto all’ ingrosso quello che pagano a tali segreterie i laici per dispense di matrimoni, per indulgenze, per aver cappelle in casa, per permesso di mangiare di grasso, per croci di cavaliere, per le quali si spedisce il breve, e per tante altre cose; calcoliamo soltanto che le congregazioni romane, sopra tre milioni soltanto di popolazione, introitino soltanto cinquantamila scudi, lo che darà un milione di capitale.

Il sabato avanti Pasqua i preti vanno a benedire le case dei laici, ognuno dà la sua oblazione al parroco in danaro o in generi, o negli uni e nell’ altro. Calcoliamo l’ oblazione la più miserabile che i preti raccolgano un baiocco per individuo, i tre milioni d’ individui daranno in quel giorno al prete trentamila scudi, che capitalizzati formano seicentomila scudi.

I supposti miracoli, o, come altri chiamano, grazie che si ricevono dalle diverse madonne o santi, sono pagati con oblazioni in cera, in danaro, in cuori, od immagini di argento o di oro, o in gioie che divengono proprietà dei preti. Vi sono in Roma delle vastissime chiese che sono tutte letteralmente coperte di cuori d’ argento e d’ oro, che ogni quattro o cinque anni si tolgono e si fondono per dar luogo ad altri cuori che in poco tempo ricoprono quelle mura. La superstizione è così radicata che non vi è malattia dalla quale si guarisca, non vi è disgrazia che si superi senza portare una di tali offerte ad una madonna o ad un santo. Supponiamo però che un solo ventesimo della popolazione porti in ogni anno un oblazione del miserabile valore di mezzo scudo, avremo un introito annuo di settantacinquemila scudi, che capitalizzati dànno un milione e mezzo.

Quando è malata una persona, se la famiglia è alquanto devota, o se almeno vuoi parere tale, cosa necessarissima nello Stato romano, si fa fare un triduo ad una madonna o ad un santo, per la sua guarigione. Per tante altre circostanze si fanno fare delle novene, per i morti si fanno le esequie del settimo giorno, del trentesimo, o dell’ anniversario. La tassa minima per i tridui è di scudi tre, per le novene di scudi dieci, per gli anniversari semplici di scudi tre. Voglio supporre che ogni parrocchia non abbia che cinque tridui, due novene e cinque anniversari all’ anno; in questa miserabile supposizione, ogni parrocchia introiterebbe per questo titolo solo cinquanta scudi all’ anno, che, moltiplicati per diecimila parrocchie, dànno scudi cinquecentomila, che rappresentano un capitale di dieci milioni.

La benedizione delle donne dopo il parto, è un altro introito per il clero: sono rare quelle donne che non vanno a riceverla, ma supponiamo che vi vadano solo la metà; per ricevere quella benedizione si dà una candela di una libbra, ed anche un’oblazione in danaro, ma calcoliamo l’ oblazione al valore di due paoli, quarantacinquemila oblazioni dànno novemila scudi, frutti di un capitale di scudi centottantamila.

Ma fermiamoci qui, sebbene non abbiamo indicate che alcune delle sorgenti delle ricchezze del clero, e riassumiamo in un quadro tutte queste cifre:

			RICAPITOLAZIONE

TITOLO
RENDITA
CAPITALE

Fondi .....................................

Bestiami ..................................

Canoni ....................................

Debito pubblico .....................

Patrimoni ................................

Doti .......................................

Messe ......................................

Battesimi ..................................

Cresime ....................................

Matrimoni ................................

Fedi di battesimo ..................

Altre fedi ................................

Mortori ...................................

Mendicanti ...............................

Questue ...................................

Prediche ..................................

Decime ....................................

Seminari ..................................

Dateria ecc. ..........................

Pasqua ....................................

Miracoli ..................................

Tridui, ecc. ...........................

Benedizioni ...........................

2,250,000

100,000

300,000

1,250,000

250,000

500,000

2,600,000

45,000

18,000

25,000

9,000

9,750

660,000

1,825,000

200,000

150,000

150,000

15,000

50,000

30,000

75,000

500,000

9,000

45,000,000

2,000,000

6,000,000

25,000,000

5,000,000

10,000,000

52,000,000

900,000

360,000

500,000

180,000

195,000

12,000,000

36,500,000

4,000,000

3,000,000

3,000,000

300,000

1,000,000

600,000

1,500,000

10,000,000

180,000

10,960,750

219,215,000



Ora dividiamo queste cifre nei sessantamila individui che componevano il clero dell’ antico Stato Romano, ed avremo che la quota di ciascun individuo sarà di un capitale di scudi tremilaseicentocinquantatre, baiocchi cinquantotto ed un terzo, ed in rendita annua scudi centottantadue e baiocchi sessantotto.

Abbiamo detto che molte partite non sono state calcolate in questo conto: non abbiamo calcolato il così detto denaro di S. Pietro che pure frutta dei milioni; non abbiamo calcolato l’ introito del clero per le congregazioni, gli scapolari, cinture, rosari, buona morte, Cuore di Gesù, Cuore di Maria, medaglie miracolose, benedizioni in articulo mortis, cose tutte che fruttano passabilmente al clero; non abbiamo calcolato le collette che si fanno per la propagazione della fede, per l’ opera della S. Infanzia, e tante e tante altre invenzioni che si van facendo di giorno in giorno, per mungere le tasche dei devoti, senza farli gridare al ladro.

Tante altre partite non sono neppure state considerate in questo calcolo per altre ragioni: per esempio, non sono state calcolate le partite che potremmo chiamare passatore, vale a dire quelle somme che il clero dà al clero, perchè, come è noto, i preti non mungono solamente le borse dei laici, ma si mungono santamente anche fra loro: per esempio, un prete che vuol divenire cardinale ha bisogno di spendere a pronti contanti una somma non minore di dodicimila scudi che va spartita fra il papa e la curia romana; una canonizzazione di un santo non costa meno di centomila scudi, una beatificazione non costa meno di quarantamila. Non abbiamo calcolate le spese per avere vescovati, canonicati, parrocchie e benefizi; le spese d’ ordinazione; le patenti di confessione, di predicazione ecc.; gli oli santi, gli altari privilegiati, il cattedratico e simili. Non abbiamo neppure nominato il pretatico, di cui abbiamo parlato alla nota XIII della lettera XI; non abbiamo parlato di tante benedizioni che tutte si pagano, come benedizioni di case nuove, di letti matrimoniali, delle campagne; il suono dell’ agonia, e tante e tante altre partite che sarebbe assai lungo dettagliare.

È da osservarsi altresì che nel calcolare non ci siamo attenuti alla media, ma siamo andati fino al minimum, per non essere tacciati di esagerazione. Non abbiamo calcolato i vasti conventi dei frati e delle monache mendicanti, che per esser esenti dall’ imposta non figurano nel catasto; non abbiamo calcolato il valore delle chiese che, per la stessa ragione, non sono in catasto, eppure coteste chiese e conventi sono costati molti milioni, che sono usciti dalla tasca dei laici, per divenire proprietà del clero.

In questo calcolo non sono compresi gl’ immensi introiti che ricavano dai loro impieghi gli ecclesiastici dello Stato romano, i prelati governatori di provincie, i preti che occupano tutte le prime magistrature e gl’ impieghi diplomatici, i nunzi apostolici; i cardinali ognuno dei quali, oltre l’ impiego che occupa, e per il quale è ben retribuito, ha quattromila scudi all’ anno a titolo di piatto cardinalizio. Non abbiamo calcolato i tributi che ogni anno si pagano a San Pietro, le quali cose se fossero tutte calcolate insieme a tante altre che ci sfuggono dalla memoria, la somma aumenterebbe di parecchi milioni.

Dopo questi calcoli, ci sembra facile la risposta a questa domanda: Perché i paesi protestanti sono più ricchi dei paesi cattolici?

Noi abbiamo fatto questo calcolo coscienziosamente, e lo abbiamo basato sopra dati certi. Lo pubblicammo nel 1850, e sfidammo i preti di Roma ad impugnarlo; esso fu riprodotto in parecchi giornali italiani e stranieri, e nessuno fino ad ora lo ha mai impugnato. Ci sembra dunque che abbia assunto un carattere di certezza, e perciò ci siam determinati a pubblicarlo di nuovo.


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Pagina completa; prima pubblicazione: 10 aprile 2005;
ultimo aggiornamento: 2007;
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