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Se S. Gregorio M. bruciasse le biblioteche

Nota 6. alla lettera quinta di Roma Papale 1882

Giovanni di Salisbury nel libro secondo De Nugis curialium al capo 26 sostiene che realmente S. Gregorio M. facesse bruciare la famosa biblioteca palatina, divisa in due, cioè una contenente i libri greci, l'altra i latini; ma Scipione Ammirato nega questo fatto. Altri autori più imparziali han detto che questo fatto non è abbastanza provato per poterlo asserire con tutta certezza.

Due fatti però sono talmente accertati che non può ragionevolmente dubitarsi di essi: il primo che S. Gregorio odiava eccessivamente tutti i libri scritti da' Pagani, e quindi tutta la scienza e tutta la letteratura degli antichi. S. Antonino arcivescovo di Firenze, e Vossio, sostengono che S. Gregorio facesse bruciare le opere di Tito Livio, di cui non ci restano che pochi frammenti fuggiti al vandalismo del Magno Gregorio. Cardano dice che Gregorio fece anche bruciare gli scritti di Afranio, Nevio, Ennio ed altri poeti latini.

L'altro fatto indubitato è la grande avversione che papa Gregorio I aveva per i buoni studi. In una lettera di cotesto papa (che è la 48 del lib. 9), scritta a Desiderio vescovo di Vienna, S. Gregorio dice: "Non possiamo ricordarci senza rossore quello che è giunto alle nostre orecchie, che cioè voi insegnate la grammatica a qualcuno. Questa notizia mi ha fatto tale dispiacere, ed ha in me talmente eccitato il dispregio, che tutto il bene che prima mi era stato detto di voi, mi è divenuto per questo fatto cagione di tristezza e di pianto. Le lodi di Gesù Cristo e quelle di Giove non possono essere nella stessa bocca. Giudicate voi stesso qual cosa nefanda sia per un vescovo declamare quei versi che non dovrebbero essere declamati neppure da un laico, se fosse veramente religioso!...... Se dopo ciò, le cose che ci sono state dette appariranno evidentemente false, e consterà che voi non avete studiate cotali bagattelle di letteratura, allora ne renderò grazie a Dio, il quale non permise che il vostro cuore fosse macchiato da quelle bestemmie."

Lo stesso S. Gregorio, nella sua prefazione ai suoi libri morali, si fa un vanto di disprezzare ogni letteratura. Ecco le sue parole: "Io ho disprezzato la stessa arte del parlare che è insegnata da' maestri nelle scuole; imperciocchè, come voi potete vederlo da questa stessa mia lettera, io non evito la collisione de' metacismi, nè la confusione de' barbarismi; io dispregio la cura di mettere al loro posto le preposizioni ed i casi; perchè stimo essere una indegnità restringere le parole degli oracoli celesti sotto le regole grammaticali."

L'autore cattolico romano della storia de' Papi (Histoire des Papes depuis S. Pierre jusque à Benoit XIII. A' la Haye, 1732 tom. 1, pag. 397.), dopo citati cotali fatti, dice: "Dalle quali cose si può giudicare la falsità di una opinione sparsa generalmente che le guerre e le devastazioni, avvenute per le invasioni de' barbari in Italia, abbiano introdotta quella profonda ignoranza che inondò per tanti secoli tutte le provincie dell'impero. Attribuendola unicamente a questa causa, non si rende giustizia alla abilità del clero, il quale, conoscendo benissimo i propri interessi, ha secondato così bene gli sforzi de' barbari. Il sapere è stato in ogni tempo l'obbietto dell'odio degli ecclesiastici. Niuna cosa sembrò agli antichi ecclesiastici più nocevole ai loro disegni, che i filosofi, gli storici, ed il buon senso contenuto nei loro scritti. Le belle lettere e le scienze sono lo scoglio della furberia de' preti. La verità di questa massima portò i prelati, subito che fu in loro potere, ad attaccare con rabbia tutto quello che riguardava le scienze, le lettere, e le belle arti. Bruciarono molti libri eccellenti dell'antichità; distrussero quadri che non avevan prezzo; mutilarono e guastarono i più belli pezzi della scultura; in una parola, rovinarono e seppellirono i più nobili resti dell'antichità."

Se tutto quello che abbiamo detto in questa nota, non giustifica pienamente il fatto asserito dal signor Pasquali, giustifica però l'altro fatto certissimo che i preti sono i più grandi nemici del sapere.

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