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Il Caravita

Nota 13. alla lettera quattordicesima di Roma Papale 1882

Vicino alla piazza di Sciarra, sul Corso, vi è una chiesa chiamata l'oratorio del P. Caravita. Per mezzo di un arco che traversa la via, i gesuiti hanno unita la chiesa del Caravita al collegio romano. È in questa chiesa che si raunano le congregazioni di donne; la congregazione delle dame, quella delle semidame; e la congregazione delle missioni. È in questa chiesa che si fa la celebre esposizione del sacramento nel carnevale, le più eclatanti tre ore di agonia nel venerdì santo, che si dànno gli esercizi alle dame, alle semidame, ai carabinieri. Sono i sagrestani laici di questa chiesa che vanno continuamente nelle case delle bigotte sotto pretesto di portar soccorsi dalla parte de' padri; ma in realtà per sapere quello che accade nel vicinato.

Ma la sera è la gran messe in quell'oratorio: esso è quasi interamente al buio, ha una porticina nascosta in un viottolo, da dove entrano i devoti che non vogliono essere veduti; tutti quelli che frequentano il Caravita la sera sono tenuti in Roma per spie de' gesuiti; così i Romani han fatto molte burle per conoscerli. Una sera un Romano entrò in quell'oratorio, e con due grandi spugne asciugò la pila dell'acqua santa ed in quella vece versò nella pila un fiasco di nerissimo inchiostro. I devoti entrando si facevano il segno di croce bagnando il dito medio nell'inchiostro, credendo bagnarlo nell'acqua benedetta, e così imprimevano una macchia d'inchiostro sulla fronte.

Il Romano burlone, dopo fatta la burla, andò al vicino gran caffè del Veneziano, e raccontò il fatto a coloro che erano là. Finito l'oratorio, molti bigotti andavano a quel caffè, e, facendo i disinvolti ed i liberali, si mescolavano nella conversazione, per poi riportare il tutto ai reverendi padri, ma quella sera furono sooperti e svergognati.

Due volte la settimana in quelle raunanze si faceva la disciplina, che è stata poi smessa per i disordini avvenuti; ed ecco come si faceva. Finita la predica, si chiudevano le porte; allora i sagrestani andavano per la chiesa con grandi fasci di fruste a cinque capi di corda con nodi e distribuivano a ciascuno degli astanti una di quelle fruste, ciò fatto, si smorzavano tutti i lumi, e si restava qualche minuto in silenzio. Questo intervallo era concesso, affinchè i più devoti avessero il tempo di sciogliersi i pantaloni, per percuotersi a nudo. Quando il predicatore credeva che tutti potessero essere pronti, faceva una esortazione acciò tutti si disciplinassero forte per meritare il perdono de' peccati, e compiere nella loro carne quello che mancava alla passione di Cristo. Allora s'intuonava il miserere, e tutti i devoti in coro cantavano, si battevano, e qualcuno gridava misericordia, e molti piangevano forte. Finito il miserere, il P. predicatore suonava il campanello, e la disciplina cessava. Si restava alcuni minuti acciò ognuno potesse rivestirsi, e ricomporsi, e, ad un altro segno del campanello, dalla porta della sagrestia veniva un lume.

Alcuni de' disordini che fecero sospendere questa pratica furono i seguenti. Una sera si era introdotto un tale che aveva ricevuta una cattiva azione da uno di que' bigotti e voleva vendicarsene. Si mise dietro al suo devoto, e quando cominciò la disciplina, impugnò la sua frusta, e per tutto il tempo del miserere flagellò bravamente sul viso del suo uomo, il quale aveva bel gridare: ma in quel frastuono ognuno credeva che fossero grida di un peccatore che domandava misericordia. Portati i lumi, il percussore aveva cangiate posto, ed il bigotto andò a casa bene conciato.

Un'altra sera un burlone portò con sè un pezzo di ricotta: si mise dietro ad un devoto, e quando si avvide che quegli aveva calati i calzoni, pose destramente in quelli la sua ricotta. Finita la disciplina, il devoto nel tirarsi su i calzoni, sentì dentro di essi quel semiliquido, e non sapendo cosa era ne restò spaventato. Andò in sagrestia co' calzoni in mano, e si avvide della burla.

Un'altra sera, dopo smorzati i lumi, un burlone incominciò a piangere, e gridare che voleva pubblicamente confessarsi. Il predicatore cercava calmarlo; ma riuscendo inutili le sue ragioni, gli permise di parlare, pensando che ne potrebbe venire una grande edificazione.

Colui allora incominciò ad accusarsi di essere un ladro, un truffatore, un ipocrita, che ingannava perfino i rev. padri, e di tante altre orribili cose. Poi disse che quella confessione fatta allo scuro non avrebbe servito alla sua umiliazione, se non si fosse fatto conoscere, e disse egli essere il sig. N. N. e nominò un conosciutissimo bigotto della raunanza; il quale levò subito la voce, e disse: "Non è vero, io sono un galantuomo." Uno scoppio di risa chiuse questa scena; i lumi vennero; ma il falso penitente aveva già cangiato posto, e non si potè sapere chi fosse.
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