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Il capo II della seconda ai Tessalonicesi

Nota 8. alla lettera diciannovesima di Roma Papale 1882

Il Valdese cita contro la Chiesa romana il cap. II della seconda epistola di S. Paolo ai Tessalonicesi. Quel capitolo è uno dei più interessanti capitoli del Nuovo Testamento, specialmente per quello che riguarda la controversia. È necessario dunque darne una breve e chiara spiegazione, per quei lettori che non fossero versati in tali materie.

I Cristiani di Tessalonica erano perseguitati per la loro fede (I Tessal. I, 6), erano perseguitati dai loro compatriotti (1 Tess. II, 14), alcuni di essi erano morti e S. Paolo li consola sui fratelli morti nella certezza che all’ avvenimento del Signore risusciteranno e si uniranno a loro viventi (1 Tessal. IV, 14 -17). I Tessalonicesi da quelle parole di s. Paolo argomentarono che la venuta del Signore fosse da S. Paolo predetta come se dovesse avvenire a momenti. Perciò S. Paolo, nella seconda lettera al cap. II li previene contro questo errore, e nei due primi versetti li scongiura a non lasciarsi ingannare sotto qualunque pretesto, sulla prossimità di quell’ avvenimento. Continua poi nel versetto terzo a dirgli che il Signore non verrà se prima non si sarà manifestata l’ apostasia e l’ uomo del peccato.

Qual’ è quest’ apostasia? S. Paolo, come tutti gli altri scrittori del Nuovo Testamento, parlava secondo l’ analogia biblica: l’ apostasia dunque di cui parla è quella predetta da Daniele specialmente nel cap. VII, vers. 24, 25, e quella che egli predice nel cap. IV della prima lettera a Timoteo. L’ uomo del peccato, di cui parla S. Paolo, era conosciuto dai Tessalonicesi, altrimenti non avrebbe potuto parlarne loro con l’ articolo indicativo, l’ uomo; era dunque l’uomo del peccato, secondo le Scritture. Quell’ uomo dunque era la quarta bestia di Daniele (Dan. VII, 6, 7, 23 - 25), quell’ uomo dunque del peccato non è soltanto un individuo, ma è anche un potere, un sistema.

Quell’ uomo del peccato si chiama ancora il Figliuolo della perdizione. Questa maniera di parlare biblica equivale ad un superlativo, inguisachè figliuol di perdizione vuol dire uomo irreparabilmente perduto. Noi troviamo nella Bibbia due individui indicati con questo epiteto: Giuda il quale esteriormente passava per Apostolo del Signore, ma in realtà era l’ uomo più scellerato che esistesse; e l’ uomo di cui parla qui S. Paolo, il quale pure esteriormente sembrerà un Apostolo, un santo, anzi si chiamerà l’uomo apostolico per eccellenza, ma dallo Spirito Santo è chiamato il figliuol della perdizione.

Sembra dunque chiaro che l’uomo di cui parla qui S. Paolo, sia che si consideri come un sistema, sia che voglia considerarsi come un individuo, è un sistema religioso, è un individuo religioso per eccellenza, almeno apparentemente: sia dunque che si consideri come Anticristo individuo che dovrà venire alla fin dei giorni, o come Anticristo sistema, che cominciò fin dai tempi apostolici, sempre quest’ uomo, o questo sistema, sarà un uomo od un sistema evidentemente religioso: primo, perchè produrrà l’ apostasia, la quale è una rivolta contro Dio, e non può operarsi se non che da colui che comanda dispoticamente sulla religione; secondo, perchè è chiamato l’ uomo del peccato, che quanto dire il fabbricatore di peccati per sè e per altri; la quale qualifica non può appartenere che ad un uomo o ad un sistema che abbia a pretesto la religione, per condurre gli uomini al male ed all’ apostasia; terzo, perchè quest’epiteto del figliuol di perdizione, essendo stato dato da Gesù Cristo a Giuda apostolo prevaricatore, indica che colui, che da S. Paolo è chiamato con lo stesso nome, debba essere simile a Giuda. Così dicono quei Protestanti i quali interpretano il cap. II della lettera ai Tessalonicesi, come se quell’ uomo di peccato fosse il papa di Roma. Noi non vogliamo entrare a decidere questa controversia, ma la riportiamo storicamente.

Con questa medesima esegesi, spiegano il verso 4 applicandolo sempre allo stesso personaggio. Quell’ uomo del peccato è chiamato nel verso 4 l’ avversario: e qui credono che S. Paolo parli di quello stesso personaggio di cui parla il profeta Daniele, cap. VI, vers. 36, 37, il quale unirebbe all’ impero spirituale il regno temporale: quell’ uomo, secondo Daniele, non sarebbe frenato da nessuna legge, perchè ogni legge sarebbe inferiore a lui, quindi egli non ha altra legge che la sua volontà. Anche in questo carattere i Protestanti riconoscono il papa di Roma, il quale non è frenato da nessuna legge civile o canonica, ma le sue leggi sono fatte, come egli dice, di moto proprio e con la sua pienezza di potere, che è quella che dice Daniele di quell’ uomo che fa ciò che gli piace. Daniele continua e dice, che quel re s’ innalzerà e si magnificherà sopra ogni Dio: ed anche qui i Protestanti vedono il papa di Roma, il quale si fa chiamare Santissimo Signor nostro, e si pone a sedere sopra l’ altare di Dio per farsi adorare. Continua Daniele e dice che quell’uomo profferirà cose strane contro l’ Iddio degli iddii; ed anche qui i Protestanti credono riconoscere il papa di Roma quando annulla i Comandamenti di Dio per le sue tradizioni. Dice Daniele di quell’ uomo che non si curerà di amore di donne: ed anche qui i Protestanti vi vedono il papa, il quale proibisce ai suoi preti il santo e legittimo amore della propria donna, sotto pena di sacrilegio.

Nel verso 4, S. Paolo dice, che quell’ avversario s’ innalza sopra chiunque è chiamato Dio o divinità. I Protestanti scrivendo questo passo ragionano presso a poco in questo modo: Non è detto che quell’ avversario si innalza sopra a Dio, ma sopra a chiunque è chiamato Dio; ora nella Bibbia sono chiamati Dii e Signori i magistrati e le autorità costituite, ed il papa s’innalza e si dice superiore a tutte le autorità costituite della terra.

È detto ancora in quel verso 4, che colui siede nel tempio di Dio come Dio, mostrando sè stesso e dicendo che egli è Dio. Alcuni fra i Protestanti moderni credono che il tempio di Dio sia il tempio di Gerusalemme, e non la chiesa di S. Pietro di Roma, ove il papa siede sull’ altare como Dio. Altri Protestanti però rispondono che è vero che S. Pietro di Roma non è il tempio di Dio, ma che S. Paolo in questo passo non parla nè di S. Pietro di Roma nè del tempio di Gerusalemme. Il tempio di Gerusalemme, dicono che nel Nuovo Testamento non è mai chiamato il tempio di Dio; ma tempio di Dio nel Nuovo Testamento è la Chiesa di Gesù Cristo, e citano I Cor. III, 16, 17; 2 Cor. VI, 16; 1 Tim. III, 15. Dicono che la parola siede non deve essere intesa nel senso materiale, ma nel senso di regnare; e, per applicare questo senso al papa, essi dicono che il regno papale si chiama Santa Sede.

Abbiamo riportata brevissimamente l’interpretazione che dànno i Protestanti a questo passo per spiegare le parole dette dal Pasquale ai suoi giudici, e l’abbiamo riportata storicamente, lasciando ai nostri lettori il pensiero di giudicare se l’interpretazione dei Protestanti è giusta o no.

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