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Prigionieri del S. Uffizio: Caschiur

Nota 2. alla lettera tredicesima di Roma Papale 1882

Quando queste lettere furono per la prima volta pubblicate in inglese, alcuni buoni Inglesi mi fecero la osservazione che quando fu aperto il S. Uffizio non vi si trovarono prigionieri, perchè Pio IX col suo liberalismo li aveva tutti liberati. Que' buoni Inglesi avevano così sentito dire in Roma da alcuni loro amici del collegio inglese, o da altri amici del papa; ed essi, facili sempre a credere il bene, lo avevano creduto, ed avevano tacciato me di esagerazione. Io, è vero, non era più in Roma in quella circostanza, per cui non posso dire di essere stato testimonio oculare; ma aveva delle corrispondenze, e leggeva i giornali di Roma che rapportavano i dettagli del fatto; e per essi rimando ai miei lettori all'ultima nota di questa lettera.

In quanto al preteso liberalismo di Pio IX a riguardo del S. Uffizio, ecco cosa posso dire. Papa Gregorio XVI era uomo fierissimo contro i liberali; ma di religione se ne interessava assai poco. S'inquietava se gli si parlava di condanne per causa di religione: quasi tutto finiva con un poco di esercizi spirituali. Per esempio, il dottor Mucchielli da molti anni scandalizzava i malati bigotti co' suoi discorsi irreligiosi: il S. Uffizio lo imprigionò, e secondo il codice inquisitoriale doveva avere una forte condanna: papa Gregorio lo mandò a fare gli esercizi nel convento dei cappuccini e tutto fu finito. Il tribunale del S. Uffizio a' tempi di papa Gregorio era divenuto un ausiliare della polizia per iscuoprire i liberali. Alla morte di Gregorio, nelle prigioni del S. Uffizio non vi era che l'arcivescovo Caschiur. Ma appena salito sul trono Pio IX, il S. Uffizio fu rimesso in vigore, e le prigioni si popolarono di nuovo.

Il novantanove per cento de' nostri lettori non conoscono chi fosse l'arcivescovo Caschiur: è un uomo che merita una piccola biografia.

Caschiur (non ricordo il suo nome di battesimo) era un giovane egiziano allievo del collegio della Propaganda di Roma. Era giovane d'ingegno, ma cupo, ambizioso ed ipocrita. Mentre era studente in quel collegio, finse avere una corrispondenza con Mehemet Alì Vicerè di Egitto, il quale gli faceva sperare che si sarebbe fatto cattolico, e con lui quasi tutto l'Egitto, s'egli (Caschiur) fosse andato in Egitto, con qualche carattere ufficiale; e seppe fare così bene che ingannò tutti i cardinali ed anche il papa infallibile; inguisachè Leone XII nel 1824, passando sopra tutti i canoni ed anche al Concilio di Trento, in un solo giorno lo consacrò con le sue proprie santissime mani suddiacono, diacono prete, ed arcivescovo di Tebe. Caschiur non aveva allora che 21 anni. Il giovanetto arcivescovo era ogni giorno invitato a fare funzioni, e specialmente le monache facevano a gara per averlo nei loro monasteri a dire la messa. Tutti gli facevano regali, sicchè mise a parte un buon peculio.

Giunto il tempo della partenza, un vecchio cardinale propose al papa di farlo accompagnare da un uomo maturo che gli facesse da Mentore; e gli fu scelto a tale scopo il P. Canestrari dell'ordine dei Paolotti (non dei Paolotti attuali, ma de' frati di S. Francesco di Paola), parroco di S. Andrea delle Fratte. Partirono per prender l'imbarco a Genova. In quella città, il giovane arcivescovo fu accolto con entusiasmo da' devoti genovesi; ma per certe scroccherie che commise cadde in sospetto al P. Canestrari, il quale da uomo avveduto scrisse a Roma ed in Alessandria. Intanto bisognò partire; ma egli aveva scritto che la risposta fosse fatta giungere a Malta.

A Malta, trovò la risposta di Alessandria e quella di Roma. La prima diceva che Mehemet Alì era andato in furia nel sentire tal cosa; ed aveva promesso che al primo apparire di Caschiur in Alessandria lo avrebbe fatto impalare; la seconda gli diceva, che esaminando meglio la corrispondenza, vi avevano conosciuto l'inganno, quindi con un pretesto lo riconducesse a Roma.

Il P. Canestrari dissimulò, e finse la impossibilità di seguire il viaggio nello stesso legno, e ne noleggiò un altro che andava a Civitavecchia; ma di accordo col capitano doveva prendere il largo per fingere di andare in Alessandria. Così il Caschiur fu condotto a Civitavecchia, e là legato dai carabinieri pontifici fu condotto al S. Uffizio di Roma. Il P. Canestrari fu fatto vescovo, ed il Caschiur in una congregazione generale del S. Uffizio presieduta da quel papa che lo aveva consacrato, fu condannato alla degradazione ed alla stretta prigionia perpetua nelle carceri della inquisizione. Più il papa in quella stessa congregazione assolvè dall'obbligo del giuramento, per quel caso, tutti gli impiegati del S. Uffizio. Ecco come si è potuto tutto saper di lui.

La degradazione si fece in uno degl'immensi saloni del S. Uffizio alla presenza di tutto il Collegio della Propaganda e del Seminario romano: ed ecco come si fece.

Monsignor Vicegerente assistito da due altri vescovi erano seduti avanti l'altare. L'arcivescovo Caschiur è introdotto in tutti i suoi abiti episcopali come se fosse dovuto andare a cantare la messa pontificale. Condotto avanti i vescovi degradanti, gli fu da Monsignor Vicegerente strappato dalle mani il pastorale, e gettato in terra, dicendo un formulario terribile che si legge nel Pontificale romano: nello stesso modo gli fu tolta e gettata la mitra, l'anello vescovile, ed ogni altra insegna di vescovo. Poi con un vetro gli fu raschiata fino al sangue la tonsura, per dimostrare che gli era tolta la consecrazione episcopale.

Degradato da vescovo, restò prete: ed allora si procedè alla degradazione dal sacerdozio, strappandogli dalle mani il calice, togliendogli da dosso la pianeta, e raschiando con vetro le mani per togliere la unzione sacerdotale. Poi si procedè alla degradazione del diaconato, quindi del suddiaconato, poi de' quattro ordini minori. Finalmente, spogliato di tutto restò in sottana. Allora si procedè a togliergli i privilegi clericali: finalmente, strappatagli la sottana da dosso, apparve cogli abiti da galeotto. Allora il vescovo degradante, per mostrare che aveva perduto tutti i privilegi, con un solenne rimprovero gli dà uno schiaffo. A quel segno i birri lo afferrano e lo legano. Allora il vescovo degradante, prendendo un'aria ipocrita, lo raccomanda agli sbirri acciò lo trattino bene.

Quella funzione riuscì così terribile, che molti giovani collegiali svennero, altri ne furono malati.

Da quell'ora il Caschiur fu rinchiuso nelle prigioni. Ma ai tempi di Gregorio XVI, essendo vicino a morte per la mancanza di aria e di moto, il papa ordinò che si mettesse in una buona camera, che si lasciasse liberamente passeggiare ne' cortili interni, ed io lo ho in essi più volte veduto; e permise che due volte alla settimana uscisse accompagnato da un frate a prender l'aria libera della campagna. Così il Caschiur si era rimesso in salute. Ma venuto papa il liberalissimo Pio IX, tutte queste concessioni furono ritirate, e quell'infelice fu rinchiuso di nuovo; dimodochè quando fu liberato dalla repubblica era più morto che vivo.
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