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Come puoi diventare felice

Tu sei infelice, giovane o vecchio che tu sia, ricco o povero, savio o ignorante. Fino a questo momento ti sei dato da fare svariate volte e in maniere diverse per diventare felice, ma tutti i tuoi tentativi, tutti i tuoi sforzi sono risultati vani.

Sicuramente ti sarai domandato come mai nel tuo cuore regna la più assoluta infelicità e perchè tutti i tuoi tentativi di trovare la felicità fino ad ora sono risultati vani: a queste domande però non sei riuscito a dare una risposta, e magari sei giunto alla conclusione che la vera felicità sulla terra non esiste. Ti voglio dire io quindi perché sei infelice e come trovare la vera felicità che cerchi. Te le posso dire queste cose perché io ho scoperto quali sono le ragioni dell’infelicità dell’uomo e che la felicità esiste avendola io stesso trovata.

Sappi che la felicità non è nei piaceri e nei divertimenti del mondo, non è nelle ricchezze, non è negli studi, e neppure nello sport, non è nelle pratiche orientali, non è nel farsi una famiglia (cosa comunque questa lecita e giusta), non è nella religione cattolica romana o in quella dei Testimoni di Geova o in quella dei Mormoni o di tante altre sètte, la felicità non si trova nell’esoterismo e nell’occultismo di cui questo mondo è impregnato, ma la felicità è in Gesù Cristo, il Figlio di Dio. Perciò chi ha trovato Gesù Cristo ha trovato la felicità, e chi non l’ha ancora trovato non ha ancora trovato la felicità. Ecco dunque perché sei infelice, perché non hai il Figliuolo di Dio. Tu allora mi dirai a questo punto: ‘Ma cosa significa avere il Figliuolo e come si fa ad avere il Figliuolo?’ Ti risponderò, ma per farlo in maniera esauriente devo partire da molto lontano e precisamente dal peccato del primo uomo. Ora, Dio dopo avere creato i cieli e la terra fece l’uomo a sua immagine e somiglianza e lo pose in un giardino in cui crescevano alberi di ogni genere, belli a vedersi e il cui frutto era buono da mangiare. Tra questi alberi però ce n’era uno, l’albero della conoscenza del bene e del male, il cui frutto quantunque fosse buono, Dio vietò all’uomo di mangiare. Dio disse infatti all’uomo di mangiare liberamente del frutto di ogni albero del giardino tranne che di quell’albero specifico perché nel giorno che egli ne avrebbe mangiato, per certo sarebbe morto (cfr. Gen. 2:16-17). Adamo però disubbidì e mangiò di quel frutto assieme a sua moglie Eva. Questa loro disubbidienza produsse in loro la morte, cioè portò l’infelicità, la paura, il senso di colpa, la vergogna e interruppe la comunione con Dio. Ecco dunque perché ho dovuto prima di tutto parlarti della disubbidienza di Adamo, perché fu tramite essa che entrò l’infelicità nell’uomo. Fino a che l’uomo non disubbidì a Dio era felice assieme a sua moglie; ma dal momento che gli disubbidì diventò infelice.

Ma il peccato di Adamo fece sentire le sue nefaste conseguenze anche sui suoi discendenti perché da Adamo passò su tutti i suoi discendenti portando con sé gli stessi amari frutti. Se dunque oggi, a distanza di migliaia di anni, l’uomo è infelice, è dovuto al fatto che egli nasce con il peccato, cioè incline a peccare e peccando muore (cfr. Rom. 6:23) per cui egli è un essere spiritualmente morto. Ovviamente oggi l’uomo non pecca della stessa trasgressione di Adamo cioè mangiando il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, perché questo albero non cresce più sulla terra; ma egli pecca trasgredendo altri ordini di Dio, quali quello di non uccidere, di non farsi idoli, di non rubare, di non mentire, di non concupire, di non commettere adulterio e tanti altri. La ragione dunque per cui l’uomo è infelice si chiama peccato. Il termine peccato oggi non è facile sentirlo, molti addirittura credono che esso non esista, altri lo sottovalutano, eppure devi sapere che il peccato è più forte di qualsiasi uomo infatti non c’è uomo che non pecchi, non c’è uomo che non sia schiavo di esso. Uno diventa schiavo di ciò che l’ha vinto, dice l’apostolo Pietro (cfr. 2 Piet. 2:19), e l’uomo è diventato schiavo proprio del peccato che lo ha vinto nel giardino d’Eden e lo continua a vincere oggi. Se perciò il peccato tiene schiavi gli uomini che non riescono a non peccare, ed esso è la causa della loro infelicità, l’uomo per diventare felice ha bisogno di essere liberato dal dominio del peccato. Dico che egli deve essere liberato perché come ho detto poco fa il peccato è più forte dell’uomo, per cui egli non può liberarsi da esso con le sue forze. Egli, per usare un verso della Scrittura, è tenuto stretto dalle funi del suo peccato (cfr. Prov. 5:22), ed ha bisogno che qualcuno rompa queste funi.

E chi può liberare l’uomo dal peccato? Lo può liberare solo Gesù Cristo, il Figlio di Dio, perché Lui vinse il peccato. Come? Vediamolo. Innanzi tutto va detto che Gesù Cristo non nacque come tutti gli altri uomini perché fu generato dallo Spirito Santo nel seno di sua madre per cui egli non nacque sotto il peccato. Tuttavia, Gesù durante la sua vita fu tentato in ogni cosa come ognuno di noi, senza però peccare (cfr. Ebr. 4:15). Questo è un punto fondamentale; Gesù non conobbe peccato. Ma non fu sufficiente non peccare mai per poter liberare l’uomo dal dominio del peccato; infatti Gesù dovette pure morire per acquistare all’uomo la liberazione dal peccato. Perché morire? Perché la forza del peccato è la legge (cfr. 1 Cor. 15:56), per cui per togliergli il potere che esso esercita sull’uomo doveva caricarsi della maledizione della legge e dato che è scritto: “Maledetto chiunque è appeso al legno” (Gal. 3:14; cfr. Deut. 21:23), egli doveva morire appiccato ad un legno; doveva fare quindi una morte ignominiosa. E lui patì proprio questa morte perché fu crocifisso su una croce. Il giusto, colui che non aveva conosciuto peccato, morì sulla croce proprio per liberarci dalla legge che ci teneva schiavi, cioè dalla forza del peccato. Egli sul suo corpo su quella croce, portò i nostri peccati di cui il profeta aveva detto che il Cristo si sarebbe caricato (cfr. Is. 53:11).

L’apostolo Paolo spiega in questi termini ai santi di Roma come mediante la morte di Cristo non si è più soggetti alla schiavitù del peccato: “Così, fratelli miei, anche voi siete divenuti morti alla legge mediante il corpo di Cristo, per appartenere ad un altro, cioè a colui che è risuscitato dai morti, e questo affinché portiamo del frutto a Dio. Poiché, mentre eravamo nella carne, le passioni peccaminose, destate dalla legge, agivano nelle nostre membra per portar del frutto per la morte; ma ora siamo stati sciolti dai legami della legge, essendo morti a quella che ci teneva soggetti, talché serviamo in novità di spirito, e non in vecchiezza di lettera” (Rom. 7:4-6).

Noi quindi predichiamo Cristo e Lui crocifisso quale unico mezzo di salvezza per l’uomo peccatore. Oltre che morire però Gesù doveva anche risuscitare dai morti: che senso avrebbe avuto infatti morire per i nostri peccati e poi rimanere nella tomba? Che liberazione dal peccato poteva portare Gesù solo con la sua morte? Nessuna, tanto è vero che Paolo dice ai Corinzi che se Cristo non è risuscitato noi siamo ancora nei nostri peccati (cfr. 1 Cor. 15:17). E così Gesù risuscitò pure dalla morte facendosi vedere dai suoi discepoli. Sì, Gesù Cristo è veramente risuscitato! Questo attesta la Sacra Scrittura (cfr. Luca cap. 24).

Dopo avere spiegato che il peccato è la causa dell’infelicità dell’uomo e come Gesù Cristo con la sua morte e la sua resurrezione ha provveduto all’uomo la liberazione dal peccato, è necessario dire in che maniera l’uomo può sperimentare questa liberazione. La liberazione dal peccato si ottiene pentendosi dai propri peccati e credendo in Gesù Cristo. In altre parole l’uomo se vuole gustare la liberazione dalle sue passioni peccaminose deve oltre che provare dispiacere e rimorso per i suoi misfatti (il che implica anche il non volere più commetterli), credere che Gesù Cristo è morto per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione (cfr. Rom. 4:25). Nel momento in cui egli fa questo, Gesù Cristo viene a dimorare in lui liberandolo dal peccato tanto che può dire assieme a Paolo: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non son più io che vivo, ma è Cristo che vive in me; e la vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figliuol di Dio il quale m’ha amato, e ha dato se stesso per me” (Gal. 2:20). Egli allora ha il Figliuolo di Dio nel suo cuore, il che significa che comincia ad avere ogni cosa (cfr. Col. 2:10) perché in Cristo non c’è solo il perdono dei propri peccati, la liberazione dal dominio del peccato, ma anche la pace, quella pace che in mezzo ad ogni distretta permette al Cristiano di rimanere tranquillo e fiducioso in Dio; la gioia perché la sua coscienza è finalmente purgata dalle opere morte che la contaminavano ed egli sa di essere diventato un figlio di Dio, un erede di Dio e un coerede di Cristo che quando morirà si dipartirà dal corpo per andare ad abitare con il Signore in cielo, dove si sta molto meglio che qui in terra, e in quel giorno otterrà la ricompensa per ogni opera buona che compirà. Questa è la gioia della salvezza di cui parlavano gli antichi profeti e di cui parla l’apostolo Pietro quando dice: “Il quale, benché non l’abbiate veduto, voi amate; nel quale credendo, benché ora non lo vediate, voi gioite d’un’allegrezza ineffabile e gloriosa, ottenendo il fine della fede: la salvezza delle anime” (1 Piet. 1:8-9). Questa è la gioia che quando la si possiede si è costretti a dire assieme al Salmista: “Tu m’hai messo più gioia nel cuore che non provino essi quando il loro grano e il loro mosto abbondano” (Sal. 4:7).

Ecco dunque la maniera in cui tu puoi diventare veramente felice. Che farai dunque dopo avere letto ciò? Deciderai di pentirti dei tuoi misfatti e di credere in Gesù Cristo, o deciderai di rimanere così come sei pensando che una simile decisione si addice solo a persone che hanno perso il senno e tu ritieni di averlo ancora il senno per cui non puoi credere a simili cose? Non lo so, so però che se tu rifiuti di pentirti e di credere in Gesù Cristo sia ora che in avvenire e morirai in questo stato, ti aspetta una infelicità infinitamente superiore a quella che tu hai sperimentato fino ad ora, e questo perché prima di tutto te ne andrai all’inferno che è un luogo di tormento nell’aldilà dove arde un fuoco non attizzato da mano di uomo e dove le anime dei peccatori come te piangono e stridono i denti del continuo dal dolore intenso e incessante che c’è là. E poi perchè, dopo avere penato all’inferno risusciterai alla fine dei giorni assieme a tutti i peccatori che come te sono morti nei loro peccati e sarai fatto comparire davanti a Dio per essere giudicato secondo le tue opere e condannato ad una eterna infamia e sofferenza nello stagno ardente di fuoco e di zolfo che è sempre un luogo di tormento ma diverso da quello in cui andrai subito dopo morto. Non indugiare quindi, ravvediti e credi in Gesù Cristo per la remissione dei tuoi peccati.

[Tratto dal libro di Giacinto Butindaro V.D.M.: "Messaggi per chi ancora non conosce Dio"]


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