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I Gesuiti ribelli al papa Riti cinesi Riti malabarici Non obbediscono alla soppressione

Nota 5. alla lettera quindicesima di Roma Papale 1882

Lo scopo dei Gesuiti è dominare: la ubbidienza cieca che essi professano per il papa, ed alla quale si legano per voto, è un mezzo per giungere al dominio. Essi sanno che un papa non può mai recedere dalle massime di Gregerio VII e di Bonifacio VIII; ma sanno altresì che nessun papa può mettere in pratica quelle massime, dopo il medioevo: si sono quindi legati al papa come potenti ausiliari per dominare eziandio sopra di lui. Che la cosa sia così apparisce dal fatto, che quando la ubbidienza verso il papa li conduce al dominio, essi sono obbidientissimi; ma se in qualche rara occasione il papa comanda loro cose che impediscano il loro dominio, essi divengono ribelli ostinati. Citeremo tre fatti in prova di questa osservazione; il primo, la condanna de' riti cinesi il secondo, la candanna de' riti malabarici; il terzo, la bolla di soppressione.

Fino dalla metà del secolo decimosesto, i Domenicani prima, poi i Francescani penetrarono nella Cina a predicarvi il Cristianesimo; ma essi annunziavano la religione, senza mescolarsi in politica, e senza fare transazioni con la religione del paese; essi agivano coscienziosamente, ma facevano poco profitto. I Gesuiti vi andarano dopo; studiarono il carattere de' Cinesi, ed avendoli conosciuti uomini amantissimi delle scienze, superstiziosissimi, ed eccessivamente attaccati alla loro religione, mandarono alla Cina gli uomini i più abili nelle scienze naturali, ed i più profondi politici.

Questi uomini, anzichè predicare il Vangelo, si misero negli affari mondani; i più dotti penetrarono in corte, e furono fatti mandarini; gli altri si diedero al commercio. I Gesuiti si dicevano Cristiani, e per la loro influenza gli altri missionari cattolici non erano perseguitati, e così sotto l'imperatore Xun-chi il Cattolicismo fece dei progressi.

Per giungere al loro scopo di dominare e di arricchire, davano la più falsa idea del Cristianesimo: essi insegnavano che il Cristianesimo non era altro che la primitiva dottrina religiosa della Cina insegnata da Confucio; e così contentavano l'orgoglio dei dotti che pretendevano essere i maestri del mondo in tutte le cose; inventarono delle storielle, e fecero trovare un famoso monumento per provare che altra volta la Cina era cristiana. Con questi mezzi trassero dalla loro l'imperadore e molti mandarini, ed i Gesuiti vivevano come mandarini di prim' ordine, con tutto il lusso del loro grado alla corte e ne' palazzi, e ve ne furono di coloro che come generali comandarono gli eserciti nelle guerre.

Il principale errore religioso che insegnavano era questo: essi insegnavano che i Cinesi potevano essere Cristiani, continuando ad osservare la più parte de' riti della loro religione nazionale. I principali di questi riti, che i Gesuiti dicevano compatibili col Cristianesimo, erano i seguenti.

Le leggi della Cina obbligavano tutti i Cinesi a celebrare almeno due volte all'anno, cioè ne' due equinozi, una cerimonia religiosa in onore de' loro antenati, ed un'altra, che doveva celebrarsi specialmente dai mandarini e dai dotti, in onore di Confucio.

Ecco in che consistevano queste cerimonie. Vi sono nella Cina molti templi dedicati a Confucio: negli equinozi i mandarini devono unirsi in questi templi, e fare sacrifici di porci e di capre; libazioni di vino, offerte di candele, di fiori, d'incenso. La ceremonia religiosa da celebrarsi in onore degli antenati, consisteva in questo: i ricchi Cinesi innalzano delle pagode in onore dei loro antenati; i poveri celebrano la ceremonia nella loro casa; gli uni e gli altri conservano in una tavoletta più o meno ricca i nomi degli antenati, e credono che in quella riposi la loro anima ed innanzi a quella prostrati offrono sacrifici di carni, profumi d'incenso, libazioni di vino, ed accendono candele. I Gesuiti permettevano tutte queste cose, e le dicevano conciliabili col Cristianesimo, gli altri missionari non le permettevano; da qui la discordia.

La quistione fu portata dai Domenicani avanti il papa Innocenzo X, nel 1645, ed il papa solennemente pronunciò contro i Gesuiti, ed ordinò a tutti i missionari, sotto pena di scomunica da incorrersi immediatamente, di ubbidire a quel decreto. L'ubbidienza passiva, che i padri professano per voto solenne al papa, doveva aver finita la questione; ma i Gesuiti ubbidiscono quando fa loro comodo; e se avessero ubbidito questa volta, addio alla loro influenza, al loro dominio, ed alle loro ricchezze nella Cina. Non si diedero per intesi del decreto pontificio e continuarono come prima, senza fare niun caso delle scomuniche papali nelle quali erano incorsi. Intanto però i Gesuiti in Roma brigavano acciò il decreto di condanna fosse ritirato; e tanto seppero fare che nel 1656 ottennero dal papa Alessandro VII che quel decreto non fosse ritirato; ma in tal modo modificato da renderlo inutile.

I Domenicani scrissero allora de' libri per provare che la S. Sede era stata ingannata; che i Gesuiti avevano falsamente esposte le cose; che quei riti erano veramente religiosi, e non civili o politici. I Gesuiti impiegarono per difendersi le migliori loro penne, e fecero scrivere in loro difesa il P. Bartoli ed il P. Le Tellier. I missionari della Cina non Gesuiti mandarono in Roma un celebre missionario domenicano, il quale pose alle forche caudine il papa con questo semplicissimo quesito: "È egli ancora in vigore il decreto di papa Innocenzo X, del 1645?" Se il papa avesse risposto che non era di nessun valore, avrebbe negata la infallibilità del suo predecessore; se avesse risposto che era in vigore, i Gesuiti in forza di esso erano scomunicati: se ne uscì con una solita risposta sibillina che cioè era in vigore tanto il decreto di Innocenzo X, come quello di Alessandro VII; ma che dovevano applicarsi secondo le circostanze.

La questione dopo questo decreto divenne più viva; perchè ciascuno dimostrava che le circostanze erano in suo favore. Allora il papa pensò di mandare sul luogo una persona di sua fiducia, con pieni poteri per decidere. Si trovò che vi era in quelle parti un vescovo francese nè Domenicano, nè Gesuita; uomo dotto e pio, che esercitava la carica di vicario apostolico. A lui fu commessa la cura di esaminare la causa e decidere come Legato del papa. Il Legato pronunciò contro i Gesuiti; ma questi ebbero tanto potere da non far ratificare dal papa il giudizio del suo Legato.

Il papa istituì allora una congregazione per esaminare in Roma questo affare; e, dopo undici anni di discussioni, papa Clemente XI confermò il primo decreto d'lnnocenzo X, e condannò di nuovo quei riti. Mandò poi alla Cina il cardinal di Tournon, acciò facesse da tutti osservare il decreto. Ubbidiranno ora gli ubbidientissimi Gesuiti? Neppure per ombra. Appena il Tournon giunse alla Cina, e pubblicò il decreto, fu per la influenza de' Gesuiti orribilmente perseguitato; poi chiuso in un carcere, vi fu fatto morire fra mille stenti.

Papa Clemente XI allora credè poter metter freno a tanta audacia, promulgando nel 1715 una solenne costituzione, nella quale, confermando tutti gli antecedenti decreti, solennemente condannava i riti cinesi, ed ordinava la osservanza assoluta di quella costituzione, condannando altresì qualunque sotterfugio, qualunque pretesto. Ma i Gesuiti restarono ancora ostinati nella loro ribellione.

Il papa allora mandò Carlo Antonio Mezzabarba di Pavia, patriarca di Antiochia, come suo legato nella Cina; ma appena giunto fu talmente minacciato, che, non avendo il coraggio di morir martire per opera de' Gesuiti, prese un temperamento: permise alcuni di que' riti togliendo ad essi tutto quello che vi poteva essere di religioso, e riducendoli a puri usi civili; ma lo fece con molte precauzioni, fra le quali vi era quella che la sua pastorale nella quale vi erano questi permessi non dovesse easere pubblicata, non dovesse essere tradotta, ma dovesse solo servire per uso de' missionari, servendosi di quei permessi solo in caso di necessità. Dopo ciò, il Mezzabarba partì insalutato hospite, per non fare la fine del suo predecessore. Intanto il vescovo di Pekino, partigiano de' Gesuiti ed istigato da essi, pubblicò i permessi del Mezzabarba in lingua volgare, poi con un' altra pastorale ordinò che fossero messi in esecuzione come ordini.

Papa Clemente XII nel 1735 condannò la pastorale del vescovo di Pekino, ed ordinò di nuovo la osservanza della costituzione di Clemente Xl senza i permessi dati dal Mezzabarba.

Per un secolo i Gesuiti perseverarono nella loro ostinata disobbedienza al papa. Nel 1742 Benedetto XIV nella sua bolla ex quo singulari, tessendo la storia di questa questione, condanna di nuovo i riti cinesi, ordina la osservanza delle costituzioni e decreti precedenti, ed obbliga tutti i missionari a giurarne solennemente la osservanza. I Gesuiti si piegarono apparentemente, poi venne la soppressione. Ecco come essi ubbidiscono al papa! come esservano il loro quarto voto solenne!

Un altro fatto di formale ed ostinata disobbedienza al papa per parte de' Gesuiti, avvenne nella questione sui riti malabarici. Quando, ai tempi di Gregorio XV, i Gesuiti si stabilirono nel Malabar, per rendersi benevoli i nobili, come nella Cina si erano resi favorevoli i mandarini, accondiscesero a fargli ritenere molte superstizioni; e fra le altre, se un paria diveniva Cristiano, lo continuavano a considerare come persona spregevole, a segno che non andavano nella sua casa neppure quando era moribondo per somministrargli i conforti della religione.

Una tale condotta dispiacque a tutti gli altri missionari, e specialmente i Cappuccini ricorsero al papa acciò ponesse rimedio a tanto male. Il papa mandò colà un patriarca col potere di suo Legato, acciò esaminasse la cosa sul luogo, e, pesate le ragioni da una parte e dall' altra, decidesse secondo coscienza.

Il Legato, dopo avere tutto bene esaminato, con decreto del 23 giugno 1704, condannò la dottrina de' Gesuiti; ed il papa in Roma confermò solennemente il decreto del suo Legato. Ma ubbidirono i Gesuiti? Tutt' altro: essi sparsero per tutte le Indie la falsa notizia che il papa aveva annullato il decreto del suo Legato; e guadagnarono il vescovo di Meliapour, affinchè nascondesse la risposta del papa confermatoria di quel decreto. Il papa scrisse una seconda volta a quel vescovo, ed il secondo breve ebbe la sorte del primo. Allora scrisse al vescovo di Claudiopoli, ordinandogli di notificare con tutte le solennità legali il suo breve al vescovo di Meliapour, e di pubblicarlo nelle Indie.

Incominciarono allora i cavilli gesuitici per interpretare a loro modo quel breve e non ubbidire. Papa Benedetto XIII, per togliere ogni appiglio, fece di nuovo esaminare la questione; poi solennemente confermò il decreto del suo Legato, e ne vietò le interpretazioni. Il breve fu pubblicato nelle debite forme; ma non fu intimato ai Gesuiti colle formalità legali, perchè non si usa: perciò i Gesuiti continuarono nella loro ostinata disubbidienza. Roma si lagnava della loro ribellione; ed essi, aggiungendo ad essa la menzogna, dissero di non saper nulla del breve di Benedetto XIII, perchè non gli era stato legalmente consegnato; e seppero cosi ben fare, che ottennero dal papa Clemente XII, che la questione fosse di nuovo esaminata, come se mai fosse stata decisa. Per quanto brigassero i Gesuiti, la decisione riuscì loro contraria, e Clemente XII fece lagalmente intimare il suo ordine a tutti i vescovi ed a tutti i missionari, obbligandoli a pubblicarlo.

I Gesuiti lo pubblicarano, ma seguitarano a non ubbidire. Allora Clemente XII fece un altro breve, ordinando ai vescovi ed ai missionari, sotto precetto di ubbidienza e sotto le più severe pene, di osservarlo esattamente ed alla lettera, senza permettersi alcuna interpretazione. Ordinò di più, che chiunque volesse restare al suo posto di vescovo o di missionario, si obbligasse con solenne giuramento, di cui egli dava la formula, di osservarlo; e chi non giurava era perciò stesso decaduto dal suo impiego. I Gesuiti giurarono, ma continuarono a fare come prima. Benedetto XIV nel 1744 dovè rinnovare gli ordini de' suoi predecessori; e se i Gesuiti non fossero stati soppressi, continuerebbe ancora la loro ostinata disubbidienza.

Il terzo fatto che ci siamo proposti d'indicare per mostrare quanto sia grande la obbedienza de' Gesuiti verso il papa, è il come essi ubbidirono alla bolla di soppressione di Clemente XIV. Quel papa aveva distrutta la compagnia, ed aveva ordinato ai Gesuiti di sciogliersi, e di non più esistere come comunità religiosa. Come ubbidirono i Gesuiti? Essi accettarono la protezione di Federico re di Prussia, protestante di nascita ed incredulo di professione, e della famosa Caterina di Russia, scismatica e dissoluta, per essere da costoro protetti contro gli ordini del papa.

Federico, per mantenere il suo dispotismo nella Silesia e nella Polonia, aveva bisogno de' Gesuiti; ma il papa li aveva soppressi, aveva loro vietato sotto precetto di ubbidienza di non riunirsi più in comunità: il precetto era formale; ma l' interesse de' Gesuiti portava di non ubbidire, ed essi si riunivano nella Prussia protestante, sotto la protezione di un re ufficialmente protestante, realmente incredulo, e presero la direzione de' collegi, e riassunsero il loro abito, anche a dispetto del papa; e non solo di papa Clemente XIV che li aveva soppressi, ed aveva loro ordinato di ubbidire sotto pena di scomunica, ma anche a dispetto di Pio VI che gli aveva permesso di riunirsi in comunità nella Prussia, ma gli aveva espressamente vietato di riassumere il loro abito.

La famosa Caterina di Russia si servì de' Gesuiti per combattere il papa, ed essi si prestarono assai volentieri alle di lei voglie: a dispetto del papa, e per favorire i Gesuiti, essa eresse l' arcivescovato di Mohilew; pose in quella sede un uomo il quale si era ribellato al papa impugnando la soppressione de' Gesuiti. La czarina in cotesta circostanza con ukase del 27 settembre 1795 ordinò: primo, che tanto il metropolitano come i suffraganei dovessero essere sempre nominati da lei e suoi successori (scismatici); secondo, che i vescovi cattolici non potessro ricevere ordini che da lei e dal suo governo; terzo, i vescovi non patessero pubblicare nè eseguire alcuno scritto che venisse da Roma, se prima il suo governo non lo avesse diligentemente esaminato ed approvato; quarto, che i vescovi solennemente dichiarassero che essi non dipendevano in verun modo da alcuna autorità fuori dell' impero, e si impegnassero a non avere corrispondenze con lo straniero per cose ecclesiastiche, le quali corrispondenze sono nell' ukase qualificate criminali; quinto, finalmente si proibiva, sotto gravissime pene, al clero cattolico di fare proselitismo fra i Russi sotto qualunque pretesto.

I Gesuiti in questo caso non solo si mostrarono ribelli al papa col fatto di non volere ubbidire al breve di soppressione; ma mostrarono in qual conto tenevano il papa e le sue leggi nell' approvare la condotta di Caterina, e forse ancora ispirando ad essa l' ukase. Che i Gesuiti lodassero la condotta di Caterina, lo dicono essi stessi in un loro libro stampato in Roma nel 1814 (Gloria posthuma Soc. Jes.), nel quale dicono che "la eccellente imperatrice Caterina si servì in quella occasione con grande prudenza del diritto che hanno tutti i principi di rendere felici i loro popoli, vietando ai Gesuiti di ubbidire al papa," e dicono che essi si mostrarono così sudditi fedelissimi. Ecco come i Gesuiti ubbidiscono al papa! e questa è storia.
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