Home > Per non dimenticare > Roma Papale > Lettera quindicesima

Il padre del cardinal Sala

Nota 10. alla lettera quindicesima di Roma Papale 1882

Non voglio parlare delle ricchezze che gli antichi Gesuiti cavavano dalle loro missioni, che erano per essi vere miniere: sono troppi i libri che sono stati scritti su questo soggetto: ricorderò solo un fatto. Poco prima della soppressione de' Gesuiti, giunsero alla dogana di Roma alcune casse di caffè provenienti dalle Indie, ed indirizzate al padre generale de' Gesuiti. Fra i facchini di dogana, vi era un tale chiamato Sala di cognome, il quale, per lunga pratica che aveva ne' pesi, movendo quelle casse, gli parve che pesassero troppo per essere piene di caffè. Era nell'estate: dall' una alle quattro gl'impiegati andavano allora a desinare e riposare, e restava un facchino di guardia al magazzino! quel giorno volle restarvi il Sala: e restato solo aprì quelle casse, le frugò, e vi trovò delle verghe d'oro sotto al caffè; levò l'oro e richiuse le casse. I Gesuiti non reclamarono, e non scoprirono l'autore del furto. Qualche tempo dopo il Sala lasciò il faticoso suo mestiere, ed educò assai bene i due figli che aveva. I Gesuiti furono soppressi. Dei suoi due figli uno, il maggiore, divenne il factotum della Dateria, l'altro divenne cardinale.

Quando l' ex facchino Sala morì, chiamò a sè il figlio maggiore, e gli confessò l'origine della sua ricchezza: allora i Gesuiti non esistevano; ma il padre ordinò al figlio che tornando i Gesuiti restituisse ad essi quarantamila scudi prodotto della vendita della vendita delle verghe d' oro. I Gesuiti tornarono, ma il Sala, sebbene bigotto, non restituì il denaro. Venuto a morte nel 1835, salvo errore, confessò la cosa al fratello cardinale, che dichiarò suo erede, coll' obbligo di lasciare alla sua morte i quarantamila scudi ai Gesuiti: così i Gesuiti presero i quarantamila scudi nel 1838 alla morte del cardinal Sala.
Vai ad inizio pagina.

« Nota precedente | Lettera | Nota successiva »