Home > Per non dimenticare > Roma Papale > Lettera quindicesima

Actiones recipiunt speciem a fine

Nota 11. alla lettera quindicesima di Roma Papale 1882

Secondo i principi de' Gesuiti, la moralità delle azioni non è l' azione stessa; imperciocchè essa è considerata come un mezzo per raggiungere lo scopo; ed i mezzi, come abbiam veduto, sono in loro stessi indifferenti. Il gran teologo San Tommaso d' Aquino, in molte cose precursore dei Gesuiti, insegna che le azioni ricevono la loro qualità morale dal fine che l'agente si propone: actiones recipiunt speciem a fine. In conseguenza di questi principii, il furto stesso, quando è fatto con buona grazia, cioè senza esporsi ai rigori del fisco, quando è fatto per buon fine, non solo non è cosa cattiva nella dottrina gesuitica, ma spesse volte è un' opera santa. Ad illustrare questa dottrina potremmo citare gli esempi di eredità carpite dai Gesuiti; ma di queste ne parleremo in un' altra nota. Per ora ci basti citare il giudizio teologico del padre Casnedi Gesuita, il quale nel Tomo I, pag. 278 della sua opera intitolata Giudizi Teologici, dice così: "Dio non proibisce il furto se non che quando esso è riconosciuto come cattivo; ma quando è considerato come buono, non è vietato."
Vai ad inizio pagina.

« Nota precedente | Lettera | Nota successiva »