Roma Papale, descritta in una serie di lettere con note, da Luigi De Sanctis (1882)

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Lettera dodicesima

La settimana santa

Enrico ad Eugenio

Roma, Aprile 1847.

Mio caro Eugenio,

Dopo quella terribile veglia, di cui ti parlai nella mia ultima; dopo il fatto di quel prete che mercanteggiava l’assoluzione del sacrilego furto, io era immerso in terribili dubbi. Mi pareva impossibile che il Papa non sapesse cotali cose: e se le sapeva, come le sopportava? come le autorizzava? Giunsi perfino a maledire il momento nel quale era entrato in simili ricerche, e desiderava (cosa impossibile) rientrare nella mia semplicità di fervente Cattolico (Nota 1 - Perchè i preti vogliono la ignoranza?).

Era già qualche tempo che il mio professore non mi parlava; ma il giorno dopo quel fatto, finita la lezione, mi chiamò e mi disse che lo seguissi nella sua camera. Usciti dalla scuola, due altri Gesuiti anziani si unirono al professore; mi guardarono da capo a’ piedi con piglio piuttosto severo; ed io seguendoli, giungemmo nella camera del professore (Nota 2 - Povertà e carità gesuitica). Seduti i due reverendi, il professore prese a dirmi, con grande serietà:

"Figliuol mio, io debbo avvertirvi che voi correte un grave pericolo. Voi non avete voluto seguire i miei consigli, avete voluto continuare a discutere con quel protestante; non avete voluto condurre a noi il Puseita; vi siete affratellato con eretici, e così siete causa di molti danni. In quanto a voi, già la vostra fede vacilla; il Puseita tornerà ad esser protestante, e, da amico che ci era, ci diverrà nemico. E di voi cosa avverrà? Voi, figliuol mio, siete sull’orlo di un gran precipizio; ma siete ancora in tempo per salvarvi: perciò vi ho chiamato alla presenza di questi due padri anziani, per vedere se ci riescisse salvarvi; e ci riuscirà, purchè voi lo vogliate sinceramente."

Conoscendo tu il mio naturale timido, e la mia complessione nervosa, penserai che restassi spaventato da quelle parole. Se ti dicessi che restai tranquillo, mentirei; ma non restai spaventato in modo da non sapere cosa rispondere. Risposi dunque che se la mia fede vacillava alquanto, ciò era non tanto per le discussioni col Valdese, quanto per le cose che io stesso aveva vedute co’ propri occhi.

Allora raccontai le cose che mi aveva scritte il sig. Manson, quello che aveva veduto nelle segreterie, e quello che aveva appreso da quel parroco; ed ebbi la imprudenza di pronunziare il suo nome (Nota 3 - Calunnie del P. P. gesuita).

"Queste son bagattelle, rispose il padre: le segreterie sono dirette da uomini; e gli uomini, o per mancanza di discernimento, o per qualche altra ragione, possono abusare della loro posizione; ma il principio sopra il quale esse basano è santissimo, e non può mancare: esso è la podestà illimitata del S. Padre come Vicario di Gesù Cristo e come successore del grande Apostolo S. Pietro. Voi sapete quello che insegna il gran Fagnano, il più grande ed il più dotto de’ nostri canonisti, che non è permesso ad un Cattolico discutere le azioni del Papa: imperciocchè, egli dice, ciò che il Papa fa, lo fa per l’autorità di Dio che gli è confidata. Voi sapete che il cardinal Zabarella, teologo e sopratutto canonista dottissimo, ha sostenuto, che Dio ed il Papa sono una stessa cosa nelle loro decisioni: Deus et Papa faciunt unum consistorium. Voi sapete che questo insigne canonista ha anche detto, ed in un certo senso ha ragione, che il Papa, in un certo senso, è più di Dio; imperocchè egli può fare in buona coscienza delle cose che per gli altri sarebbero illecite, e che Dio stesso non potrebbe fare (Nota 4 - Dottrine sul papa). Voi sapete che il più grande de’ teologi, il nostro cardinal Bellarmino, insegna, che dato anche il caso impossibile, che il Papa errasse comandando il vizio, e proibendo la virtù; tutti i veri Cristiani sarebbero obbligati sotto pena di peccato a credere che i vizi sono virtù e le virtù sono vizi (* Bellarmino de R. P. lib. IV, cap. 5.), Voi sapete che il sacrosanto concilio Lateranense quinto ha chiamato il papa un vero Dio in terra ed il salvatore della Chiesa. E, sapendo queste cose, come può essere scossa la vostra fede per qualche abuso de’ ministri subalterni? Gli sbagli dello scolaro alterano forse la dottrina del maestro? Gli abusi de’ servi fanno diventare cattivi gli ordini del padrone?"

"Ma, padre mio, risposi, quello che io ho veduto e saputo non sono abusi de’ ministri, ma sono errori di dottrine e di principii. Dichiarare reliquie di un santo quelle che non sono che resti di un cadavere non si sa di chi, vendere le indulgenze, assolvere per denaro da furti sacrileghi, a me pare che sieno orribili abusi di principii."

Queste parole furono dette da me con una certa forza. I due gesuiti anziani si scambiarono delle occhiate che mi sembravano alquanto misteriose; ma il mio maestro non si scompose punto, e con la usata freddezza, ma con un poco d’ironia, mi rispose, che "colui che con una parola cambiava il pane nel corpo santissimo di Gesù, poteva con molta più facilità fare per la sua parola che colui che con fede prega, anche avanti le ossa di un pagano, fosse come se pregasse un santo. In quanto poi al pagare le grazie, voi sapete, ed avreste dovuto dirlo ai vostri protestanti, che quel denaro non è il prezzo della grazia; non vi sarebbe oro bastante nel mondo per pagare il prezzo di una indulgenza, o di un’altra qualunque grazia pontificia: quel denaro è una porzione del riscatto dell’opera meritoria che dovrebbe farsi per meritare quella grazia (Nota 5 - Legati pro remedio animae): difatti osservò, chi non paga è obbligato a fare una penitenza corporale (Nota 6 - Scopatori) per ottenere quella grazia."

Io non mi mostrava abbastanza convinto. Allora uno dei due padri anziani mi disse che la mia anima era in uno stato pericoloso: che, in quello stato, mi guardassi bene dall’accostarmi alla comunione pasquale; che essi avrebbero pensato a farmi tenere il biglietto pasquale per presentare al mio parroco (Nota 7 - Biglietti pasquali); che dopo la Pasqua vi sarebbero stati gli esercizi a S. Eusebio, ed io vi sarei andato di nuovo, e così avrei riacquistata la perduta pace della mia coscienza.

"Tutto ciò va bene, disse il mio maestro; ma intanto voi ci dovete promettere di non parlare più con quei Protestanti."

Io che amo la mia pace, promisi tutto: solo per riguardo ai miei amici dissi, che li avrei evitati per quanto mi era possibile; ma che se essi fossero venuti da me contro mia voglia, o incontrandomi mi avessero parlato, non era nella mi educazione nè di scacciarli, nè di fargli uno sgarbo.

Il professore allora si alzò bruscamente, e mi disse in un tuono assai concitato: "Fate pure a vostro modo, come avete fatto finora, seguite pure i dettami della vostra pretesa civiltà; ma vi avverto, che se voi parlate ancora una volta con essi, siete irreparabilmente perduto." E, senza darmi altro tempo, mi licenziò bruscamente.

Le ultime parole del professore m’irritarono: esse mi parevano un attentato alla mia libertà; e la sua minaccia un semplice spauracchio per impormi i suoi voleri: quindi mi decisi a non cercare più i miei amici, a non rispondere alle loro lettere, se mi scrivevano; ma se venivano o se li avessi incontrati, non li avrei nè scacciati, nè sfuggiti; solo avrei cercato di non discutere.

La domenica seguente era la domenica delle palme. Andai nella chiesa di S. Pietro per assistere alla benedizione delle palme che faceva il Papa. Io era stretto nella folla (Nota 8 - Chi può entrare nella cappella papale), ed ammirava il Papa nella sua maestà, il quale dal sublime suo trono, circondato da cardinali e prelati, distribuiva le palme benedette alla sua corte, ed a qualche signore forestiere ammesso a quel grande onore (Nota 9 - Protestanti che ricevono la palma); e restava assai edificato nel vedere i forestieri, anche protestanti, che facevano a gara per essere ammessi a quell’onore, e, dopo aver baciato il piede al papa, ricevevano con gioia dalla sua mano un ramoscello di olivo benedetto!

Finita la distribuzione delle palme, la calca diminuì; allora sentii dietro a me una voce che diceva: "Oh! Che sublime spettacolo!" Sì, rispose un’altra voce, spettacolo orribilmente sublime! È una delle più sublimi azioni della vita di Gesù Cristo, posta in commedia.

Mi era rivolto per vedere a chi appartenevano quelle voci, e vidi i miei tre amici, i quali mi riconobbero e mi si avvicinarono stringendomi amichevolmente la mano. Eccomi di nuovo con loro; e come onestamente fuggirli?

Dopo la funzione delle palme, incominciò la messa cantata da un Cardinale, alla quale assisteva il Papa dal suo trono. In vece di una piccola porzione di Vangelo, si canta in quel giorno tutta la storia della passione del Signore secondo è scritta nell’Evangelo di S. Matteo. Tre diaconi con i loro libri del Vangelo posti in note musicali, vanno prima a baciare il piede al papa, poi montano sopra tre pulpiti, e cantano alternativamente la storia della passione. Uno di essi rappresenta l’Evangelista, e canta in voce di basso tutta la parte storica; un altro che sta alla sua destra, rappresenta Gesù Cristo, e canta in voce di tenore, ma in tuono basso, tutte le parole di Gesù Cristo; il terzo che è a sinistra rappresenta Pilato, Caifa e le turbe, e canta in voce di falsetto, tutte le parole pronunziate da cotestoro.

Il signor Sweeteman si mostrò scandolezzato: pareva a lui che cantare quella storia dolorosa della passione, ed a quel modo, derogasse alla serietà, e che fosse una scena più degna da teatro che da chiesa. Ma il signor Manson che apprezza meglio le cose, vi trovava della edificazione; inquantochè questa cerimonia esteriore agiva maggiormente sui sensi. "Eppoi il canto del Vangelo, diceva egli, è antichissimo nella Chiesa."

"Il Vangelo, rispondeva il Valdese, non è stato scritto pei sensi, ma per il cuore. Credete voi che S. Pietro abbia cantato il Vangelo?"

Mentre i tre diaconi salivano sui loro pulpiti, il papa quatto quatto era passato dietro il trono, e si era ritirato in una camera fatta con arazzi e damaschi in un angolo della chiesa (Nota 10 - Il papa si diverte mentre si canta la passione). In tutto il tempo che si cantò la passione, si vedeva un vai vieni di cardinali, che passavano dietro al trono del papa, e non sapeva ove andassero. Il Valdese ci fece segno di seguirlo, come se ci volesse mostrare qualche gran cosa. Andammo; ed egli ci condusse dietro al trono per vedere la ragione di quell’andirivieni. Vedemmo da lontano la camera posticcia fatta con arazzi; ma le guardie svizzere che ne bloccavano le vie, c’impedirono di avvicinarci. Questo divieto fece nascere anco in me la curiosità di sapere cosa si facesse in essa. Mi avvicinai all’ufficiale degli Svizzeri che era mio amico, e gliene domandai.

"È il papa, mi disse, che, increscendogli di restare in piedi tutto il tempo del canto della passione, si ritira in quella camera fatta appositamente."
"E cosa fa in quella camera?" domandò il Valdese.
"Si trattiene a parlare co’ cardinali che lo vanno a vedere ed a prendere de’ rinfreschi."
Ringraziai l’ufficiale, e partimmo.
"Ecco cosa fa il papa, disse il Valdese: mentre nella chiesa si legge la passione del Signore, egli si nasconde per passare il suo tempo in conversazioni, sorbetti, e confetture! Mentre ogni Cristiano che ha ombra di fede, piange alla lettura della passione del Figlio di Dio, colui che si dice suo Vicario non si vergogna di starsene fra le risa ed i sorbetti; e ciò nella chiesa stessa! Signor Abate, signor Manson, voi tacete? Difendete, se ne avete il coraggio, questa azione che io non voglio qualificare."
Noi eravamo mortificati, e non sapevamo cosa rispondere; io, per mia parte, voltai le spalle ed uscii dalla chiesa.
Non ti dirò nulla, per non annoiarti, circa i pensieri che si suscitarono nella mia mente dopo questo fatto. Quei giorni erano giorni di vacanza, per cui non vidi il mio maestro, e neppure andai al Collegio.

Il giovedì santo tornai in S. Pietro, e montai alla cappella Sistina (Nota 11 - Cappelle Sistina e Paolina), per assistere alle funzioni di quel giorno; e sebbene sapessi, quasi per cosa certa, trovarvi i miei tre amici, pure non volli per ciò astenermi dall’andarvi. Dopo la messa, il papa portò il Sacramento nella cappella Paolina processionalmente, e lo ripose nel sepolcro (Nota 12 - I sepolcri). Scesi poscia sulla gran piazza per ricevere la benedizione che il papa dà in quel giorno urbi et orbi, cioè non solo a coloro che sono presenti, non solo alla città di Roma, ma altresì ai Cristiani di tutto il mondo. Oh! qual momento solenne, mio caro Eugenio! Il Papa è portato nella gran loggia sul suo trono a spalle di uomini: non appena egli si alza per benedire il popolo, che tutte le bande militari, che sono sulla piazza insieme colla guarnigione, suonano; i cannoni di Castel S. Angelo sparano; e le campane aggiungono col loro suono festivo alla maestà di quella cerimonia. Il signor Manson era come estatico. Dopo che si fu ritirato il papa, il signor Pasquali mi disse in presenza degli altri due: "Signor abate, qual differenza si fa nella vostra Chiesa, fra quello che voi chiamate il Santissimo Sacramento ed il papa?" Risposi che nel Santissimo Sacramento vi è personalmente Gesù Cristo, in corpo, sangue, anima e divinità; ed il papa è il suo Vicario. "Allora, rispose egli, perchè onorate più il vicario che il principale? Perchè quando benedite il popolo col Sacramento, lo fate senza alcuna solennità e quando benedice il papa sparate i cannoni, suonate le campane, mettete in gran gala le truppe? A me sembra che, sebbene a parole confessiate Gesù Cristo, coi fatti lo diciate minore del Papa."

Questa osservazione mi giunse nuova e ti confesso che non seppi cosa rispondere in quel momento.

Intanto rientrammo in S. Pietro: il Papa scese con tutti i Cardinali, e si assise sopra il suo trono. Allora un cardinale diacono cantò i primi quindici versetti del capo XIII di S. Giovanni; dopo di che il papa si cinse con grembiule di lino finissimo, scese dal trono, ed andò a lavare i piedi ai dodici Apostoli. Questi sono dodici preti appartenenti a varie nazioni, i quali rappresentano i dodici Apostoli. Sono vestiti di flenella bianca alla orientale, con un grande berretto bianco sulla testa, sono seduti sopra una piattaforma, ed hanno i loro piedi nudi, sopra un bacino di rame ben forbito ripieno di acqua; il papa passa avanti ciascun di loro, che all’appressarsi del papa tuffano i piedi nell’acqua, esso li tocca, poi torna a sedere sul suo trono. Questa funzione si chiama la lavanda.

Io aveva trovato altre volte questa funzione molto edificante; credei anzi aver in essa trovata la risposta a quello che mi diceva il Valdese poco prima. "Voi, gli diceva, che poco fa accusavate il papa di superbia, non vedete ora la sua umiltà?" "E chiamate voi umiltà, mi rispose, un atto di commedia? Io non vedo in quest’atto che un colpo di scena, ed una parodìa studiata dell’atto santissimo operato dal Signore: non vedete voi che tutto è finzione studiata?"

Dopo quella funzione, si passò a vederne un’altra che parimente fu chiamata commedia dal Valdese: era la rappresentazione della cena del Signore. In una immensa sala sopra il portico della chiesa di S. Pietro, sopra una piattaforma, era imbandita una gran tavola per dodici persone; ma accomodata in modo che coloro che mangiavano avessero tutti la faccia voltata verso gli spettatori. La tavola era riccamente imbandita: argenterie, vasi di porcellana con fiori, frutta di tutte le sorta la rendevano di una eleganza straordinaria. Più migliaia di spettatori, per lo più forestieri, accalcati erano per osservare quello spettacolo che parodiava la cena del Signore. I dodici preti che figuravano i dodici Apostoli, erano in piedi avanti la tavola, ed ognuno di loro aveva dietro un loro servo con un grande paniere. Il Papa entrò, e con un boccale di oro versò un poco di acqua sulle mani di ciascuno, poscia benedisse la mensa, portò un piatto, e si ritirò. I dodici preti allora si assisero, e mangiarono di buon appetito di tutti i piatti portati dai prelati, e tutto quello che avanzava, insieme co’ piatti, posate d’argento, bottiglie, bicchieri, salviette, furono messi ne’ panieri de’ servi, e portati via (Nota 13 - Parodia della lavanda e della cena).

Finito quel desinare, uscimmo; ed il Valdese con gran serietà ci disse: "Sapete voi come può definirsi il papismo? Il Vangelo messo in commedia" (Nota 14 - Profanazione di cose sante).

Io cercai, per quanto mi fu possibile, giustificare quegli usi; ma, ti dico la verità, io stesso non ne restava molto edificato.

Il venerdì santo tornai la mattina alla cappella papale. Si cantò, come nella domenica, la passione del Signore secondo S. Giovanni. Il trono del Papa era senza parati; ma egli non venne se non che dopo finito il canto della passione. Allora incominciò la adorazione della croce, che si fa a questo modo. Il Cardinale celebrante si mette con gran riverenza alla sinistra dell’altare a’ piedi di tutti i gradini, il diacono prende la croce coperta con velo nero, che è sopra l’altare, e la consegna al celerante, il quale scuopre soltanto la sua sommità; quindi, mostrando al popolo quella sommità scoperta, canta in latino: "Ecco il legno della croce, nel quale pendeva la salute del mondo; venite, adoriamo:" allora il Papa per il primo, poi tutti i Cardinali, Vescovi, Prelati, e popolo, ad eccezione del celebrante, si prostrano, chinano il capo, ed adorano la croce. Dopo breve adorazione tutti sorgono: allora il celebrante monta i gradini dell’altare, e si ferma alla sinistra di esso rivolto verso il popolo; scuopre il braccio destro della croce, la solleva più della prima volta, e canta in tuono più alto le stesse parole; e tutti adorano di nuovo. Finalmente via in mezzo dell’altare, scuopre la croce, la solleva quanto più può, ed in tuono altissimo canta le stesse parole, e si fa la terza adorazione. Dopo la terza adorazione, tutti restano inginocchiati, ed il Cardinale celebrante va, accompagnato dal cerimoniere, a posare la croce sopra un ricco tappeto e cuscino posto in mezzo del coro, adora di nuovo la croce con una genuflessione, e torna al suo posto.

Allora i cantori incominciano a cantare con un canto flebile i rimproveri che Dio faceva nella Bibbia agli Ebrei: ad ognuno di essi risponde un coro in greco Hagios ò Theos, un altro coro ripete le medesime parole in latino Sactus Deus: ad un altro rimprovero il coro dice in greco Hagios ischyros, e l’altro in latino ripete le stesse parole Sactus fortis: dopo il terzo rimprovero, il coro in greco dice: Hagios ò Athanatos elison imas; ed il coro latino Sanctus immortalis miserere nobis.

Mentre il coro canta, il Papa si fa togliere le scarpe, scende dal trono e va ad adorare la croce e baciarla prostrato; sieguono i Cardinali, tutti senza scarpe, poi i Vescovi, i Prelati, ed i circostanti; tutti prima di avvicinarsi alla croce, debbono adorarla tre volte inginocchiandosi, prima di baciarla prostrati (Nota 15 - Adorazione della croce).

Un tale spettacolo mi commosse fino alle lacrime. Vedere il Papa, colui innanzi al quale piegano il ginocchio i più augusti personaggi, scendere dal suo trono umiliato e scalzo per andare ad adorare la croce di Cristo, è spettacolo tale da commuovere ogni cuore cattolico! Il signor Manson era come estatico; ed il sig. Pasquali stesso mostrò gran turbamento. Io credei che quello spettacolo lo avesse commosso, e nell’uscire gli domandai la ragione del suo turbamento. "Un Cristiano, mi rispose, non può non essere turbato nel vedere cotali cose: della cena del Signore e della lavanda de’ piedi se ne fa una specie di commedia; e poi con tanta serietà si adora una croce, che in fin de’ conti non è che un legno" (Nota 16 - Pensieri di Claudio di Torino).

Finita la adorazione della croce, si fa la processione, si va alla cappella Paolina a levare il sepolcro, e si finisce così la messa de’ presantificati (Nota 17 - Messa de' presantificati).

Le funzioni del sabato santo sono poca cosa in paragone, e perciò non le descrivo: esse consistono nella benedizione del fuoco, dell’incenso, del cero pasquale, e poi si finisce con la messa (Nota 18 - Benedizione del fuoco, incenso, cereo e fonte).

La domenica di Pasqua vi è il grande pontificale (Nota 19 - I tre pontificali), nel quale il papa canta la messa. La chiesa di S. Pietro è tutta parata a festa; tutta la guarnigione di Roma è in parata sulla gran piazza. Una compagnia di granatieri; le guardie svizzere, le guardie capitoline, le guardie nobili, formano un cordone dalla gran porta della chiesa fino all’altar maggiore, e lo circondano in largo cerchio, e dentro di esso non possono entrare che coloro che hanno luogo nella cappella (* Vedi Nota 8 - Chi può entrare nella cappella papale). Il suono delle trombe militari annunzia l’arrivo del papa col suo magnifico corteggio. Io non te lo descrivo; perchè per farsene un’idea bisogna vederlo (Nota 20 - Corteggio del papa).

Quel benedetto Valdese che trova a ridire su tutto, vedendo il Papa entrare in chiesa sul suo magnifico trono portato a spalle d’uomini, rivoltosi a me, disse: "È egli a questo modo che S. Pietro entrava nella raunanza de’ fedeli?" Ogni parola di quell’uomo è una spada al mio cuore: egli parla poco; ma la sua serietà, il suo profondo sentimento religioso, dànno un gran peso alle sue parole.

Il Papa giunto innanzi all’altar maggiore scende dal suo trono portatile, e monta sopra un trono fisso alla sinistra dell’altare. Intuona terza, e mentre i cantori cantano i salmi; il Papa stando sul trono cangia di abiti, ed assume gli abiti preziosi della messa pontificale. Poi scende da quel trono, e va sull’altro ricchissimo che è in faccia all’altare, ma ad una grande distanza, ed incomincia dal suo trono la messa.

Mentre dai cantori si canta il Kirie eleison, i Cardinali vanno alla adorazione del Papa (Nota 21 - Come il papa è adorato).

Per mostrare la unione delle due chiese, cioè la greca e la latina, il Papa, quando canta la messa solenne, sugli abiti latini mette un abito greco che si chiama il fanone; è assistito anche da un diacono ed un suddiacono greci negli abiti della loro Chiesa (Nota 22 - Unione delle due Chiese), ed il Vangelo è cantato in latino ed in greco; però vi è questa differenza: il Vangelo latino è cantato prima del greco; quello è cantato da un Cardinale, questo da un semplice diacono: il libro del Vangelo latino è portato in mezzo a sette candelieri, e quando viene il libro del Vangelo greco cinque de’ candelieri portati da’ Prelati, accompagnano e corteggiano il libro del Vangelo latino, e per quello greco non ne restano che due. Il signor Sweeteman mi domandò il perchè di quella differenza, ed io ti confesso non seppi trovare una buona ragione.

Era la prima volta che io assisteva alla messa pontificale; e sebbene restassi ammirato, come tutti, dallo splendore e dalla magnificenza, pure restai scandolezzato di due cose: dalla mancanza assoluta di devozione in tutti: non si bada che alle cerimonie, e per nulla alla messa: in secondo luogo mi spiacque il modo come il Papa prende la comunione.

Dopo il Vangelo, il Papa scende dal trono e va all’altare, e continua la messa fino all’Agnus Dei: allora torna sul suo trono, ed il suddiacono prende l’ostia consacrata dall’altare, e la porta al Papa; ed egli, che il venerdì era sceso scalzo dal trono, e si era inginocchiato per adorare la croce, resta in piedi avanti il sacramento e si comunica in piedi e sopra il suo trono. Il Cardinale diacono prende allora dall’altare il calice, lo porta al trono del Papa, il quale, per mezzo di un cannello d’oro tutto brillantato, sorbisce un poco di quel vino, dando il resto ad diacono e suddiacono. Ti risparmio le osservazioni de’ miei amici, e specialmente del Valdese, su questo punto, che non piacque neppure a me; ma vi debbono essere delle buone ragioni che a me sono ignote.

Dopo la comunione, il Papa si pose a sedere; il principe assistente al soglio gli porse inginocchiato l’acqua alle mani (Nota 23 - Principe assistente al soglio), poi il Senatore presentò la sua offerta a nome del popolo romano (Nota 24 - Pro missa bene cantata).

Finita la messa, si riordinò il corteggio, ed il Papa come era venuto, così partì sul suo trono, portato a spalle di uomini, e fu condotto sulla gran loggia a benedire il popolo, allo sparo delle artiglierie, ed al suono di tutte le campane e delle bande militari.

Tutte queste cose messe insieme colle antecedenti mi hanno talmente turbato, che io non so in che mondo mi sia. La mia coscienza è turbata; non oso accostarmi alla comunione pasquale; voglio tornare a fare i santi esercizi secondo il consiglio de’ buoni Padri; e spero riacquistare interamente la mia pace. Prega anche tu per me, caro Eugenio, perchè sono in uno stato veramente deplorabile. Addio.

Il tuo Enrico.

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Riepilogo delle note alla Lettera dodicesima

  1. Nota I - Perchè i preti vogliono la ignoranza?
  2. Nota II - Povertà e carità gesuitica.
  3. Nota III - Calunnie del P. P. gesuita.
  4. Nota IV - Dottrine sul papa.
  5. Nota V - Legati pro remedio animae.
  6. Nota VI - Scopatori.
  7. Nota VII - Biglietti pasquali.
  8. Nota VIII - Chi può entrare nella cappella papale.
  9. Nota IX - Protestanti che ricevono la palma.
  10. Nota X - Il papa si diverte mentre si canta la passione.
  11. Nota XI - Cappelle Sistina e Paolina.
  12. Nota XII - I sepolcri.
  13. Nota XIII - Parodia della lavanda e della cena.
  14. Nota XIV - Profanazione di cose sante.
  15. Nota XV - Adorazione della croce.
  16. Nota XVI - Pensieri di Claudio di Torino.
  17. Nota XVII - Messa de' presantificati.
  18. Nota XVIII - Benedizione del fuoco, incenso, cereo e fonte.
  19. Nota XIX - I tre pontificali.
  20. Nota XX - Corteggio del papa.
  21. Nota XXI - Come il papa è adorato.
  22. Nota XXII - Unione delle due Chiese.
  23. Nota XXIII - Principe assistente al soglio.
  24. Nota XXIV - Pro missa bene cantata.

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Pagina completa; prima pubblicazione: 18 agosto 2002;
ultimo aggiornamento: 2007;
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