Roma Papale, descritta in una serie di lettere con note, da Luigi De Sanctis (1882).

Home > Per non dimenticare > Roma Papale > Lettera quindicesima

Lettera Quindicesima

Ancora del Gesuitismo

Enrico ad Eugenio

Roma, Aprile 1849.

Mio caro Eugenio,

Le rivelazioni che mi fece l’abate P. intorno al Gesuitismo mi aprirono la mente: allora conobbi tante cose che per me erano state un mistero; ma ancora mi rimanevano de’ dubbi. L’abate P. continuò a darmi tutte le spiegazioni che poteva desiderare: ed io, senza rapportarti interamente quello che mi disse, te ne darò la sostanza in questa lettera.

Il Gesuitismo attuale, sebbene abbia gli stessi principii del Gesuitismo antico, pure ne ha modificata in tal modo la applicazione, da non più riconoscerli. Chi credesse di conoscere i Gesuiti per aver letto tutti que’ libri che furono scritti nel secolo passato per ismascherarli, s’ingannerebbe a partito. Il Gesuitismo d’allora era una guerra manifesta al Vangelo ed alla società; il Gesuitismo attuale è una malattia lenta, ma contagiosa e micidiale, che s’insinua nascostamente; è un veleno che si prende sotto nome di medicina. Oggi i Gesuiti non sono più i confessori de’ monarchi: il confessore oggi non ha più influenza su di essi: non sono più i predicatori di corte, la predica di corte essendo passata di moda. Il loro fine è far dipendere da loro la sorte de’ popoli, e la confessione de’ sovrani e le prediche di corte non sono più i mezzi per raggiungere un tale scopo: e siccome i mezzi sono indifferenti, così essi li hanno cangiati.

Importava molto ad essi di smentire quanto contro di loro era stato detto prima che fossero stati soppressi: ma come fare a smentire documenti così chiari, processi giudiciali, testimonianze senza eccezione, bolle di Papi, scritti loro propri? Sarebbe stata cosa impossibile per chiunque altro, ma non per essi che ritengono buoni tutti i mezzi purché conducano al fine. A tale effetto hanno adottata una condotta tutta contraria a quella dei loro predecessori; affinché il popolo, che non legge i libri antichi, vedendoli in apparenza di santi creda che le cose dette di loro sieno calunnie de’ Protestanti e de’ liberali: e gli uomini che studiano, dicano: "Se gli antichi Gesuiti erano cattivi, i moderni son buoni." In questa guisa essi si sono riabilitati nella opinione di coloro che giudicano le cose dalla superficie. Così essi han cangiato di mezzi, ritenendo sempre lo stesso scopo. Ecco dunque la differenza fra gli antichi e i moderni Gesuiti: quelli agivano alla scoperta come conquistatori; questi agiscono copertamente come assassini (Nota 1 - Gesuiti antichi e moderni).

A cosa dunque tendono i Gesuiti? A sentir loro, essi non cercano che la maggior gloria di Dio: ad esaminare i fatti, risulta che essi non tendono che al dominio universale. Essi si sono resi necessari al Papa, che senza di essi non può più esistere, perchè il Cattolicismo è immedesimato in loro (Nota 2 - Il Cattolicismo è gesuitismo). Essi si sono resi necessari ai governi, ed hanno in loro mano le rivoluzioni: ed in questa guisa, o sotto un nome o sotto un altro, sono essi che dominano il mondo (Nota 3 - Potere ed arti de' Gesuiti), che lo hanno ridotto a tali perversioni d’idee che non si può essere nè buon cittadino, nè buon Cattolico, se non si è Gesuita.

Siccome, secondo la loro massima favorita, per conseguire il fine tutti i mezzi sono indifferenti; così per non essere impediti dalle intelligenze, le impiccoliscono co’ loro studi, co’ loro metodi, con le loro superstizioni (Nota 4 - I Gesuiti vogliono l'insegnamento superiore), con le quali han materializzata e resa carnale la religione. Si fanno chiamare religiosi della compagnia di Gesù, non già per modellarsi in Lui, ma per presentare al popolo un Gesù gesuita: prendi pure qualunque de’ loro libri ascetici, fatti, come essi dicono, per nudrire la divozione, e vi scorgerai non il sublime Gesù del Vangelo, ma un Gesù talmente rimpiccolito da somigliare ad un loro novizio.

Essi vogliono dominare nella politica: il quarto voto che fanno di obbedire ciecamente al Papa è da loro osservato come un mezzo per giungere al loro scopo: quando si oppone ad esso, sono i preti i più ribelli (Nota 5 - I Gesuiti ribelli al papa - Riti cinesi - Riti malabarici - Non obbediscono alla soppressione). Per rendersi necessari a’ sovrani, essi s’impadroniscono di tutto: le coscienze non de’ sovrani, ma dei popoli sono in mano loro: i preti che non dipendono da loro, che non seguono le loro dottrine, che non insegnano la religione, e non guidano le anime secondo le dottrine gesuitiche, prima erano dichiarati giansenisti; ora preti libertini e rivoluzionari. I Gesuiti predicano la rivoluzione, mentre a parole predicano la obbedienza e la sommessione. Questo ti sembrerà un paradosso, eppure è una verità: essi predicano che si deve ubbidire a tutte le autorità costituite da Dio; ma poi, deplorando la malvagità de’ tempi, parlano contro le libertà come cose attentatorie alla religione, ed insinuano che le autorità che sono da Dio, sono quelle che proteggono la Chiesa. Nel confessionario poi, ove non temono il fisco, parlano più chiaramente: chi non protegge i Gesuiti perseguita la religione: e così agiscono non solo i Gesuiti propriamente detti, ma anche tutti i loro affigliati. In questo modo si rendono formidabili, perchè agiscono come un’ acqua sotterranea che rode le fondamenta, senza manifestarsi. Quando Pio IX nel principio del suo pontificato sembrava avere delle velleità liberali, i Gesuiti facevano delle pessime insinuazioni sul suo conto, ed inculcavano ai loro devoti di pregare per la di lui conversione (Nota 6 - Gesuiti contrarii a Pio IX). Se un sovrano non li protegge, essi insinuano che non è uomo religioso; se gli torna più il conto, allora dicono che il sovrano è buono, ma che i ministri sono cattivi, e discreditano il governo; allora abusano di quel passo della Bibbia: "Bisogna ubbidire piuttosto a Dio che agli uomini" (Nota 7 - Ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini), ed inventano ed insegnano tutti i sotterfugi per eludere la legge.

Se poi si tratta di un sovrano o di un governo amato dal popolo, non perciò si scoraggiscono i reverendi padri: allora essi dicono che il popolo è ingannato dalle apparenze; che quel bene che esso vede nel governo, non è che una vernice, una pellicola d’oro sopra una pillola di arsenico; che attrae i popoli per perderli, come la incantatrice sirena della favola; che que’ pretesi vantaggi che il popolo vede non sono che inganni, che furberie di uomini irreligiosi, per togliere dal popolo il prezioso tesoro della religione dei padri: e tanto sanno fare, tanto sanno dire, che creano imbarazzi e dispiaceri al governo, fanno rovesciare i ministeri a loro contrari; fanno introdurre ne’ parlamenti i loro adepti, e paralizzano le libertà ed arrestano i progressi: Nè contenti di ciò, eccitano la reazione in tutti i possibili modi, acciò il paese torni sotto il, per loro beato, despotismo.

Pellegrino Rossi era il solo uomo il quale potesse in Roma mantenere il governo costituzionale: ma egli era inviso ai Gesuiti. Il di lui assassinio è stato attribuito ai liberali; ma tutti gli uomini di senno in Roma sono persuasi quello essere stato opera tenebrosa de’ Gesuiti, per gettar Roma in una rivoluzione sanguinosa (Nota 8 - Assassinio del Rossi). Rossi fu ucciso, ma altro sangue non fu sparso, ed il progetto di reazione abortì. Allora l’Antonelli, affigliato de’ Gesuiti, ordinò alla guardia svizzera di far fuoco sopra un popolo disarmato che domandava al papa di non essere lasciato senza governo (Nota 9 - Il 16 novembre 1848). Anche questo infernale tentativo svanì, la reazione non vinse: ed allora il partito gesuitico costrinse il Papa a fuggire da Roma, facendogli vedere pericoli ove non ve ne erano; ma quella fuga era il mezzo per giungere al loro scopo, cioè gettar Roma nell’anarchia, allarmare i despoti ed i Cattolici, impadronirsi del Papa per ricondurlo al medioevo. Così presso a poco agiscono da pertutto: il loro dominio è lo scopo a cui tendono; i mezzi per giungervi sono indifferenti: quindi in un paese ove sono Gesuiti, o essi devono dominare, o il paese deve andare in ruina.

Desidereresti forse sapere come fanno i Gesuiti a procacciarsi tante ricchezze; giacchè non è un segreto che essi sono ricchissimi (Nota 10 - Il padre del cardinal Sala). Rammenta che le loro ricchezze sono per la maggior gloria di Dio; quindi i mezzi per acquistarle sono per essi indifferenti. Noi poveri semplici, chiamiamo certe azioni, furti, rapine, frodi, latrocini ecc.; ma i reverendi padri, con la loro teologia, chiamano quelle cose mezzi indifferenti per giungere al loro fine (Nota 11 - Actiones recipiunt speciem a fine), il quale essendo santo, cioè la maggior gloria di Dio, non può fare a meno di santificare eziandio i mezzi.

Uno di questi mezzi è la ipocrita povertà che essi affettano: se tu entri nella camera di un Gesuita, fosse anche nella camera del P. Generale, vi trovi una povertà edificante. Il Gesuita non ha mai un soldo in tasca; ma questa grande povertà è una santa ipocrisia per gettar polvere sugli occhi ai semplici, e per rendersi più interessanti. Al Gesuita non manca mai nulla, ma ha all’istante tutto quello che può desiderare (Nota 12 - Povertà de' Gesuiti): il povero è colui che è costretto a soffrire delle privazioni; ma nessun principe ha quanto ha il Gesuita (Nota 13 - Quadro della cena di Emaus): biblioteche ricchissime, musei, specole, oggetti di belle arti, tutto si trova in abbondanza nelle loro case e ne’ loro collegi; la loro tavola ordinaria, senza essere sontuosa, è tale che supera o almeno agguaglia, la tavola ordinaria di qualunque gentiluomo (Nota 14 - Tavola de' Gesuiti).

Per esercitare la frode, usano un altro mezzo che ha apparenza di santità. Le loro case professe, secondo la loro regola, non possono avere nè fondi nè rendite; ma debbono vivere di elemosina. Non credete però che esse non sieno ricchissime: hanno possessioni, hanno rendite; ma esse non sono intestate alla casa, bensì alla infermeria, per sostenere i Gesuiti infermi; e sotto questo pretesto, sono ricchissimi (Nota 15 - Ricchezza de' Gesuiti nel Belgio), e fingono non aver nulla: è una restrizione mentale: ma siccome spargono nel popolo che la casa è povera, così, per confermare la loro pretesa povertà, vanno per la città questuando (Nota 16 - Questua de' Gesuiti in Roma), e frodano ai poveri le elemosine de’ cittadini. Nelle loro chiese sono famosi per le questue: questuano sotto varii pretesti per le case dei devoti: e sono pochi anni che per abbellire l’ altar maggiore del Gesù spesero centomila scudi romani (540,000 franchi) (Nota 17 - Altare maggiore del Gesù).

Un’ altra fonte di ricchezza per essi, lo crederesti? sono i paesi protestanti. I Gesuiti educano in Roma alcuni giovani di varie nazioni, tolti da’ paesi protestanti: e questo gli dà il mezzo di poter questuare in que’ paesi, onde mantenere in Roma ed educare i missionari. La sola Inghilterra dà ogni anno ai Gesuiti più migliaia di lire sterline.

Non dico nulla della famosa opera della propagazione della fede che ha il suo centro in Lione: quelle grandi somme che si raccolgono ogni anno dai Gesuitanti, servono a mantenere il Gesuitismo ove già è, ed a propagarlo ove ancora non è.

Un altro mezzo di ricchezza sono le donazioni ed i testamenti (Nota 18 - I Gesuiti carpiscono le eredità). Se un ricco si confessa da un Gesuita, non può uscirne senza aver pagata cara la sua assoluzione: non già che il Gesuita dica: "Dammi denaro, altrimenti non ti assolvo:" ciò sarebbe cosa troppo grossolana, e non la sarebbe da furbo. Il Gesuita parla al suo ricco penitente dell’obbligo della beneficenza, che pesa in modo più speciale sui ricchi: e fin qui fa bene. Ma poi incomincia a dire che bisogna guardarsi dal fare elemosine pubbliche e sottoscrizioni, e che la migliore maniera di fare del bene è quella di farlo per mezzo di persona religiosa che benefichi senza far sapere il nome del benefattore; e la borsa del ricco è per vuotarsi nelle mani del confessore. Un confessore non Gesuita aprirebbe le mani; ma il Gesuita si ricusa, non riceve nulla, dice che gli è vietato toccare denaro; e lo sciocco penitente lo crede, prende maggiore stima dell’individuo e del corpo, e dà al corpo le sue limosine, ma in maggior quantità che non ne avrebbe date all’individuo.

Quando un Gesuita vede il suo penitente ricco pronto a dare, incomincia a lodare le opere della compagnia, e a dire quanta maggior gloria ne verrebbe a Dio, quando essa avesse più mezzi. Parla della carità, e la distingue dalla filantropia: dice che questa è opera che si fa da’ filosofi e dagl’increduli; ma la carità è l’opera dei Cristiani: per la filantropia si dà all’ uomo, per la carità si dà a Dio (Nota 19 - Carità e filantropia): rammenta che Gesù loda quella donna che versava su lui il balsamo prezioso invece di sollevare con quel denaro i poveri: e conchiude che i denari meglio spesi sono quelli che si dànno per la maggior gloria di Dio, che si dànno a Gesù; e per Gesù intendono loro stessi.

Se si confessa da un Gesuita un uomo, il quale abbia incominciata la sua ricchezza rubando, e che, divenuto ricco e vecchio, voglia accomodare le sue partite di coscienza, trova subito come accomodarsi col suo confessore: egli ha pronta per questa occasione la parabola del fattore infedele, e citandola, dice a colui: "Fatevi degli amici per mezzo delle inique ricchezze; affinchè quando venghiate a mancare, vi dian ricetto ne’ tabernacoli eterni" (Luc. XVI, 9): e così insinuano di dare quelle ricchezze inique alla Vergine ed a’ santi (per mezzo loro), onde farseli amici, acciò poi lo ricevano nel cielo (Nota 20 - Parabola dell'economo infedele).

Quando sono al letto dei moribondi ricchi, parlano ad essi della difficoltà che hanno i ricchi per potersi salvare; e quando li hanno ben bene spaventati, soggiungono che a Dio niuna cosa è difficile; ch’egli ha insegnato anche ai ricchi il mezzo sicuro di salvarsi, ponendo i loro tesori nel cielo (Nota 21 - Gesuiti al letto de' moribondi); imperciocchè là ove sarà il nostro tesoro, sarà altresì il nostro cuore. Il ricco, che con una firma si vede aperto il cielo, firma il suo testamento a favore de’ reverendi padri, come se si trattasse di firmare una cambiale. Sono questi alcuni dei santissimi mezzi che usano i Gesuiti onde arricchirsi: e questi sono i mezzi i più pubblici, i più usitati, senza parlare di molti altri che sono un segreto per il pubblico.

Per acquistare e mantenere le ricchezze a spese del pubblico, bisogna farsi credere dal popolo non solo onesti, ma santi; quindi i Gesuiti affettano una moralità austera, una religione esagerata. In quanto alla moralità, non è già che i Gesuiti sieno di una pasta differente dagli altri frati; ma essi sanno prendere tutte le loro precauzioni per non essere scoperti (Nota 22 - Moralità affettata de' Gesuiti): essi vanno per la città sempre in due almeno, essi camminano ad occhi bassi; non s’intrattengono come gli altri frati ne’ caffè, nelle botteghe, nelle case; insomma mostrano la più grande moralità. Se essi non agiscono in cotal modo, chi sarebbe per loro? Ma e non era precisamente così che agivano i Farisei (Nota 23 - Gesuiti e Farisei)? Però, mentre affettano tanto rigore, non si fanno il più piccolo scrupolo delle tante iniquità che commettono, e che io ti ho accennate: perchè quelle sono mezzi che conducono al fine, e per conseguenza sono cose per loro stesse indifferenti; mentre la corruzione del costume sarebbe un mezzo che allontanerebbe dal fine, e per conseguenza sarebbe cosa cattiva.

Sarebbe però nocevole al loro fine esigere la osservanza di una morale severa da coloro che si lasciano dirigere da essi, allora avrebbero pochi seguaci: perciò i reverendi padri hanno una morale adattata per tutti i gusti. Non starò qui a ripeterti quanto ha detto con tanta grazia Biagio Pascal nelle sue Provinciali; ma posso assicurarti che la loro morale è, in fondo, la medesima, sebbene siasi alquanto perfezionata, secondo le circostanze.

Essi affettano una grande religiosità, e la insinuano nei loro penitenti: ma tutta la loro religione consiste in superstizioni, più o meno grossolane; in una religione dei sensi, piuttostochè dello spirito. Il Signore dice che i veri adoratori debbono adorare Iddio in ispirito e verità; ed essi stabiliscono un culto tutto di sensi. Il culto semplice e spirituale, secondo il Vangelo, non dà ai preti nè ricchezze, nè autorità, nè dominio; per giungere al loro scopo, i Gesuiti hanno sempre più materializzato il culto. Gesù Cristo dice che la via che conduce alla vita è angusta, mentre la porta che conduce alla perdizione è larga: i Gesuiti per farsi molti amici dicono precisamente il contrario, e fanno larghissima la via del cielo (Nota 24 - I Gesuiti rovesciano il Cristianesimo); e così ingannano le anime, ma raccolgono il denaro. Gesù Cristo dice che pochi sono quelli che camminano per la via stretta; e lo studio de’ Gesuiti è di presentare un Cristianesimo comodo, affinchè tutti dopo una vita tutt’altro che cristiana, sieno poi salvati.

Sono essi che hanno condotto al più alto grado il culto di Maria (Nota 25 - La religione de' Gesuiti è la Mariolatria); perchè un tal culto è facile, è aggradevole, è, secondo loro, sicuro, essendo impossibile che un divoto di Maria vada dannato, per quanto scellerata sia stata la sua vita.

E, quasi tutto ciò fosse poco, hanno inventato una nuova divozione al loro S. Francesco Saverio (Nota 26 - La novena della grazia). Essi dicono che vi è una rivelazione per la quale Dio s’impegna di accordare una grazia qualunque che gli è domandata in nome di S. Francesco Saverio, facendo una novena in suo onore nei giorni stabiliti, che se ben ricordiamo è nel mese di Marzo. I Gesuiti furbi per non essere smentiti, consigliano tutti a domandare la grazia la più essenziale, cioè la salvazione dell’anima; e ne’ giorni di quella novena vedi la immensa chiesa del Gesù piena di divoti a domandare la loro salvezza, e i Gesuiti, in nome di Dio e di S. Francesco Saverio, li assicurano che saranno salvati; e le elemosine al santo empiono tutte le cassette.

Non mai la finirei se volessi raccontarti quanto l’abate P. mi disse, e quanto io conosco, sebbene non conosca tutto, delle arti gesuitiche. Questi pochi cenni ti bastino, per ora, per guardarti da essi. Nella mia prossima lettera, se piace a Dio, ti parlerò della mia prigionia. Ama sempre il tuo

Enrico.
Vai ad inizio pagina.

Riepilogo delle note alla Lettera quindicesima

  1. Nota I - Gesuiti antichi e moderni.
  2. Nota II - Il Cattolicismo è gesuitismo.
  3. Nota III - Potere ed arti de' Gesuiti.
  4. Nota IV - I Gesuiti vogliono l'insegnamento superiore.
  5. Nota V - I Gesuiti ribelli al papa - Riti cinesi - Riti malabarici - Non obbediscono alla soppressione.
  6. Nota VI - Gesuiti contrarii a Pio IX.
  7. Nota VII - Ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini.
  8. Nota VIII - Assassinio del Rossi.
  9. Nota IX - Il 16 novembre 1848.
  10. Nota X - Il padre del cardinal Sala.
  11. Nota XI - Actiones recipiunt speciem a fine.
  12. Nota XII - Povertà de' Gesuiti.
  13. Nota XIII - Quadro della cena di Emaus.
  14. Nota XIV - Tavola de' Gesuiti.
  15. Nota XV - Ricchezza de' Gesuiti nel Belgio.
  16. Nota XVI - Questua de' Gesuiti in Roma.
  17. Nota XVII - Altare maggiore del Gesù.
  18. Nota XVIII - I Gesuiti carpiscono le eredità.
  19. Nota XIX - Carità e filantropia.
  20. Nota XX - Parabola dell'economo infedele.
  21. Nota XXI - Gesuiti al letto de' moribondi.
  22. Nota XXII - Moralità affettata de' Gesuiti.
  23. Nota XXIII - Gesuiti e Farisei.
  24. Nota XXIV - I Gesuiti rovesciano il Cristianesimo.
  25. Nota XXV - La religione de' Gesuiti è la Mariolatria.
  26. Nota XXVI - La novena della grazia.

Vai ad inizio pagina.

« Lettera precedente | Indice | Lettera successiva»


Scrivi al Web Master:
Pagina completa; prima pubblicazione: 02 ottobre 2003;
ultimo aggiornamento: 2007;
Url: www.sentieriantichi.org