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Dal libro biografico di Robert Raikes, che ha dato inizio all'opera della scuola domenicale


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"I bambini che giungevano nell'"orto botanico" di Raikes, come abbiamo già visto nel capitolo d'apertura, erano il prodotto, il triste frutto, di una società profondamente malata.
L'errore della gente di allora era quello di trattarli come "scarti", ritenendoli incapaci di migliorare e di poca utilità al mondo se non come parti di una macchina da guerra, in patria o all'estero, per lavorare nelle campagne o ai telai e per fare lavori faticosi di manutenzione per i propri "superiori". I bambini, anche di sei anni, lavoravano nelle miniere di carbone anche per dodici ore il giorno. A migliaia morivano per le esplosioni sotterranee, famiglie intere perdevano la vista. Le donne lavoravano fuori casa come gli uomini, senza alcuna differenza di trattamento, imparando ben presto il loro stesso linguaggio triviale, il che ci fa rabbrividire soltanto al pensare lo stato di totale abbandono dei bambini ed il contesto nel quale essi crescevano. I loro genitori si muovevano in branco come una marmaglia sia in città sia in campagna ed erano pieni di vizi o resi ottusi dal bere o entrambe le cose.
Chi sapeva come andava il mondo contribuiva a mantenerli in questo stato. C'era un mondo per i poveri e ci si aspettava che essi vivessero lì, conformandosi a ciò che li circondava. Era abitudine di quel tempo vedere nel bambino soltanto i vizi del genitore. Tale padre, tale figlio; tale madre, tale figlia, e in certe conteec'erano dei proverbi che scoraggiavano quanti cercavano di migliorare la propria condizione di vita. La brava gente, garbata e intelligente, credeva che se i genitori erano viziosi così doveva inevitabilmente essere il figlio, non riusciva ad immaginare una qualche virtù o onestà nei poveri straccioni.
Anche Raikes condivise queste idee del tempo, poiché egli stesso confessò apertamente la meraviglia che lo colpì scoprendo che i bambini, se presi in tempo, cominciavano a vivere su linee di condotta diverse da quelle dei genitori.
Egli aveva motivo di detestare i bambini perchè lo disturbavano mentre lavorava nel suo ufficio e avrebbe voluto silenzio; provava un vero orrore per la loro sporcizia e i loro stracci, per il baccano che facevano e per il linguaggio osceno con cui si esprimevano. Come altri benestanti del tempo, non coglieva l'altra faccia della medaglia sottovalutando la potenziale intelligenza racchiusa in quelle piccole menti. Questi bambini, infatti, erano brillanti, pieni di ingegno, furbi e birbanti; ma i loro talenti naturali erano sprecati e delle menti sulle quali potevano essere incisi stupendi graffiti erano invece segnate profondamente da solchi della malvagità.
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Robert Raikes intraprese, probabilmente con un certo scetticismo, l'opera di "civilizzazione" dei bambini, perché lo definì un "esperimento". Questo, infatti, non è certamente il termine appropriato per affrontare un problema sociale rimasto insoluto per secoli. Tuttavia restava una speranza in fondo al suo cuore; era questa che alimetava la sua volontà di proseguire in tale iniziativa. Il modo in cui la gente per bene parlava di questi piccoli non era certo incoraggiante. Li chiamavano "disgraziati", "dissoluti", "volpi e tigri" per temperamento e indole, e "poco differenti dagli animali". Con ogni probabilità erano chiamati con altri nomignoli, ancora meno cortesi. Raikes li chiamava "asinelli selvatici", ma questo dopo aver ammansito alcuni di loro; quello che diceva prima probabilmente era più forte, e non meno vero.
Quando iniziò l'opera, Raikes si impegnò a fondo.
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Riportiamo di seguito, quasi usando le sue stesse parole, quello che egli dice di aver fatto e osservato.
A quanti venivano a scuola scalzi, egli comprava delle scarpe e procurava dei vestiti a chi era "privo di indumenti"; stampò un libricino per insegnare ai bambini l'alfabeto e farli imparare a leggere, iniziando con le lettere di una sillaba. Le due righe iniziali della prima lezione di lettura erano:
"Dio è uno".
"Dio è amore".
In brevissimo tempo scoprì che a questi piccoli straccioni emarginati piaceva essere puliti, indossare bei vestiti, andare a scuola e in grado di apprendere e ricordare bene le cose. Egli stesso scrive:
"Non ho parole per esprimere la gioia che spesso provo nello scoprire ingegno e buone attitudini in mezzo a questo piccolo gruppo".

Non era meno sorpreso e felice nello scoprire che alcuni avevano una "memoria straordinaria" per cui sapevano ripetere tutti gli inni per bambini del Dr. Watts e che alcuni avevano anche una bella voce e sapessero cantare. Queste cose furono delle rivelazioni per lui e per gli amici ai quali scriveva giungendo a questa conclusione.
"Se viene seminato per tempo un buon seme nei cuori ... piace a Dio farlo fiorire e fargli portare frutto abbondante".
[...]".

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[Tratto dal libro: Robert Raikes. La storia dell'uomo che ha fondato la Scuola Domenicale. Scritto da J. Henry Harris. ADI-MEDIA, 2006, pag. 69.]