Roma Papale, descritta in una serie di lettere con note, da Luigi De Sanctis (1882).

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Lettera diciassettesima

Il Processo

Enrico ad Eugenio

Roma, Maggio 1849.

Mio caro Eugenio,

Erano cinquanta giorni che gemevo in quel sepolcro di viventi senza aver veduto altra sembianza umana che quella poco simpatica del mio carceriere. Una mattina sentii aprire la porta della prigione in un’ ora straordinaria, e credea di essere chiamato ai tanto desiderati esami, ma invece era il carceriere il quale messe sossopra la mia prigione per bene spazzarla; poscia bruciò sopra uno scaldino alcune bacche di lauro ed altre erbe per disinfettarne l’ aria, tolse lo sgabello di legno, ed in quella vece portò due decenti sedie di paglia. Io era attonito per tali straordinarie attenzioni e ne domandai la ragione; mi fu detto che fra poco avrei ricevuta una visita, di persona rispettabilissima. Puoi immaginare qual fosse la mia consolazione nel sentirmi annunziare una visita: ma per quanto facessi, non mi riuscì di poter sapere chi fosse la rispettabile persona che era per visitarmi. Io attendeva con grande ansietà, e la mia mente vagava su tutte le mie conoscenze, faceva mille congetture, ma la più probabile mi pareva che quella visita dovesse essere una visita del Padre Commissario. Verso le dieci, sento di nuovo aprire la porta, e l’ingrata voce del carceriere mi annunziò la visita dell’ abate Pallotta (Nota 1 - Santi contemporanei: l'abate Pallotta).

L’ abate Pallotta è un prete che gode in Roma fama di grande santità. Piccolissimo di statura, macilente nel viso, gracile nella persona, calvo nella testa, coperto di un abito di panno grossolano, legato al fianco con una cintura della stessa stoffa, affetta 1’ aria di uno di quei santi che si veggono dipinti sugli altari. Egli gode in Roma tutta la stima e la venerazione specialmente del popolo basso.

Quest’uomo è il confessore ordinario dei prigionieri dell’ Inquisizione (Nota 2 - Confessore del S. Uffizio. - Evasione), ed era stato mandato da me per convertirmi. Appena entrato nella mia prigione, trasse da una delle vaste saccoccie del suo abito un Crocifisso di ottone, un libro, ed una stola violacea; poscia trasse da una manica del suo abito un’ immagine della Vergine in basso rilievo sul rame: adattò il Crocifisso sulla tavola poggiandolo al muro in modo che restasse ritto, e pose ai piedi di esso la immagine della Vergine, si pose al collo la stola e si prostrò avanti a quelle immagini a pregare. Dopo alcuni minuti di preghiera, si assise, e m’ invitò ad inginocchiarmi ai suoi piedi per fare la mia confessione. Io risposi che Dio solo rimette i peccati, e che la mia confessione l’ aveva fatta a Dio, la faceva ogni giorno a Dio, e perciò non poteva farla ad un uomo; tanto meno a lui che non conosceva punto, e che sapea di certo non avergli mai fatta alcuna ingiuria per cui dovessi domandargliene perdono.

Mentre io parlava così, il povero abate si faceva segni di croce, si levò da sedere tutto spaventato, ed allontanandosi da me, mi disse che io era posseduto dal demonio, e che voleva esorcizzarmi (Nota 3 - Esorcismi), ed afferrato il libro degli esorcismi si accingeva a farlo, ma io, levandogli il libro dalle mani, gli dissi che i posseduti dal demonio sono coloro che perseguitano così barbaramente gl’ innocenti, e quindi se avea voglia di esorcizzare qualcuno, andasse ad esorcizzare i Padri Inquisitori e il mio carceriere.

Queste parole fecero su di lui l’ effetto della scossa elettrica. Cadde genuflesso innanzi a me, trasse di tasca una disciplina di ferro, e, movendo non so quale ordigno, si aprì il suo abito dietro le spalle che rimasero nude, in quello stato incominciò con quanta forza aveva a disciplinarsi gridando: "Signore, misericordia" (Nota 4 - Disciplina. - Esercizi di Ponterotto).

Quest’ azione mi scosse fortemente, non sapea cosa pensare di quell’ uomo. Pochi istanti passarono in quello stupore; ma, quando vidi le sue spalle insanguinate, mi scossi, mi gettai sopra lui, e gli strappai violentemente la disciplina di mano. Avrei desiderato di avere con me il sig. Pasquali, affinchè, col suo sangue freddo e con la sua conoscenza biblica, avesse fatto conoscere a quell’ uomo il suo fanatismo religioso: ma egli levatosi in piedi mi disse in tuono amorevole: "Figlio mio, voi che temete tanto pochi colpi di disciplina, cosa farete nei tormenti indescrivibili dell’ inferno, nei quali fra poco cadrete, se ricusate il perdono che oggi Iddio vi offre nella sua misericordia?"

Qui nacque fra noi una discussione: io diceva che non solo non ricusava il perdono di Dio, ma che lo avea di già ricevuto nella sua misericordia. "Eresia, ostinazione, diceva il prete: il perdono di Dio non si riceve che per nostro mezzo." Non ti starò qui a rapportare quella discussione che durò per circa mezz’ ora, solo ti dirò che a tutti i passi del Vangelo che io citava per dimostrare che il perdono dei peccati ci viene gratuitamente da Dio alla sola condizione di credere in Gesù Cristo, egli rispondeva baciando l’immagine della Vergine, e pregandola che mi liberasse dal demonio dell’eresia. Voleva che anch’ io baciassi quell’ immagine e mi prostrassi con lui solo per dire un’ Ave Maria, promettendomi che la Vergine avrebbe operata la mia conversione. Io mi ricusai positivamente, e recitai con solennità le parole del secondo comandamento di Dio (Nota 5 - Secondo Comandamento). Allora l’abate Pallotta rimise in tasca le sue immagini, e uscì dalla prigione dicendo: "Questo genere di demoni non si scaccia che con l’orazione e col digiuno."

La maniera di agire di quest’ uomo mi turbò: passai il resto di quella giornata agitato da pensieri e dubbi, tanto più che mi avvidi che la mia condotta avea dovuto portare un gran turbamento in tutti gl’ impiegati dell’ Inquisizione. Difatti poco dopo uscito 1’ abate Pallotta dal mio carcere, vi entrò il carceriere con un prete che asperse con acqua benedetta tutta la prigione, e ne gettò una quantità sopra la mia persona. Le sedie mi furono tolte e riposto al suo luogo lo sgabello. In luogo del solito desinare, non ebbi che una scarsa porzione di pane nero. Il carceriere ogni volta che entrava nella mia prigione si faceva segni di croce, non mi parlava più, e se io lo interrogava non rispondeva. Passarono in questa guisa nove giorni.

Il decimo giorno era talmente estenuato dal digiuno che appena potea reggermi in piedi: fu allora che fui chiamato al mio primo esame. Condotto dal carceriere nella camera degli esami, vidi quel Padre Domenicano che avea veduto nella mia prigione la sera del mio arresto; egli era seduto sopra un seggiolone dinnanzi ad una tavola, sopra la quale era posato ritto un gran Crocifisso nero, ed un cartone sul quale era stampato il principio dell’ Evangelio di S. Giovanni a grosse lettere. Al lato sinistro della tavola, era seduto un prete notaio con tutto l’occorrente per scrivere. Il Padre Domenicano avea innanzi a sè una quantità di carte legate assieme, che poi seppi essere il mio processo. Io mi fermai in piedi innanzi alla tavola, ed il carceriere era alla mia sinistra alquanto indietro. Mi fu ordinato di giurare sul Vangelo di dire la verità anche contro me stesso (Nota 6 - Giuramento all'inquisito. - Procedura del S. Uffizio). Io giurai, perchè realmente era mia intenzione di dire tutta la verità anche contro me stesso, purchè non compromettessi altri. Dopo giurato, mi fu ordinato di sedere sopra una piccola panca di legno.

Il Padre Domenicano che era il giudice istruttore incominciò allora 1’ interrogatorio. Incominciò a domandarmi il nome, il cognome, la patria, l’ età, il nome dei miei parenti, il motivo per cui era venuto in Roma, e tante e tante altre cose che mi pareva non avessero che far nulla col mio processo. Ma è meglio che io ti scriva questo interrogatorio per domande e risposte, come mi fu fatto, e come ho procurato tenerlo a memoria.

D. Sapete voi dove vi trovate ?
R. Nelle prigioni del S. Uffizio.
D. Per qual motivo siete in queste prigioni?
R. Ella lo sa meglio di me.
D. Ma voi lo sapete?
R. Non lo so.
D. Però potrete immaginare il perché vi siete?
R. Credo che sia per aver parlato con dei Protestanti.
D. Per qual ragione credete voi così?
R. Perchè il Padre P. Gesuita mi avea minacciato del S. Uffizio, se io non lasciava la conversazione di quei Protestanti; e tengo per certo, che egli mi abbia accusato.
D. Chi erano quei Protestanti coi quali avete conversato, e come li avete conosciuti?
Io dissi allora il nome dei miei tre amici, e raccontai a lungo il come ed il perchè mi era trattenuto con loro.
D. Quali discorsi avete tenuti con quei Protestanti?
Raccontai distesamente e con tutta sincerità tutto quello che mi ricordava delle nostre conversazioni.
D. Quali sono i vostri sentimenti su tali cose?
R. Dei miei sentimenti interni debbo renderne conto a Dio solo: non credo che nessun tribunale abbia il diritto di giudicare i miei pensieri e i miei sentimenti.
Allora il giudice istruttore mi fece osservare che io mi era obbligato con giuramento di rispondere con verità a tutte le interrogazioni, e disse che se io ricusava di rispondere a quella o qualunque altra, sarei reo di spergiuro, ed avrebbe notato nel processo questo mio nuovo delitto, perchè fosse insieme con gli altri punito secondo la legge.
Conobbi allora, ma troppo tardi, l’inganno che mi si era teso col farmi giurare: restai un momento perplesso sulla validità di quel giuramento; poscia finalmente risposi: "Non il timore del gastigo, ma l’amore della verità, e 1’ obbligo che sento di confessarla, mi spingono a rispondere. I miei sentimenti sono di credere tutto quello che insegna la Parola di Dio, non una sillaba di più, non una sillaba di meno." Un sogghigno infernale apparve sulla livida faccia di quel frate, il quale seguitò così ad interrogarmi:
D. Cosa intendete per Parola di Dio?
R. Tutto quello che è scritto nei libri del Vecchio e del Nuovo Testamento.
D. Credete voi che la tradizione non scritta sia Parola di Dio?
R. No; perchè S. Paolo pronuncia 1’ anatema contro chiunque aggiunge alla Parola di Dio, perchè Gesù Cristo dice, che la tradizione annulla il Comandamento di Dio.
D. Ammettete voi come canonici e divinamente ispirati tutti i libri del Vecchio Testamento, che il Concilio di Trento ha dichiarato tali?
R. No; perchè S. Paolo mi dice, che Dio ha confidati i suoi Oracoli alla Sinagoga, non al Concilio di Trento; quindi ritengo come canonici e divini solo quei libri che come tali sono stati sempre ritenuti dalla Sinagoga.
D. Avete manifestati ad alcuno questi vostri sentimenti ?
R. Li ho manifestati al mio confessore.
D. Chi era il vostro confessore?
R. Il Padre M. Gesuita.
D. Cosa vi diceva egli sentendo da voi queste cose?
R. Non mi ricordo precisamente, ma so che le sue risposte non mi persuadevano.
D. Perchè non vi persuadevano?
R. Perchè non erano appoggiate alla Parola di Dio.
D. Il vostro confessore vi dava l’assoluzione?
Questa interrogazione mi fece sospettare, che la mia risposta avrebbe potuto nuocere ad un terzo, onde risposi: "Io ho giurato di dire tutto quello che riguarda me, fosse anche contro me stesso, e manterrò il mio giuramento; ma non risponderò mai alle interrogazioni che riguardano gli altri."
D. Oltre il vostro confessore a quali altre persone avete manifestati questi vostri sentimenti?
R. Ho detto che non ho parlato, che al confessore.
D. Giurate su questo punto (Nota 7 - Ripetizione del giuramento).
R. Non voglio giurare, e non giurerò più.
Il giudice allora mi disse che egli mi ammoniva a titolo di carità a giurare; che se ricusava il giuramento era una prova che io avea mentito, il Santo Tribunale avea in mano delle prove della mia menzogna. Risposi che non volea più giurare per nessun conto, che il giuramento in nessun tribunale può darsi al prevenuto contro sè stesso; che le interrogazioni fattemi erano capziose e suggestive, che non avrei più risposto a tali interrogazioni. Infatti incrociando le braccia sul petto mi rinchiusi nel più stretto silenzio, e più non risposi. "Voi costringerete, mi disse il giudice, il Santo Tribunale a servirsi dei rimedi di diritto (Nota 8 - La tortura) per farvi parlare; ma io protesto innanzi a Dio e innanzi agli uomini di essere innocente di tutto il male che ve ne avverrà: voi lo avete voluto." Così dicendo, si alzò e disse al carceriere: "Questo reo è raccomandato alla vostra carità." Il carceriere mi prese per la mano e mi condusse fuori.

Io credeva ritornare nella mia prigione, ma il carceriere mi fece salire una lunghissima scaletta a chiocciola, e mi condusse in una cameruccia nel più alto del palazzo. Quella prigione si chiamava la camera della prova, ed era stata sostituita all’ antica tortura. Era una piccolissima camera situata immediatamente sotto il tetto: un abbaino rotondo fatto a lanterna era nel centro più alto della prigione, e dava ad essa una forte luce aumentata dalla splendida bianchezza delle mura e del pavimento imbiancato a calcina; non vi era in essa camera che un sacco di paglia ed un vaso da notte; non sedie, non sgabello, non tavola; delle barre di ferro impedivano d’avvicinarsi all’ abbaino, sia per respirare, sia per aprire le vetrate. Negli eccessivi calori dell’ estate di Roma, quella prigione era insopportabile: sembrava di essere in un forno. Quando il sole avea tramontato e che si potea sperare un poco di riposo non essendo più tormentato da quell’ eccessiva luce, allora subentrava un nuovo tormento: il calorico rinchiuso in quel piccolo spazio mi sembrava insopportabile: allora io sentiva tutto l’ orrore di quell’ aria mefitica e corrotta per l’eccessivo calore, e per le esalazioni del vaso immondo che il carceriere avea ordine di vuotare ogni terzo giorno. A tutto questo aggiungi che io non poteva, come nell’ altra mia prigione, avere l’acqua a discrezione, ma mi si portava una volta al giorno una piccola tazza di acqua, che trangugiava tutta di un fiato e che bastava a non farmi morire dalla sete. Per tutto cibo non avea che un tozzo di pane nero quanto potesse bastare a trattenermi in vita. Avrei amato meglio soffrire la tortura della corda piuttostochè soffrire quella così orribile e così prolungata tortura della fame, della sete, del calore, dell’ aria pestilenziale, della solitudine. I sentimenti di rabbia e di odio contro i miei persecutori si suscitarono potenti nel mio animo: tutti i sentimenti religiosi sparirono: non sentiva in me che rabbia e disperazione. Mi venne perfino l’idea di fracassarmi il cranio contro quelle pareti, ma Dio mi preservò da questo eccesso. Io non pregava più, non credeva più. L’afflizione avea superate tutte le mie forze, ed al quarto giorno di questo tormento era ridotto in uno stato tale di atonia, che le mura della prigione pareva girassero continuamente attorno di me, e mi pareva essere trasportato come da un turbine.

Mentre era in questo stato, fui condotto di nuovo nella camera dell’ esame, ed in quello stato fui esaminato. Comprenderai bene che io non ho la più piccola memoria nè di quello che mi fu domandato, nè di quello che io rispondessi. Ma sembra che il mio esame piacesse ai reverendi Padri, perchè dopo l’esame fui ricondotto nella mia antica prigione che mi parve una reggia, mi furono dati subito dei cordiali, e, prima di essere rimesso all’antico vitto, mi fu dato per otto giorni il vitto dei convalescenti, cioè brodo, carne, vino, e pane bianco.

Dopo alcuni giorni, quando già avea riprese le mie forze, mi fu annunziata un’ altra visita misteriosa (Nota 9 - I convertitori). Era il Padre N. dell’Oratorio di S. Filippo Neri, che da protestante si era fatto cattolico, e passava per uomo dottissimo ed uno dei migliori teologi di Roma. Egli incominciò a mettere fuori i soliti argomenti in favore della Chiesa cattolica. Io lo lasciai parlare quanto volle senza mai interromperlo: ma mentre egli parlava mi venne in pensiero di usare uno strattagemma per avere da lui quello che tanto desiderava, cioè una Bibbia. Gli dissi che le sue ragioni potevano avere del vero, che io sarei entrato volentieri con lui in discussione; ma che avrei domandato in grazia di avere una Bibbia per potere studiar bene sopra essa que’ passi che mi parevano controvertibili, e sui quali avrei a lui domandate spiegazioni.

Il Padre N. parve contento e mi disse che ne avrebbe parlato al padre Commissario: difatti poco tempo dopo venne il carceriere, mi portò una Bibbia latina, quattro fogli di carta, un calamaio ed una penna: mi disse che della carta ne avrei dovuto rendere conto, e che badassi bene a non distruggerne nemmeno un bocconcino.

A gran pena mi contenni da non saltare dall’allegrezza in presenza del carceriere, per vedermi possessore della tanto desiderata Bibbia, e ciò sotto il tetto dell’ Inquisizione. Appena uscito il carceriere, apro avidamente la Bibbia, e si presentano sotto i miei occhi queste parole: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; perciocchè il Signore mi ha unto per annunziare le buone novelle ai mansueti; mi ha mandato per fasciar quelli che hanno il cuor rotto, per bandir libertà a quelli che sono in cattività, ed apritura di carceri ai prigioni" (Isaia LXI, 1); appena lette queste parole, mi parve di riconoscere la mano di Dio che verificasse sopra me quelle cose, mi parea sentire Gesù Cristo al mio fianco, la prigione non mi era più spaventevole, non sentiva più quella solitudine che tanto mi avea afflitto, perchè sentiva che Dio era con me. Mi prostrai per ringraziare il mio Dio; piansi, pregai, e mi sentii consolato.

Da quel momento posso dire che datasse la mia rigenerazione, mi pareva essere nato a nuova vita, non sentiva più i patimenti, Dio era con me, ed io non temeva più nulla dagli uomini. Domani ti scriverò quello che mi accadde con la mia Bibbia. Intanto credimi

Il tuo affezionatissimo
Enrico.
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Riepilogo delle note alla Lettera diciassettesima

  1. Nota I - Santi contemporanei: l'abate Pallotta.
  2. Nota II - Confessore del S. Uffizio. - Evasione.
  3. Nota III - Esorcismi.
  4. Nota IV - Disciplina. - Esercizi di Ponterotto.
  5. Nota V - Secondo Comandamento.
  6. Nota VI - Giuramento all'inquisito. - Procedura del S. Uffizio.
  7. Nota VII - Ripetizione del giuramento.
  8. Nota VIII - La tortura.
  9. Nota IX - I convertitori.

 

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Pagina completa; prima pubblicazione: 17 maggio 2004;
ultimo aggiornamento: 1 ottobre 2006;
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