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Esami pubblici, o solenni

Nota 5. alla lettera diciannovesima di Roma Papale 1882

L’ inquisizione di Spagna, sebbene crudelissima, pure qualche volta usava giudicare pubblicamente gli eretici; ma nelle memorie dell’ inquisizione romana non troviamo che un sol caso nel quale un eretico fosse stato giudicato pubblicamente: ciò accadde ai tempi e per ordine di papa Giulio III, nella persona di Giovanni Mollio, il quale, essendo stato frate e professore nell’ università di Bologna, aveva abbracciato il Vangelo, e ne era divenuto zelante predicatore. Giulio III lo fece carcerare, e condotto in Roma, volle che fosse giudicato pubblicamente e con tutta solennità. Non sarà discaro ai nostri lettori se daremo una breve descrizione di quell’ unico solenne giudizio pubblico fatto dall’ inquisizione romana.

Questo giudizio fu fatto il 5 settembre 1553. L’ inquisizione allora risiedeva nel convento dei frati Domenicani alla Minerva. Una sala immensa, che può contenere un migliaio di persone, fu il luogo destinato per quel solenne giudizio. In fondo della sala, in faccia alla porta d’ ingresso, eravi il trono del papa, ma solo per la forma, perchè egli non fu presente a quel giudizio, però vi dovea essere il suo trono essendo egli il presidente dell’ inquisizione. Ai due lati del trono sopra a tre gradini erano posti i banchi per i dodici cardinali inquisitori, coperti di damasco violaceo. Vicino ai cardinali che sono a destra del trono era assiso sopra uno sgabello monsignor assessore; e vicino ai cardinali che sono a sinistra era assiso sopra un eguale sgabello il reverendissimo P. commissario: così era piena tutta la facciata di fondo della sala. Dal lato destro vi era un banco sul quale sedevano i consultori, e dal lato sinistro sull’ altro banco sedevano i qualificatori. Dinanzi ai gradini del trono vi era una tavola coperta di panno nero, sopra la quale eravi un crocifisso pur esso nero, ed un cartone sul quale sono stampati i primi quattordici versetti dell’ Evangelo di S. Giovanni; dinanzi alla tavola ad una certa distanza vi era lo sgabello rustico ove dovea sedere l’ accusato: ai due lati di esso vi erano le panche per i sostituti notai ed altri impiegati del S. Uffizio; il quadrato è chiuso da due gran banchi sui quali vanno a sedere i testimoni; dietro ad essi sono i soldati dell’ inquisizione; poi vi è una balaustra per impedire al pubblico di appressarsi troppo. Delle gallerie praticate intorno alla sala erano destinate per l’ aristocrazia; il popolo occupava il resto della sala.

La sala era piena qualche ora prima che cominciasse il giudizio. All’ora del giudizio si sente un canto lugubre nel corridoio che mette alla sala: erano le vittime che si avvicinavano precedute dai frati con lo stendardo dell’ inquisizione inalberato che cantavano in tuono sommesso il Miserere. Gli accusati venivano due per due, avendo ciascuno una candela di cera gialla accesa nelle mani; erano accompagnati dai frati e dai carcerieri, che per non essere conosciuti erano coperti di un sacco nero con un cappuccio sulla faccia ove erano due fori per lasciar libera la vista; gli accusati andarono a prender posto dietro la panca dei consultori e dei qualificatori.

Dopo le vittime entravano processionalmente i giudici, prima i qualificatori, poi i consultori, poi l’ assessore e il commissario, finalmente i dodici cardinali inquisitori, non in abito rosso, ma in abito violaceo che è l’ abito di lutto. Giunti al loro posto, tutti si misero in ginocchio, ed il cardinale decano lesse una preghiera in latino: dopo la preghiera incominciò immediatamente il giudizio.

Non vi è memoria nella storia della inquisizione romana che vi sieno stati altri giudizi pubblici, nè prima nè poi, per cui non possiamo dire quale fosse la pratica di tali giudizi: diremo soltanto ciò che accadde in questo. Questo giudizio dovea essere non altro che un colpo di scena, per provare al pubblico che tutto quello che si diceva sui rigori dell’inquisizione erano favole; che l’ inquisizione usava rigore soltanto con gli ostinati, ma si mostrava clementissima sopra gli erranti che riconoscevano il proprio errore. Gli accusati in quel giudizio erano tutti preparati a domandare perdono e fare la pubblica abiura. Uno dei notai chiamava ad un per uno gli accusati: colui che era chiamato andava a sedersi nello sgabello preparato: allora il notaio leggeva a voce alta i delitti di cui era accusato, e che si dicevano evidentemente provati in processo. Il padre commissario diceva all’ accusato che gli era permesso difendersi. Allora l’ accusato implorava la misericordia del S. tribunale, e si diceva pronto ad abiurare i suoi errori. Il cardinale decano che faceva le veci di presidente ordinava allora che l’ accusato fosse sciolto, e gli uomini mascherati lo scioglievano, gli toglievano di mano la candela ed era messo da un lato.

La farsa passò in tal modo fino al penultimo degli accusati che era Giovanni Mollio. Costui desiderava rendere solenne e pubblica testimonianza all’ Evangelio, e perciò quando nei giorni antecedenti gli era stato detto se nel pubblico giudizio avrebbe ritrattati i suoi errori disse di sì usando una restrinzione mentale; egli intendeva che avrebbe ritrattati gli errori della Chiesa romana, e non quelli che gli erano dal S. Uffizio imputati. Se il S. Uffizio avesse compresa la furberia di Mollio, non lo avrebbe fatto comparire in quel giudizio. Il fatto sta che Mollio vi comparve, ed essendo seduto sul suo sgabello, il notaio lesse l’ accusa di Luterano, lesse i capi principali della dottrina insegnata da lui e conchiuse che era convinto di Luteranismo. Quando il padre commissario gli disse di difendersi, Mollio si levò, e, gettando lungi da sè la candela gialla, incominciò la sua vera difesa: disse che egli era Luterano come lo era stato S. Paolo,  che egli non era Cattolico romano, perché la Chiesa cattolica avea abbandonato il Cristianesimo dell’Evangelio, ed incominciò con passi della Bibbia a dimostrare la verità della dottrina evangelica da lui insegnata, e la falsità delle dottrine della Chiesa romana.

A tale inaspettato discorso, i cardinali impallidirono, gli spettatori erano in un tale silenzio di ammirazione, che nella vastissima sala si sarebbe sentito il ronzare di una mosca. Conchiuse la sua difesa, con queste parole: ‘‘Quanto a voi, cardinali, vescovi, e prelati, se io fossi persuaso che avete ricevuto da Dio il potere che vi attribuite, o se foste nel posto che siete per le vostre virtù e non per la vostra ambizione, non avrei nulla a ridire contro di voi: ma siccome vedo e so, che voi avete dichiarata la guerra al Vangelo ed alla virtù, così non posso risparmiarvi, e sono dalla mia coscienza obbligato a dirvi che il vostro potere non viene da Dio, ma dal diavolo. Se il vostro potere fosse apostolico, come volete far credere, la vostra vita e la vostra dottrina sarebbero conformi a quelle degli Apostoli. Ma voi siete assetati del sangue dei santi, e non potete essere i successori degli Apostoli, voi perseguitate Cristo e l’opera sua, voi tiranneggiate le coscienze. Pronunciate pure la vostra sentenza su di me, ma io fin da questo momento ne appello al tribunale di Gesù Cristo, e là vi aspetto, là ove le vostre mitre, i vostri pastorali, la vostra porpora, non imporranno punto a quel Giudice.”

Il popolo romano ama più che qualunque altro popolo gli atti coraggiosi; ed un grido spontaneo di approvazione risuonò per tutta la sala, la rabbia dei cardinali fu al colmo, e Mollio fu portato via per una porta segreta.

L’ultimo che restava da esaminare era un tal Tisserando di Perugia, il quale avendo intesa la confessione di Mollio volle imitarlo, e disse che faceva sue le parole di Mollio. Fu anch’ egli portato via per la porta segreta. Allora il cardinale decano pronunciò l’ assoluzione dalle censure sopra coloro che aveano abiurato, e pronunciò su di loro la sentenza di perpetua prigionia. Mollio ed il compagno pochi giorni dopo furono condotti sulla piazza di Campo di Fiore, ed essendogli stata forata la lingua con un ferro rovente prima di uscire dalla prigione acciò non potessero parlare al popolo, furono bruciati vivi.

Questo è l’ unico esempio di un giudizio pubblico che siasi fatto nell’inquisizione di Roma, il giudizio solenne fatto al signor Pasquali si usa fare anche ora, nei casi di eretici dogmatizzanti.

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