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Perchè i preti vogliono la ignoranza?

Nota 1. alla lettera dodicesima di Roma Papale 1882

Si fa generalmente un delitto per i preti di volere che il popolo sia ignorante; ma se la ignoranza de' popoli è la ragione essenziale della loro esistenza, se fomentando la conoscenza essi si suiciderebbero, vorrete ascrivere loro a delitto se non vogliono suicidarsi? Fate che la ignoranza religiosa sia bandita; che il popolo si persuada che la vera religione non può venire che da Dio, e che in conseguenza che essa non si trovi che nel libro di Dio; date in mano al popolo la Bibbia, lasciate che il popolo s'istruisca in essa; e poi mi saprete dire cosa diviene la religione de' preti. Fate che il popolo sia istruito nelle scienze naturali, secondo la sua capacità; eppoi mi saprete dire cosa divengono le Madonne che aprono gli occhi, le immagini che sudano, e tanti altri miracoli inventati da' preti. "La fede, diceva il cardinal Bellarmino, consiste nella ignoranza." Il fervente Cattolico, diceva bene il nostro abate, deve essere semplice; vale a dire credere a quello che dicono i preti.

Ma i preti, ci si dirà, sono quelli che nel medio evo han salvato e le lettere e le scienze.

Sarebbe peccare d'ingratitudine se non si riconoscesse che i preziosi manoscritti dell'antichità ci sono stati conservati dai monaci; ma non prendiamo per tutt'oro quello che in gran parte non è che orpello. Il clero ne' tempi barbari aveva preso invero il monopolio della conoscenza, ma il popolo a che era ridotto? Ad un gregge di schiavi, che per vivere bisognava che dipendesse in tutto e per tutto dal clero. E la conoscenza cosa era divenuta nelle mani del clero? quali progressi essa faceva? I progressi del gambaro.

Citeremo alcuni documenti per dimostrare quale fosse la scienza de' chierici, allorchè tutto il sapere era esclusivamente nelle loro mani.

Il Concilio Toletano VIII, tenuto nell'anno 653, lamenta che i preti erano così ignoranti che non sapevano neppure quello che si facevano quando esercitavano il loro ufficio; quindi ordinò che nessuno fosse più promosso ad una dignità ecclesiastica, se non sapessero leggere il salterio, gl'inni e il rito del battesimo. E per coloro che si trovassero già nelle dignità ecclesiastiche, o si sottomettessero spontaneamente, o si costringessero ad imparare a leggere "è cosa assurda ammettere alle dignità ecclesiastiche coloro che no conoscono la legge di Dio e non sanno almeno mediocremente leggere." (Sacros. Concil. studio Philip. Lbbaei, et Gabr. Cossartii, tom. VI, pag. 403, ediz. di Parigi 1671).

Mezerai, istoriografo di Francia, nel suo compendio cronologico, parlando de' tempi di Carlo M. dice: "L'ignorance etait affreuse parmi les Evêque, puisq'on les obligait d'etendre l'oraison Dominicale, e que Charlemagne, après tant de reformations, eut bien de la peine à leur faire seulement quelque exhortations aux peuples."

Il Concilio di Troia (Francia), tenuto nell'anno 909, lamenta che innumerevoli ecclesiastici erano giunti alla loro vecchiezza senza avere imparato ancora le cose le più necessarie della fede, e senza sapere neppure il simbolo degli Apostoli e la orazione domenicale (Labbaei, tom. IX, pag. 571). Ecco i dotti del medio evo, i custodi della scienza!

Il Fleury nella sua Storia ecclesiastica, libr. 61 all'anno 1072, cita un passo di S. Pier Damiano, nel quale dice che la ignoranza del clero era tale che ve ne erano di coloro che non erano capaci di leggere due sillabe di seguito.

Roberto Testagrossa, vescovo di Lincoln, nel decimoterzo secolo, scriveva che vi erano molti preti i quali non sapevano esporre neppure un articolo di fede, non un solo comandamento di Dio.

Nell'ottavo secolo, Bonifacio vescovo scriveva a papa Zaccaria, domandandolo se era valido il battesimo amministrato da un prete in nomine Patria, Filia et Spiritu sancta: il papa risponde che era validissimo, a cagione della ignoranza: e questo decreto è nel diritto canonico, 3 p. de consecr. dist. 4, cap. Retulerant.

I capitolari di Carlo M. ordinano che i preti devono comprendere il loro messale, e l'orazione domenicale.

Alfredo il grande re d'Inghilterra, verso la fine del secolo nono, lamenta che in tutto il suo reame non vi era un sol prete che avesse una qualche idea de' suoi doveri, che comprendesse la liturgia, e che fosse capace di tradurre dal latino in inglese una benchè piccola porzione delle S. Scritture.

Che se all'epoca del rinascimento si sono ancora trovati nelle biblioteche de' monaci preziosi manoscritti, ciò è dovuto alla provvidenza, la quale non ha permesso che i monaci distruggessero interamente que' tesori che erano a loro insaputa nelle loro biblioteche. L'abate Muratori nelle sue Antichità Italiane del medio evo, tom. 1 p. 1296, ci ha conservato un prezioso fatto su questo proposito scritto da Benvenuto da Imola, il quale dice averlo sentito raccontare dal suo maestro Boccaccio, come accaduto a lui nel famoso monastero di Montecassino, che gode la fama di essere uno di que' monasteri che ci ha conservato il più gran numero di codici. Lo ripeteremo ne' suoi termini originali.

"Dicebat enim (Boccaccius de Certaldo) quod dum esset in Apulia, captus fama loci, accessit ad nobile monasterium Montis Cassini… et avidus videndi librariam, quam audiverat illic esse nobilissimam, petivit ab uno monacho humiliter, velut ille qui suavissimus erat, quod voleret ex gratia sibi aperire bibliothecam. At ille rigide respondit, ostendens sibi altam scalam: Ascende quia aperta est. Ille laetus ascendens, invenit locum tanti thesauri sine ostia vel clavi: ingressusque, vidit herbam natam per fenestras, et libros omnes cum bancis coopertis pulvere alto. Et mirabundus coepit aperire, et volvere nunc istum librum nunc illum, invenitque ibi multa et varia volumina antiquorum et peregrinorum librorum. Ex quorum aliquibus erant detracti aliqui quinterni, ex aliis recisi margines chartarum, et sic multipliciter deformati. Tandem miratus labores et studia tot inclitorum ingeniorum devenisse ad manus pertitissimorum hominum, dolens et illacrymans recessit. Et occurrens in claustro, petivit a monacho obvio, quare libri illi pretiosissimi essent ita turpiter detruncati. Qui respondit, quod aliqui monachi volentes lucrari duo vel quinque solidos, radebant unum quaternum, et faciebant psalteriolos, quos vendebant pueris: et ita de marginibus faciebant brevia, quae vendebant mulieribut. Nunc ergo, o vir studiose, frange tibi caput pro faciendo libros!" Ecco come erano custodite le librerie più celebri de' monaci! senza chiave, senza porta, altissima polvere fino a formarsi in esse la terra vegetale e le erbe: i monaci radevano le pergamene per venderle a pochi soldi; inguisachè quello che ci è restato, ci è restato per opera della provvidenza, non per la cura de' monaci.

Innoltre il monopolio del sapere in mano del clero, ci ha condotti a quello scetticismo necessario nella critica; per cui è difficile di conoscere la genuinità de' codici. Il clero ci ha regalata la famosa donazione di Costantino, le false decretali, le leggende; cose tutte inventate dal clero nel tempo del suo monopolio del sapere. È chiaro dunque che la conoscenza non solo non è frutto del Cattolicismo romano, ma è da esso avversata. Il cattolicismo romano abbisogna d'ignoranza, e cerca tutti i mezzi di propagarla. Se vi è qualche prete veramente dotto è anatematizzato: ed ai nostri tempi abbiamo gli esempi di Lamennais, Gioberti, Rosmini, P. Ventura, ed altri ancora.
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