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Digiuno cardinalizio

Nota 6. alla lettera undicesima di Roma Papale 1882

Uno de' rimproveri che i preti fanno ai Protestanti è quello di non osservare la quaresima ed i digiuni: è lo stesso rimprovero che i Farisei facevano ai discepoli di Gesù Cristo; anzi il Fariseo ipocrita faceva suo vanto di digiunare due volte alla settimana. I Cattolici romani dicono di digiunare; i loro giorni di digiuno sono scritti nel calendario; ma quale è la pratica del loro digiuno? Noi non andremo a cercare il digiuno cattolico romano nelle case e nella tavola di coloro che sono cattolici solo perchè son nati in quella religione; ma lo cercheremo alla tavola de' vescovi, de' prelati, e de' cardinali; cioè di quelle persone che col loro esempio autorizzano la dottrina che insegnano. Non entriamo dunque a discutere in quel laberinto di leggi e di quistioni teologiche sulla materia del digiuno; ma andiamo a vederne la pratica sulla tavola de' preti.

Entriamo dunque in un giorno di digiuno, non in una veglia, come quella che tanto scandolezzò il nostro abate, ma nella casa di un vescovo, o di un cardinale anche devoto. Alla mattina finita appena la messa, si presenta il cameriere con un vassoio sopra il quale vi è una fumante tazza di cioccolata; e la cioccolata in Roma (sia detto fra parentesi) si fa ben solida, e per nulla spumante: si chiama fra' preti cioccolata alla gesuita, quando messo il crostino nella tazza resta ritto come un palo ficcato in terra. Sua Eminenza prende de' biscottini, ovvero del pane abbrustolito caldo, e santamente ne intinge una buona dose e li mangia; allorchè è quasi satollo, prende un biscottino in mano e si arresta come calcolando se potrà mangiare ancor quello senza guastare il digiuno: il canonico segretario presente gli toglie lo scrupolo, dicendo che il crostino è piccino, e che è parvità di materia; e sua Eminenza cede. Poscia finge di non voler bere la succulenta limonata, e domanda invece dell'acqua; ma il canonico segretario toglie anche quello scrupolo coll'aforisma teologico liquida non frangunt, e con questo convince il già persuaso padrone, che senza scrupolo ingoia anche la limonata.

Giunge l'ora del desinare; sua Eminenza si asside al desco, il segretario dice il benedicte, e sua Eminenza incomicia a divertirsi coll'antipasto: esso è composto di acciughe, caviale, olive indolcite, ed altre bagatelle atte ad eccitare l'eminentissimo appetito. La minestra di magro è fatta ordinariamente col succo di varii pesci cotti, pestati, e premutane tutta la sostanza per farne brodo di magro: il resto del desinare è composto di altri quattro piatti almeno, de' migliori pesci, tramezzati con varii piatti di erbe. I cuochi de' cardinali sono i migliori cuochi di Roma, e le loro salse, i loro intingoli sono tali da eccitare, come si dice in Roma, anche l'appetito ad un morto. Quando sua Eminenza è obbligata di sciogliere i bottoni della sua sottana per dar luogo alla espansione della stomacale circonferenza, vengono le frutte, e la biscottineria per pasteggiare la bottiglia. Due ore almeno dura un tal desinare; poi si sorbisce il caffè accompagnato da confetture. È a memoria di tutti in Roma il fatto del cardinal Vidoni, celebre ghiottone, il quale uscendo un giorno da un magnifico desinare datogli dal conte Lavaggi, nel montare in carrozza, un povero lo richiedeva di una elemosina, dicendo che aveva fame: l'Eminentissimo epulone, eruttando una specie di sospiro, disse: "Beato te che hai fame, io per me crepo."

Sembrerebbe che questi due pasti potessero bastare per formare un buon digiuno; ma si mangia ancora un'altra volta nella così chiamata colazione della sera. In essa si mangiano de' pesci, delle erbe cotte, de' legumi, de' salumi, delle sardine di Nantes, delle frutte secche o fresche di ogni sorta; e così si digiuna da coloro che accusano noi di non digiunare.

Dirò cosa incredibile, ma vera: presso i PP. Gesuiti ed altri frati e monache, ne' giorni di digiuno, si mangia a desinare un piatto di più che negli altri giorni, unicamente perchè è giorno di digiuno. Eppoi hanno la sfrontatezza di accusare i Protestanti che non digiunano.

Quanto alla dottrina del digiuno, ecco cosa s'insegna. Nei giorni di digiuno non si possono mangiare nè carni, nè uovi, nè latticini, salvo nel caso che se ne abbia la dispensa dal papa. In quanto alla quantità non è permessa che l'unica commestione, cioè il solo desinare, che non deve neppure chiamarsi desinare, ma cena. Questa è la dottrina ufficiale, per conformare ufficialmente, per quanto è possibile, il digiuno cattolico col digiuno biblico e quello della primitiva Chiesa, quando nei giorni di digiuno non era permesso di mangiare se non alla sera. La dottrina teologica poi ammette la refeziuncula della sera chiamata colazione, ed una piccola refezione la mattina sia di caffè, sia di cioccolata con pane secondo la coscienza dell'individuo. Per la colazione della sera si ammettono generalmente otto oncie di cibo solido; ma nessuno va in tavola con la bilancia. Quale poi sia la dottrina pratica, basta vivere fra i preti, frati, e monache per vedere quale essa è.

Quando io era studente di teologia in Roma, pensava che lo scopo del digiuno essendo la mortificazione del corpo, non fosse lecito in giorno di digiuno mangiare cose ghiotte, come dolci, confetture ecc., pensava che in que' giorni si dovesse mangiar meno che negli altri. Esposi i miei dubbi al mio professore, il quale mi rispose con molta gravità, che finis legis non cadit sub lege: che chi voleva mangiar meno, ed astenersi da cose ghiotte, faceva bene; ma chi non lo faceva non trasgrediva la legge del digiuno.

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