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Povertà de' Gesuiti

Nota 12. alla lettera quindicesima di Roma Papale 1882

La povertà dei Gesuiti ha una bellissima apparenza, ma non è che apparenza. Si può dir povero solo colui a cui manchi qualche cosa e che debba strazziarsi per fornirsi alla meglio del necessario. Povero è colui che non può soddisfare a tutti i suoi bisogni, sia nella sanità che nella malattia, e che deve privarsi di molte cose che pur gli sarebbero necessarie.

Il Gesuita è vestito con modestia, ma non soffre punto il freddo; è alloggiato con modestia, ma non piove nè entra vento nella sua camera e non manca in essa nessuno dei comodi.

Ma a conoscere meglio la povertà dei Gesuiti, giovi considerare ciò che dice uno di loro, il gran maestro dell' ascetica gesuitica, il padre Alfonso Rodriguez, il quale ha scritto tre grossi volumi in quarto sulla perfezione religiosa, e li ha scritti principalmente per i Gesuiti. Nel trattato sulla povertà religiosa, dice che essa consiste nella intenzione, anzichè nell' azione: basta di essere fermamente persuasi che nulla di quello che il Gesuita ha sia cosa sua propria, ma che ne abbia soltanto l' uso, si è osservata la povertà. Dice che il più ricco sovrano, Salomone, per esempio, avrebbe potuto esercitare la povertà in tutta la sua perfezione, malgrado le sue immense ricchezze, purchè avesse pensato che quelle cose Dio gliele dava soltanto per servirsene e non già per esserne padrone. Dice che Davidde, che lasciò al figlio tanti milioni e che abitava in una magnifica reggia con tutte le delizie immaginabili, osservava la povertà in tutta la sua perfezione, in forza di quella restrizione mentale. Dice che un povero che muore dalla fame e dal freddo mendicando il suo pane sulla via, è ricco se si crede padrone dell'elemosine che accatta. Tale è la teoria sulla povertà insegnata dai frati, quindi non dove far meraviglia se si veggono frati ricchissimi che non si fanno alcuno scrupolo sul voto di povertà, ed ingannando loro stessi si credono osservarlo in mezzo ad ogni sorta di delizie.

Vi sono in Roma dei frati che tengono persino carrozze, che abitano in magnifici appartamenti, che hanno servi, che vivono nel lusso, e credono in buona fede (così almeno essi dicono) di osservare il voto di povertà.

Il generale degli eremiti di S. Agostino ha per suo uso un piccolo appartamento di ventidue camere; e così in proporzione sono gli altri superiori dei frati. Io ho conosciuto un frate domenicano a Napoli, il quale aveva con grandissime spese fatto lastricare di marmi fini il pavimento del suo salotto; tutto all' intorno vi mantenea in tutto l' anno delle magnifiche giardiniere con i fiori i più rari; nel mezzo del salotto avea fatta fare una fontana che gettava in alto uno zampillo perenne di acqua che ricadeva in una bellissima tazza di alabastro giallo orientale nella quale guizzavano rari pesciolini; e costui osservava il voto di povertà, perchè pretendea non aver che l' uso di quelle cose. Ho conosciuto un altro, frate in Roma che aveva la passione per le belle incisioni, e ne aveva empito il suo appartamento, e gliene ho vedute comprare due al prezzo di ottanta scudi.

Per tornare ai Gesuiti: il P. Rodriguez nel trattato sopra citato fa vedere, ed a ragione, che i Gesuiti nella loro grande povertà, anche individualmente parlando, sono più ricchi di qualunque principe: ed eccone la ragione che ne adduce il reverendo padre. Nessun principe per quanto ricco egli sia può avere subito come possiamo averlo noi tutto quello che ci abbisogna. Se un principe viaggia, bisogna che vada alle lacande, perchè non ha casa dappertutto; ma noi troviamo la nostra casa in qualunque paese. La povertà dei frati dunque e dei Gesuiti non è che una illusione ed una ipocrisia.
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