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Santi contemporanei: l'abate Pallotta

Nota 1. alla lettera diciassettesima di Roma Papale 1882

Roma abbonda di preti, frati e monache che godono fama di santità, ed anche fanno miracoli. Fu per qualche anno celebre il padre Bernardo Paolotto, per i miracoli che faceva, delle ricchezze che portava al suo convento; ma la sua fama non fu di lunga durata, e dovè allontanarsi da Roma, e non si è sentito più parlare di lui.

Un altro santo, la cui fama durò fino alla morte, fu fra Petronio Sarco laico, zoccolante, il quale era preso per padrino in tutti i battesimi delle famiglie principesche romane.

Un altro santo era fra Felice laico cappuccino, il quale un giorno, avendo fatto ferrare il suo asino, disse al maniscalco che S. Francesco lo avrebbe pagato. Il maniscalco, che non poteva dire altrettanto nè al ferraio, nè al padrone di casa, insisteva per avere il danaro; allora fra Felice disse all'asino di restituire i suoi ferri, e 1' asino scuotendo ad una ad una le sue zampe, lasciò da esse cadere i suoi ferri.

Ma il santo contemporaneo, che fosse in maggior grido, era l'abate don Vincenzo Pallotti, chiamato comunemente 1' abate Pallotta. Era un uomo di statura piccolissimo, vestiva l'abito ecclesiastico con una semplicità piuttosto affettata, la sua casa era un santuario. Nella prima camera vi era una statua della Madonna in cera di grandezza naturale, ritta in piedi dentro un'urna di cristallo, una lampada era sempre accesa dinanzi ad essa. In una seconda camera vi era un gran crocifisso alto quanto la parete con la via crucis all' intorno. La terza camera era piuttosto grande, e le pareti erano tutte ricoperte di libri ascetici e teologici perfettamente inutili per lui, perchè diceva non aver tempo da perdere nel leggere. In mezzo di quella camera vi era un gran crocifisso messo in terra, che tutti quelli che entravano dovevano baciarlo. Finalmente vi era un camerino dove egli si teneva per confessare. In esso vi era il Monte Calvario con la scena della crocifissione tutta in rilievo, poi vi era un piccolo canapè tessuto di paglia ordinaria. Nella sua casa non vi era cucina, perchè per lui perfettamente inutile; egli non mangiava che poco pane, un pezzo di formaggio nei giorni di grasso, e qualche frutto secco nei giorni di magro; la sua bevanda non era che acqua semplice.

Il suo padre era un ricco pizzicagnolo. Divenuto vecchio, vedendo il figlio così santo, confessò al figlio di avere, come il solito, rubato nel peso agli avventori, e domandò al figlio come rimediare a questo fatto. Il figlio che era ignorante, ma di buona fede, non aveva adottata la morale dei preti di restituire alla Chiesa quello che si è rubato ai laici; d' altronde è impossibile trovare tutti i derubati per fare la restituzione. Allora l'abate Pallotta ordinò al padre di dare da quel1' ora innanzi tre once di più a libbra a tutti coloro che andavano a spendere. Il buon vecchio così fece; ma il pubblico essendosene avveduto, era tale l'affluenza degli avventori nella sua bottega, che dalla mattina alla sera era sempre piena. La cosa sarebbe finita con l'intiero fallimento del vecchio; ma gli altri due figli che erano nella bottega, che non dividevano per nulla le opinioni del fratello, scacciarono il padre, e così rimisero le cose come prima.

L' abate Pallotta godeva una grande influenza in Roma, egli otteneva tutto quel che voleva, avea fondato due case di rifugio per le povere ragazze abbandonate, e mandava tutte le sere alcuni de' suoi discepoli nelle vie più frequentate di Roma a cercar coteste ragazze, e persuaderle di entrare nei suoi rifugi; in questo modo ne manteneva più di duecento. Egli aveva stabilito una congregazione di preti chiamata l'Apostolato cattolico, ed uno dei suoi discepoli fu l'abate don Raffaele Melia, che fece poi tanto chiasso in Londra come missionario apostolico e cappellano dell'ambasciata sarda.

L'abate Pallotta era un fanatico, ma lo era in buona fede. Egli non si serviva della sua santità per arricchire sè od altri; egli era umile, ed era notte e giorno occupato a predicare, confessare ed assistere i malati. Egli morì nel 1849, nei tempi di grandi sconvolgimenti in Roma; egli fu sempre eguale a sè stesso, continuò nel suo tenore di vita senza intrigarsi per nulla nelle cose politiche; a tutti coloro che gli domandavano cosa egli pensasse su quelle cose, rispondeva che bisognava pregare e pregar molto, affinché Dio dirigesse tutto alla sua gloria. Mentre il popolo romano dava la caccia ai preti, 1' abate Pallotta era da tutti riverito e rispettato.

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