Roma Papale, descritta in una serie di lettere con note, da Luigi De Sanctis (1882).

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Lettera Ventesima

Archivio dell'Inquisizione

Enrico ad Eugenio

Roma, Giugno 1849.

Mio caro Eugenio,

La nostra partenza da Roma è decisa, essa avrà luogo domani; io vado in Inghilterra coi miei tre amici; ma passeremo tutti e quattro da Ginevra, ove ci tratterremo alcuni giorni. Quante cose ho da dirti a voce, mio caro Eugenio! Quando saremo insieme, ti racconterò tutta la storia dei miei dolori, e di tutte le iniquità che ho vedute in Roma, di cui non ti ho raccontato che una piccola parte. Conoscerai allora i miei cari amici, e li faremo conoscere ai buoni Cristiani di Ginevra.

Intanto non voglio mancarti di parola: ti ho promesso di raccontarti in questa mia lettera un’ interessante scoperta che abbiamo fatta, ed eccomi a mantenerti la parola.

Venne voglia al sig. Manson di sapere chi mi avesse accusato all’ inquisizione. Io dissi che temeva per cosa certa essere stati i PP. Gesuiti: il sig. Pasquali era dello stesso sentimento; ma il sig. Manson, forse per un resto di affezione verso i Gesuiti, pareva non ne fosse persuaso. Il sig. Pasquali, che volea persuaderlo, disse che avrebbe provato di fargli vedere i nostri stessi processi. Andò dal Console inglese per vedere se la cosa fosse stata possibile, ed il Console gli fece una lettera di raccomandazione per l’ ex-ministro Sterbini, autore del decreto della distruzione del S. Uffizio. Lo Sterbini, gentilissimo com’ era, si offrì d’ accompagnarci egli stesso nella Cancelleria del distrutto tribunale, e di cercarvi i nostri processi.

Andammo dunque noi quattro, accompagnati dallo Sterbini, in quell’ orrendo palazzo. Le prigioni sotterranee erano state distrutte, ed i muratori lavoravano per convertire quel luogo di vendette pretine in abitazioni per i poveri operai (Nota 1 - Cosa è oggi il S. Uffizio in Roma).

Il locale degli archivi era restato intatto, perchè il Governo pensava di far tesoro di quelle carte, e già avea incominciato ad esaminarle (Nota 2 - Cosa doveva farsi dell'archivio). Intanto egli diceva: “Vi dirò qualche cosa di quello che ho potuto scoprire in qualche momento che ho potuto dare a tale esame.”

Così dicendo, ci condusse dinanzi ad uno scaffale, e tirando giù una busta dell’anno 1828, l’aprì e ci fece vedere una lettera originale del Cardinale Bernetti, allora Segretario di Stato, nella quale pregava il P. Commissario a nome del papa Leone XII, che essendo giunto a sua notizia che vi erano nello Stato alcune cospirazioni politiche, e non avendo potuto scoprir nulla per la via della polizia, pregava il P. Commissario a volersi occupare seriamente di tali cose, e scoprirle per mezzo dell’ inquisizione. Dopo quella lettera, veniva il decreto del tribunale per raggiungere quello scopo. Il decreto diceva che per occuparsi dello scoprimento di tali congiure, non vi era mezzo migliore che la confessione, e perciò il S. Tribunale pregava sua Santità affinché facesse un decreto, acciò i confessori non potessero assolvere nessuno di coloro che avessero fatto parte in qualunque modo di congiure o di società segrete, qualunque fossero, o ne conoscessero la esistenza, se prima non avessero denunziato al S. Uffizio coloro che facevano parte, o che avessero dato sospetto di far parte di una qualche congiura o società segreta.

E siccome si prevedeva che molti avrebbero piuttosto ricusata l’ assoluzione che di andare al S. Uffizio a denunziare parenti od amici, così si dasse il permesso ai confessori di poter ricevere le accuse senza nessuna formalità.

Dopo questo decreto, veniva il breve pontificio, che fu comunicato a tutti i confessori dello Stato, fatto nei termini domandati dal S. Uffizio. Seguivano poscia tutte le denunzie dei confessori in conseguenza di quel breve, e quelle denunzie erano comprese in dieci grossi volumi. La più parte di esse erano senza la firma del denunziante, e senza nessuna garanzia legale. Frequentissime erano le denunzie strappate dalla bocca dei moribondi nel punto estremo di vita. Quando l’ animò era indebolito, e le facoltà morali quasi estinte, allora lo scaltro prete adoperava tutta la sua feroce eloquenza per dimostrare che non vi era altra via di salvazione fuori di quella di denunziare i parenti o gli amici, e per raggiungere più facilmente lo scopo promettevano che la denunzia non sarebbe stata consegnata, se non che dopo la loro morte.Con queste arti furono denunziati quasi tutti i liberali dello Stato pontificio, e quelle denunzie contribuirono moltissimo a fare abortire la rivoluzione del 1831.

Dallo scaffale delle denunzie politiche passammo ad osservare un altro scaffale dove erano le denunzie di sollecitazione. Volevamo passare innanzi, ma il sig. Pasquali volle che il sig. Manson osservasse un poco quei libri per persuadersi sempre più che la confessione al prete, tanto accarezzata e lodata dai Puseiti, non è che un mistero di iniquità. Incominciò a svolgere l’ultimo di quei numerosi volumi che contenevano i processi per sollecitazione, e si trovarono in esso le iniquità le più stomachevoli commesse dai preti sotto pretesto di confessione (Nota 3 - Abuso della confessione): ora si trovava un confessore di monache che seduceva le monache più giovani del monastero (Nota 4 - Confessori di monache), e le rendeva madri non reverende; ora un confessore che in un conservatorio di giovani, per mezzo della confessione, si era formato uno scelto e numeroso Harem; ora era una figlia, ora una sposa sedotta dal confessore. Vi era fra le altre cose in quel volume la storia di un frate che accusato diciassette volte di sollecitazione non era stato mai punito, perchè era uomo zelantissimo nello scoprire e denunziare i liberali (Nota 5 - Non si puniscono tutti i sollecitanti).

Il sig. Manson nel vedere tali cose divenne rosso come una brace, il sig. Sweeteman fremeva di sdegno, il sig. Sterbini rideva, e diceva che in quei volumi erano registrate pochissime delle iniquità di quel genere che tutto giorno si commettono, perchè erano registrate soltanto quelle cose che erano state denunziate dalle donne sedotte: ma quando una donna onorata era stata eccitata al male, o anche sedotta, da un confessore, piuttostochè manifestare la sua vergogna, sarebbe morta; e così la maggior parte dei casi di seduzione non erano denunciati. Il sig. Pasquali col suo solito sangue freddo diceva al sig. Manson: “Vedete i belli effetti della confessione al prete? Tornando in Inghilterra, raccontateli ai vostri cari amici i Puseiti, che cercano tutti i modi di ristabilire la confessione auricolare, e dite quello che voi stesso avete veduto.”

Eravamo stomacati da tali cose, e pregammo lo Sterbini che c’ indicasse, se fosse possibile, ove erano i nostri processi. Egli allora prese un indice e, dopo averlo consultato, trasse giù dallo scaffale una busta di pergamena, nella quale erano i nostri processi. Il mio processo incominciava con una lettera del padre P. mio maestro Gesuita, nella quale mi denunciava di essermi legato in amicizia con tre eretici, di andar sempre con loro, di essere entrato con loro in discussioni religiose, e di aver voluto continuare in quella amicizia e in quelle discussioni, sebbene egli ed altri PP. Gesuiti me l’ avessero formalmente proibito. A questa prima denuncia teneva dietro la relazione del servitore di piazza del sig. Manson, nella quale era descritto il carattere dei miei tre amici, e i discorsi che fra noi si facevano. Dopo questi due documenti, seguiva il decreto a mio riguardo firmato dal P. Commissario; il decreto conteneva una sola parola observetur(sia invigilato). Dopo questo decreto, il Fiscale avea incaricati due famigliari per osservare tutte le mie più piccole azioni, e riferirle al S. Uffizio. Qui vi erano le relazioni degli osservatori, nelle quali erano descritte tutte le mie parole e tutte le mie azioni, molte delle quali erano esagerate, altre interamente inventate, e tutte confermate dal solenne giuramento dei delatori, i quali nella giurisprudenza del S. Uffizio sono persone degnissime di fede (Nota 6 - Giurisprudenza dell'inquisizione).

Il mio confessore Gesuita compì l’ opera, rivelando al S. Uffizio ciò che io gli avea detto nella mia confessione, e la sua rivelazione era, come tutte le altre, riportata autografa nel mio processo. Dopo veniva il decreto di carcerazione, il verbale della perquisizione personale, quello della perquisizione domiciliare; nei quali verbali era constatato non essermi stato trovato nulla che provasse il mio delitto. Erano poi nel processo inscritti i miei esami, i rapporti del carceriere, la mia conversazione con l’ abate Pallotta, e quelle col padre N.. Finiva il mio processo con un decreto che diceva: Supersederi donec resipiscat (Nota 7 - Supersederi), vale a dire che si sospendesse la mia procedura, aspettando la mia conversione.

Il processo del sig. Pasquali era una conseguenza del mio. Io era accusato come eretico sedotto, il sig. Pasquali come eretico seduttore e pubblico dogmatizzante: gli accusatori erano i medesimi. Il sig. Pasquali però era nato protestante, e non aveva il delitto di apostasia imperdonabile per l’ inquisizione; egli era con degli Inglesi, e, sebbene nato italiano, aveva la cittadinanza inglese: si doveva punire, si doveva imprigionare, ma si dovea far tutto nel massimo silenzio, senza che nessuno potesse scoprirlo, perchè i tempi, diceva il decreto d’ arresto, essendo difficili, non si doveva dare occasione all’ Inghilterra di far dei reclami. Il papa dovea comparire liberale, acciò l’ Inghilterra non appoggiasse i liberali Italiani contro di lui. Per questi motivi era stato incaricato un signore romano, che per devozione era famigliare del S. Uffizio, a condurre prudentemente il Pasquali nelle mani dell’ inquisizione; e quel signore lo arrestò nel modo che vi ho raccontato.

Il processo del Pasquali portava il titolo di pubblico dogmatizzante; erano in esso registrati il verbale di carcerazione, quello di perquisizione; poi seguiva il decreto dell’ esame solenne, come suol farsi ai pubblici dogmatizzanti, ed il verbale di quell’ esame. Io ho raccontato come fu tolto bruscamente dall’ esame, ma non avrei mai saputo i dettagli che seguono, se non li avessi letti in quel processo. Appena il Pasquali fu uscito dalla camera del giudizio, quei reverendi si misero a deliberare circa alla sua condanna. Fu data la parola al Fiscale il quale dopo aver detto che la reità del Pasquali come pubblico dogmatizzante era evidente, egli opinava, secondo le leggi del santo tribunale, che dovesse essere condannato alla morte; su questo egli non poneva dubbio alcuno, solo dubitava qual genere di morte gli dovesse essere applicata, e lasciava la libertà al S. Tribunale di decidere se dovesse essere murato, ovvero bruciato nei forni.

I due consultori ebbero la parola in seguito, convennero che la morte era la pena dovuta al Pasquali; ma opinarono per il fuoco, stantechè la muratura era una pena andata in disuso. Parlarono poscia i due Padri compagni, ed appoggiarono l’ opinione dei consultori. Il P. Commissario parlò dopo, e disse che egli stimava cosa inutile la pena di morte quando non era accompagnata dal pubblico esempio, e che perciò credeva che bastasse un decreto di perpetuo carcere. Monsignor Assessore, che come Presidente parlò l’ ultimo fece osservare che il Pasquali essendo cittadino inglese, fra le cose possibili vi era anche quella che si fosse scoperto il suo arresto, e che un giorno potesse essere efficacemente richiesto dall’Inghilterra. Se ciò accadesse, e che il Pasquali fosse stato messo a morte, il papa ne sarebbe stato irritatissimo; quindi egli opinava che si dovesse sospendere di pronunciare una sentenza qualunque, ritenere il Pasquali nelle prigioni, e pronunziare la sentenza di morte allorquando si sarebbe stati certi che l’ Inghilterra non l’ avrebbe più ricercato. Tutti convennero in questa sentenza, e finiva il suo processo col seguente decreto: Supersederi et ad mentem. Mens est ut consulatur Sanctissimus et ejus jussa exequatur. Intenderai questo decreto per l’ ultimo foglio che era annesso al processo. In esso si diceva che il P. Commissario avea riferito tutto al papa, e che il papa, avendo trovate prudenti quelle riflessioni, ordinava che si mettessero in esecuzione, ritenendo il Pasquali nella più stretta custodia. Così la vita del Pasquali fu salva, per la paura che il papa avea dell’ Inghilterra. Ringraziammo il sig. Sterbini, ed uscimmo da quel luogo per non rientrarvi mai più.

Nel tornare a casa dal palazzo dell’ inquisizione, fummo testimoni di un fatto piccolo in sè stesso, ma che dimostra l’indole indefinibile del sig. Mazzini, capo della repubblica romana (Nota 8 - Curiosi decreti di Mazzini). Incontrammo per la strada una magnifica carrozza tutta coperta d’ oro, tirata da due superbi cavalli che camminava a passo lentissimo. Era la carrozza nobile del papa. Il popolo che era per le strade si fermava aspettando che la carrozza fosse passata, e mentre essa passava tutti si scoprivano, e molti s’ inginocchiavano facendosi il segno della croce. Dentro la carrozza vi erano due frati zoccolanti vestiti di cotta, ed uno di essi portava anche la stola. Domandammo ad un signore che si trovava vicino a noi, e che come noi non si era levato il cappello nè fatto segno alcuno di riverenza al passare della carrozza, domandammo, dico, cosa vi fosse in essa, e il perchè di tanti segni di adorazione: ci rispose che quella era la carrozza nobile del papa, regalata dal Mazzini al S. Bambino di Ara Coeli, credendo così far cosa grata al popolo romano.

Continuammo il nostro viaggio, ed il Pasquali domandò cosa fosse il S. Bambino, e perchè andasse girando per Roma. Io risposi che il S. Bambino era una immagine di Gesù bambino rozzamente scolpita in legno, custodita dai frati zoccolanti, e quella immagine per essi è un vero tesoro (Nota 9 - Il S. Bambino). I frati dicono che essa è fatta di legno di olivo, e precisamente del legno di quell’ olivo al quale era appoggiato il Redentore, quando sudò sangue nell’ orto; dicono che quell’ immagine è stata lavorata dagli angeli, e che è venuta a Roma da sè stessa ed è andata da sè a collocarsi nella chiesa di Ara Coeli, ed ecco il come. Non ricordo ora in quale anno, ma nella notte del Natale mentre i frati erano in chiesa in preghiera, sentivano battere alla porta della chiesa; essi, credendo che fossero cattiva gente che cercassero turbarli nelle loro preghiere, non andarono ad aprire. Il picchiare continuava, ed i frati continuavano a star duri; allora tutte le campane della chiesa suonarono a festa senza che nessuno le toccasse, e le porte della chiesa si spalancarono, ed il Bambino entrò ed andò a posarsi sull’ altare. Questo Bambino è ricoperto di abiti ricchissimi, ha sopra di sè brillanti e gioie in gran numero e senza prezzo; i frati non lo toccano se non che vestiti di abiti sacerdotali, e coperte le mani con guanti di seta; e i devoti gli baciano il piede destro, quel piede, dicono, col quale picchiava alla porta. Ora il Mazzini che avea ordinato lo spoglio di tutte le chiese, che avea tollerato che si gettassero le particole per prendere i vasi sacri, non permise che si toccassero le gemme del S. Bambino, anzi gli fece dono della preziosa carrozza papale. Questo bambino si porta nel le case degli infermi, quando sono persone che possano, o vogliano dare una buona elemosina, e quando arriva nella casa tutta la famiglia gli va incontro con candele accese fino alla carrozza, e così lo riaccompagna quando esce.

Di queste cose, caro Eugenio, ve ne sono moltissime in Roma, e vi vorrebbe non una lettera, ma un grosso libro per descriverle. Se i Protestanti al lume del Vangelo considerassero Roma papale come essa è, e non come essi la immaginano sulle descrizioni dei Gesuiti e dei gesuitanti, non si farebbero maraviglia quando sentono che qualcuno di loro chiama Roma papale la Babilonia dell’Apocalisse. Vengano in Roma come vi è venuto il Pasquali con la Bibbia nelle mani e nel cuore, ed allora conosceranno cosa è la Roma papale.

Addio, caro Eugenio, fra pochi giorni saremo di nuovo insieme, ci riabbracceremo, ci ameremo sempre più, imperciocchè alla nostra amicizia di fanciullezza si aggiunge ora il legame della religione, essendo divenuti fratelli in Gesù Cristo.

Enrico.
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Riepilogo delle note alla Lettera Ventesima

  1. Cosa oggi il S. Uffizio in Roma.
  2. Cosa doveva farsi dell'archivio.
  3. Abuso della confessione.
  4. Confessori di monache.
  5. Non si puniscono tutti i sollecitanti.
  6. Giurisprudenza dell'Inquisizione.
  7. Supersederi.
  8. Curiosi decreti di Mazzini.
  9. Il S. Bambino.

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Pagina completa; prima pubblicazione: 12 febbraio 2005;
ultimo aggiornamento: 2007;
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