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Legge sugli alimenti

Nota 7. alla lettera ottava di Roma Papale 1882

Vi è una legge in Roma riguardo agli alimenti, che se ha il suo lato buono, ne ha però molti cattivi. La legge è questa. Quando una moglie è separata dal marito, un figlio od una figlia da' genitori; quando un fratello, un cugino, un nipote è povero, e l'altro fratello, il cugino, lo zio non lo sono; la parte che domanda gli alimenti fa una supplica al cardinal Vicario o a Monsignor vicegerente, la munisce di un certificato di povertà del parroco, ed all'istante ottiene il decreto degli alimenti in quella quantità benevisa al cardinal Vicario o a Monsignor vicegerente; ed il cursore va senz'altro ad eseguire il decreto anche con la forza. La signora di cui si parla nella lettera (poichè è un fatto vero, non una finzione) ottenne dieci scudi al mese sui venti che ne aveva il marito, al quale restava anche il peso di mantenere due figli. La parte che si crede gravata può appellare è vero; ma durante la causa deve pagare gli alimenti tassati; più dare una somministrazione alla moglie acciò possa sostenere la lite contro di lui. E quando per caso vincesse, non può essere rimborsato nè degli alimenti prestati durante l'appello, nè della somministrazione per la lite. Oltre il fatto di questa signora che potrei nominare, io ricordo il fatto seguente. Un tal Domenico Martucci, cappellaio al Corso, uomo laboriosissimo e padre di famiglia, aveva un fratello di ottima salute, padre anch'esso di famiglia;... ma che non voleva lavorare. Fece l'istanza per gli alimenti, la corredò col certificato del parroco; ed il fratello laborioso fu condannato a pagare gli alimenti al fratello ozioso.
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