Roma Papale, descritta in una serie di lettere con note, da Luigi De Sanctis (1882)

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Lettera quinta

Ancora de' Monumenti

Enrico ad Eugenio

Roma, Gennaio 1847.

Mio caro Eugenio,

Continuo senza preambolo il racconto interrotto.
Il giorno dopo l'accidente accadutomi nella chiesa di S. Pietro, ricevo una lettera del Valdese, che ti trascrivo tale quale, per dimostrarti sempre più la mia sincerità: e sebbene le nostre convinzioni religiose ci dividano, pure ti considero come un fratello, anzi come l'amico del mio cuore; per cui non ti nascondo nulla, neppure quello che sta contro di me.
Ecco dunque cosa mi scrive il Valdese.
"Signor Abate,
"Sono grandemente dispiacente per quello che è accaduto ieri. Confesso che ho un poco troppo ecceduto; che, parlando ad un Cattolico sincero quale voi siete, doveva usare maggiori riguardi, e misurare le mie parole: perciò vi domando perdono se vi ho offeso col mio modo di parlare. Ma, a parte il mio tuono piuttosto cattedratico, io credo avere buone ragioni sul fondo della questione.
"Io diceva avere buone ragioni per credere che quella sedia o cattedra, come voi la chiamate, venerata sopra quell'altare, e della quale si celebra la festa ogni anno il 18 Gennaio (Nota 1 - Cattedra di S. Pietro), invece di essere la sedia dell'Apostolo S. Pietro, sia quella di Solimano Califfo di Babilonia, o di Saladino Califfo di Gerusalemme. Ed affinchè non crediate che io abbia ciò detto per leggerezza, o per insultarvi, eccovi le prove; le quali se non sono convincentissime per provare che quella sedia appartenesse ad un Turco, lo sono però per dimostrare che essa non ha potuto appartenere a S. Pietro.

"In primo luogo, io non posso persuadermi come mai l'umilissimo Pietro avesse per sè una sedia distinta, una cattedra. Non posso supporre che S. Pietro per una sedia avesse voluto trasgredire il comando espresso di Gesù Cristo (Matt. XX, 25-27). Io amo molto S. Pietro; e perciò non posso crederlo nè prevaricatore, nè mentitore: egli stesso dice, nella sua prima epistola, capo V, versetto 1, di non essere che un anziano come tutti gli altri, sumpresbuteroV, intendetelo bene, vi prego: come poter credere, dopo ciò, che egli abbia voluto avere per sè una cattedra, per ismentire col fatto quello che diceva ed insegnava? Ma ditemi, di grazia: dove teneva egli cotesta sedia? Forse nella sua casa? Ma o perchè di tutta la sua mobilia non si è conservata che questa sedia? Voi direte che era la sedia sulla quale ufficiava nella chiesa. Ma io vi ho già dimostrato che chiese non ve ne erano in que' tempi. Gli Atti apostolici e le lettere apostoliche ci dicono che si celebrava il servizio di casa in casa: non credo che vorrete supporre che S. Pietro andava di casa in casa trascinandosi dietro la sua cattedra.

"Ma supponete pure, quello che non è per nulla provato, che S. Pietro sia stato in Roma; e ch'egli avesse avuto anche una sedia distinta per ufficiare: vi domando io, quali sono le prove che dimostrano quella essere veramente la sedia di S. Pietro? Non mi rispondete: Lo dice il Papa infallibile: perchè io vi risponderò che, secondo i vostri principii stessi, in Papa è infallibile nel domma, ma non nei fatti. E poi, chi avrebbe conservata quella sedia? Non i Cristiani certamente; perchè la venerazione delle reliquie non cominciò che alla fine del quarto secolo. E se i Cristiani la avevano conservata; come è che non fu trovata che nel secolo decimosettimo? Queste sono alcune delle ragioni per le quali non posso credere che quella sia la sedia di S. Pietro. A tutto ciò aggiungete la grande ragione tratta dalla Bibbia e dalla storia, che dimostra S. Pietro non essere mai venuto in Roma; e vedrete che i miei motivi per non credere a quella sedia sono giusti e ragionevoli quanto mai si possa dire.

"Non voglio poi ostinatamente sostenere quello che a voi è tanto dispiaciuto sentire, cioè che quella sedia abbia potuto appartenere ad un Maomettano. Io ho detto quella cosa sull'autorità di Lady Morgan, la quale nella sua opera sull'Italia al volume IV dice che la sacrilega curiosità dei Francesi, nel tempo ch'essi occupavano Roma, al principio di questo secolo, vinse tutti gli ostacoli, onde vedere cotesta famosa sedia: essi tolsero la sua fodera di rame, e tratta fuori la sedia ed esaminatala diligentemente, vi trovarono incise con caratteri arabi queste parole: Dio solo è Dio, e Maometto è il suo profeta. Io non so se Lady Morgan dica il vero: ma le risposte che le hanno fatte non sono per nulla concludenti. Voi forse conoscerete la risposta che è sembrata la migliore; che cioè è impossibile che quella sia la sedia di un Musulmano, imperciocchè essi non usano sedie. È vero che negli usi comuni non si servono di sedie come le nostre, ma di cuscini, di sofà, di sgabelli; ma si servono di sedie, anzi di cattedre i loro mufti per predicare, ed anche qualche volta i loro sovrani per trono: potrebbe dunque essere la sedia di un mufti. L'argomento convincente sarebbe trarre fuori quella sedia pubblicamente, e lasciare che tutti potessero esaminarla: ma questo non si farà mai.

"Voi sapete, Signor Abate, che io amo molto il buon Benedettino Tillemont. Esso era un dotto, era monaco, era buon cattolico: spero che non ricuserete la sua testimonianza. Ebbene Tillemont era incredulo come lo sono io a riguardo di quella sedia. Egli nel suo viaggio in Italia dice: "Si pretende che a Roma vi sia la cattedra episcopale di S. Pietro, e Baronio dice che è di legno: ciononostante alcuni che hanno veduta quella che era destinata ad essere posta solennemente sull'altare nel 1666, assicurano che era d'avorio, e che gli ornati non sono più antichi di tre o quattro secoli, e le scolture rappresentano le dodici fatiche di Ercole." Ecco cosa dice Tillemont!

"Voi mi direte che Tillemont è in contraddizione con quello che dice il Baronio. Potrei rispondervi che ambedue gli scrittori sono stati zelantissimi Cattolici, ambedue dotti, ambedue storici abilissimi: la contraddizione dunque che vi è fra loro intorno a quella sedia, è una prova della falsità di essa: tanto più che nel passo citato Tillemont mostra non credere alla autenticità di quella sedia. Ora però ricordo aver letto nella mia gioventù una storia (non rammento in qual libro) la quale spiegherebbe tutto e toglierebbe ogni contraddizione fra i due scrittori. La festa della cattedra di S. Pietro esisteva da quasi un mezzo secolo; ma la sedia non era stata ancora posta in venerazione: fra le reliquie che sono in Roma esisteva una sedia che si diceva avere appartenuto a S. Pietro; ed il papa Clemente VIII pensava metterla in venerazione: ma il cardinal Baronio gli fece osservare, che i bassi rilievi rappresentavano le dodici fatiche di Ercole, ed in conseguenza non poter essere quella la sedia sulla quale S. Pietro ufficiava. Il papa si persuase: ma pure bisognava che una sedia di S. Pietro vi fosse. Allora si cercò nel magazzino delle reliquie, e si sostituì alla prima una seconda sedia antica di legno: e questa è quella di cui parla Baronio, mentre Tillemont parla della prima. Ma sessant'anni dopo la morte di Baronio, quando Alessandro VII fece fare l'altare della cattedra come oggi si vede, non si sapeva quale delle due si dovesse porre in venerazione: non la prima per le scolture mitologiche; non la seconda perchè era di stile gotico, e quello bastava per dimostrare che non poteva avere appartenuto a S. Pietro. Il papa allora sapendo che fra le reliquie vi era una sedia portata come reliquia dai crociati, la fece prendere, ed ordinò che quella si ponesse in venerazione: nessuno però si avvide della iscrizione araba citata da Lady Morgan (Nota 2 - Santi battezzati).

"Del resto non facciamo questioni per una sedia: una sedia finalmente non è che una sedia; e non conviene basare la nostra credenza sopra una sedia. Quando anche fosse chiaro come la luce del giorno che quella fosse la identica sedia di S. Pietro, essa non proverebbe la sua presenza in Roma; perchè vi potrebbe essere stata portata. E quando anche fosse vero che S. Pietro fosse stato in Roma, la presenza dell'Apostolo di diciannove secoli fa, non proverebbe per nulla che la religione romana è la vera.

"Io sono stato docile e mi sono lasciato condurre da voi dove avete voluto: ora vi prego di lasciarvi condurre domani da me; ma fino da ora vi prometto che non farò affatto controversia, e così potrete essere sicuro che non avrete a disputare con eretici, e potrete venire senza il timore di disobbedire nè al vostro confessore nè al vostro maestro.

"A proposito di maestro, debbo dirvi che il Signor Manson ha scacciato il suo servitore; perchè io ho scoperto con prove certe che era una spia de' Gesuiti: voi dovreste saperne qualche cosa, Dio vi apra gli occhi sui vostri cari maestri!
A rivederci a domani.

"Vostro L. Pasquali."

Le ultime parole di questa lettera mi fecero un terribile effetto: allora capii come il mio maestro avesse saputo tutto quello che io faceva o diceva co' miei amici. Un tale procedere mi parve basso e sleale, e m'irritò: sicchè decisi di non lasciarmi più condurre così ciecamente dai Padri Gesuiti.

D'altronde la lettera del Signor Pasquali mi convinceva che io era stato pessimamente guidato dal mio maestro in quella discussione. Perchè difatti impedirmi di discutere francamente e lealmente con la Bibbia alla mano? Perchè costringermi a discutere sui monumenti? E poi perchè indicarmi que' monumenti così incerti? Queste riflessioni mi fecero accettare l'invito del Valdese, e determinai di non parlare più di questa discussione col mio maestro.

Il giorno dopo ci unimmo tutti quattro, ed il Signor Pasquali ci condusse a vedere l'arco di Tito.
Cotesto prezioso monumento della storia e dell'arte è situato al principio della via che i Romani chiamavano Sacra.
È il monumento trionfale innalzato dal Senato e popolo romano a Tito per la celebre definitiva vittoria sopra i Giudei.

"Sono queste, diceva il Valdese, le sacre antichità che io amo, non già quelle che van cercando con tanta avidità i seguaci del Dottor Pusey: sulla veracità di questi monumenti non può cadere il minimo dubbio."

"Perdonate, disse il signor Manson, le antichità ecclesiastiche non debbono essere disprezzate."

"Ed io non le disprezzo, ma le lascio al loro posto, rispose il Valdese: esse sono preziose per la storia ecclesiastica, quando sono autentiche; e bene studiate, sono preziose anche pel Cristiano. Esse dimostrano il principio e la data delle corruzioni e degli abusi introdotti nella religione: ma fare di esse un luogo teologico (Nota 3 - Luoghi teologici), e quasi una regola di fede, mi sembra che sia l'eccesso della umana aberrazione. Se una cosa è vera perchè è antica, dovremo logicamente dire che il Paganesimo deve essere più vero del Cristianesimo, perchè più antico di questo. Noi saremo giudicati sul Vangelo, non sulle antichità. Le antichità che debbono essere tenute in gran pregio dal Cristiano sono quelle che testimoniano della parola di Dio, come fa questo monumento."

Quindi dimostrò che quel monumento era e per gli Ebrei e per gl'increduli una testimonianza della veracità della divina Parola sì del Vecchio che del Nuovo Testamento. "Si faccia leggere a costoro il capo XXIV di S. Matteo, il XIII di S. Marco, il XXI di S. Luca, e poi gli si faccia vedere questo monumento (Nota 4 - Arco di Tito) innalzato da' Gentili, i quali nulla sapevano di tali profezie, e neghino, se lo possono, la veracità e la divinità della Parola di Dio."

Dall'arco di Tito, montammo sulla vicina falda del monte Palatino, per vedere gli avanzi del palazzo de' Cesari (Nota 5 - Palazzo de' Cesari).

"Ecco, disse il Valdese, un bel monumento dell'antichità ecclesiastica. Questi ruderi sono gli avanzi delle due grandi biblioteche palatine, una greca, l'altra latina, ove erano raccolti i preziosi manoscritti de' nostri antichi, e che papa Gregorio I, detto il Grande, fece bruciare" (Nota 6 - Se S. Gregorio M. bruciasse le biblioteche). Poscia c'indicò la parte del palazzo fatto fabbricare da Augusto, quella chiamata di Tiberio, quella di Caligola, quella di Nerone; ed esclamò: "Sta scritto: La casa degli empi sarà distrutta (Prov. XIV, 11): ecco costoro si facevano chiamare dii, si dicevano eterni; ma Colui che abita ne' cieli si fe' beffe di loro (Salm. III); ed avendo date al suo divin Figliuolo le genti in eredità, questi fiaccò e fiaccherà i superbi con verga di ferro; e li tritò e li triterà come un testo di vasellajo. Queste fondamenta che sono sole restate del palazzo di coloro che si dicevano padroni di tutto il mondo, predicano la verità di questa parola che "non vi è sapienza, né prudenza, né consiglio incontro al Signore" (Prov. XXI, 30).

Il tuono solenne con cui pronunciava queste parole, la profonda convinzione che si leggeva sulla sua fisionomia, aveva un non so che d'imponente che ti affascinava. Il signor Manson era silenzioso, il signor Sweeteman lo seguiva incantato, ed io mi sentiva compreso da rispetto per quell'uomo che il giorno avanti avrei voluto uccidere, se mi fosse stato lecito. Il giorno innanzi era un avversario, un eretico che attaccava la santa Chiesa; il giorno dopo era un uomo che dimostrava le più profonde convinzioni sul Cristianesimo. Eppure un uomo così profondamente religioso dovrà essere eternamente dannato, perchè non appartiene alla nostra santa Chiesa! Tale pensiero risvegliava la mia pietà e la mia compassione per lui, e riaccendeva il mio zelo per procurare con tutte le mie forze la sua conversione.

Andammo poscia all'anfiteatro Flavio, detto volgarmente il Colosseo. Tu hai letto nella storia che Flavio Vespasiano, dopo la distruzione di Gerusalemme, fece edificare quell'anfiteatro, il più vasto, il più magnifico di quanti ne hanno fino ad ora esistito. Questo anfiteatro capace di contenere ben centomila spettatori, serviva pe' giuochi de' gladiatori, per la caccia delle fiere; e poscia per un miraeolo dell'arte la vasta arena si convertiva in pochi istanti in un lago, e serviva immediatamente pe' giuochi navali. Sai ancora che in tempo di persecuzione si esponevano su quell'arena i Cristiani per essere divorati dalle fiere.

Ora questo anfiteatro è stato dalla pietà de' Papi trasformato in luogo santo (Nota 7 - Il Colosseo. Chi lo ha ruinato). Una immensa croce è piantata nel mezzo dell'arena, ed all'intorno vi sono quattordici cappelle, ove sono rappresentati i fatti della passione di nostro Signore, ed avanti di esse si fa il pio esercizio chiamato della Via crucis. Così in quel luogo ove ai tempi di Roma pagana echeggiavano i ruggiti delle belve, le lamentevoli grida delle vittime, gli applausi feroci di una plebe brutale, echeggia invece il patetico canto de' Cristiani divoti, che meditano la morte dell'Agnello immacolato.

Appena entrati in quel vasto edifizio, il sig. Pasquali sembrò assorto in un grande pensiero, e rimase come estatico per alcuni istanti, e noi eravamo fissi a riguardarlo. Quando si riscosse esclamò: "Oh cari amici, come esprimervi la folla d'idee religiose che risveglia in me questo ammirabile monumento? Colui che senza saperlo eseguiva i divini giudizi contro il popolo deicida, e faceva ricadere sul di lui capo il sangue imprecato dell'Uomo-Dio, fa innalzare questo monumento ad eterna memoria della distruzione di quel popolo; e quel popolo, ridotto schiavo, lavora alla catena, ad innalzare questo monumento che perpetua la memoria del suo gastigo. Gaudenzio cristiano ne è l'architetto, e Dio glie ne dà la ispirazione: sì Dio, perchè nè prima nè dopo uscì da mente umana un concetto nè più bello nè più maestoso." Quindi passò a descrivere gli orrori de' giuochi de' gladiatori, la ferocia del popolo romano che applaudiva a quelle stragi, la imperturbabile impassibilità di que' mostri che chiamavansi imperatori nel ricevere l'omaggio da coloro che si uccidevano per dare sollazzo all'augusto padrone (Nota 8 - I gladiatori).

Passò poscia a descrivere i combattimenti de' martiri, ma con colori così vivi che ti traeva dagli occhi le lacrime. Acceso poi di un santo entusiasmo, esclamava: "Oh santa religione di Cristo! qui, qui, tu trionfavi nel sangue de' tuoi figli, qui manifestavi la tua virtù divina al mondo attonito.

Ma quando i Cesari cessarono dal perseguitarti, e ti vollero assisa con loro sul trono, tu fuggisti a nasconderti; e, novello Giuseppe, lasciasti per fuggire il tuo manto, tu ti nascondesti nel deserto; ma quel tuo manto fu indossato da quell'uomo che in tuo nome si assise dapprima nel trono co' Cesari, quindi ne li scacciò e regnò solo in tuo nome; e con quel manto copriva superbia, despotismo e fanatismo, triade infernale che regnò coperta del manto da te lasciato."

Noi eravamo atterriti dall'enfasi, dal tuono di voce, ma molto più dai concetti di quell'uomo straordinario. Egli era per continuare, allorchè una monotona cantilena si fece sentire all'ingresso dell'anfiteatro. Un cotal suono lo scosse e lo arrestò.

Una processione di persone vestite di un sacco di tela grigia, con la testa ed il viso coperto da un cappuccio della stessa stoffa, con due soli buchi per lasciare libera la vista, entrava nel Colosseo cantando con voce rauca e monotona le lodi della croce. La processione era preceduta da una gran croce di legno tinta in nero portata da uno de' confrati, e la chiudeva un frate di S. Francesco scalzo e la testa scoperta. Dietro la processione degli uomini veniva una processione di poche vecchie pinzochere, preceduta essa pure da una croce portata da una di esse. Scopo di questa processione era fare l'esercizio della Via crucis, pregando innanzi alle quattordici cappelle (Nota 9 - La via crucis).

Il signor Manson ed il signor Sweeteman si rivolsero a me, per sapere cosa significasse quella processione. Risposi esse una pia confraternita di penitenti che, tutti i venerdì e tutte le domeniche, va a fare il pio esercizio della Via crucis al Colosseo. Ci fermammo un poco: il frate montò sopra una specie di pulpito su que' ruderi, i confratelli fecero semicircolo, le pinzochere si posero dietro a loro, e quel frate incominciò a predicare. Noi restammo a convenevole distanza, ma in modo da poter sentire. Disgraziatamente quel frate, o che fosse ignorante, o che avesse soggezione di noi, non sapeva cosa si dicesse, e disse tante sciocchezze da scandalizzarne perfino il bravo signor Manson. Per fortuna il Valdese era tanto immerso ne' suoi pensieri che non sentì nulla.

Uscimmo dall'anfiteatro.

Nel tornare a casa, il signor Pasquali ci domandò se eravamo stati contenti della passeggiata: si rispose che sì; ma io soggiunsi che quel modo di discutere per mezzo di monumenti era troppo lungo, e non ci avrebbe mai condotti a conclusioni pratiche: d'altronde io amava convincere il signor Manson del suo errore; per cui desiderava che mi lasciassero discutere con lui.

"Spero, rispose il Valdese, che il sig. Abate non crederà che l'anima del sig. Manson sia più preziosa delle nostre: si discuta pure; ma non credo che vorrà escludere noi dalla discussione. Discutiamo in buona fede, e senza avere altro partito preso che quello di cercare la verità: che ciascuno di noi metta da banda le sue particolari dottrine per cercare la verità nella sola Parola di Dio. Noi quattro differiamo sopra molti punti: il sig. Abate è cattolico romano; il sig. Manson appartiene a quella che chiamasi alta Chiesa d'Inghilterra, o come altri la chiamano, alla scuola teologica di Oxford; il sig. Sweeteman appartiene alla Chiesa anglicana, ed io alla Chiesa cristiana primitiva: che nessuno di noi dunque si ostini a sostenere la sua Chiesa; ma di comune accordo cerchiamo la verità; tanto più che tutti sappiamo che non è la Chiesa che ci salva, ma Gesù Cristo; cosa ne dicono loro signori?"

Tutti acconsentimmo, e si convenne d'incominciare la discussione.
Ti confesso, caro Eugenio, che questo Valdese mi ha incantato. Io che aveva sentito dir tanto male di loro; che aveva letto in tanti libri le cose le più orribili sulla loro ignoranza, sulla loro malafede, ed anche sul loro mal costume, mi trovava confuso in faccia a quest'uomo che era dotto, ma non faceva pompa alcuna della sua dottrina; era uomo di profonda pietà, di austera virtù, ma senza alcuna affettazione. Il solo male che si trova in lui è l'errore; ma spero col divino aiuto disingannarlo.
Nella prossima lettera ti renderò conto della prima discussione. Addio.

Enrico.

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Riepilogo alle note della Lettera quinta

  1. Nota I - Cattedra di S. Pietro;
  2. Nota II - Santi battezzati;
  3. Nota III - Luoghi teologici;
  4. Nota IV - Arco di Tito;
  5. Nota V - Palazzo de' Cesari;
  6. Nota VI - Se S. Gregorio M. bruciasse le biblioteche;
  7. Nota VII - Il Colosseo. Chi lo ha ruinato;
  8. Nota VIII - I gladiatori;
  9. Nota IX - La via crucis.
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Pagina completa; prima pubblicazione: 13 gennaio 2002;
ultimo aggiornamento: 2007;
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